Lo spazio sociale e abitativo è solo l’ultimo sgombero della lista del governo Meloni - oltre ai casi più noti di Askatasuna di Torino e del Leoncavallo di Milano – che continua a cancellare le realtà che da decenni rispondono a bisogni delle persone, soprattutto nei quartieri più marginali. Gli occupanti: «Nulla per noi ma tutto per tutti e tutte. Scendiamo solo se si trova un’abitazione per Susanna, rimasta senza casa dopo un incendio»
Alle prime luci dell’alba decine di blindati con a bordo polizia in tenuta anti-sommossa e operai dell’agenzia per l’edilizia residenziale pubblica (Ater) si sono presentati davanti L38 Squat, lo spazio sociale e abitativo in zona Laurentino 38 a Roma. Iniziando così lo sgombero dello storico luogo che, da 35 anni, anima il quartiere popolare del quadrante sud-ovest della capitale.
Le attiviste e gli attivisti si sono radunati sul tetto del sesto ponte occupato, mentre ai piedi del palazzo decine di persone sono accorse portando la propria solidarietà. Hanno posto una condizione per scendere dal tetto: una casa per un’abitante del posto, ospitata lì da quando un incendio ha distrutto il suo appartamento Ater. Proprio il tema abitativo, infatti, è centrale all’interno dell’esperienza di occupazione di L38 Squat.
Nel pomeriggio di oggi, 28 aprile, alle ore 16, diverse realtà romane si sono date appuntamento per un presidio di solidarietà.
35 anni a Laurentino 38
Laurentino 38 è uno dei quartieri romani nati nella grande espansione degli anni Settanta, e porta con sé le contraddizioni delle politiche abitative di quegli anni: enormi quartieri-dormitorio a cui, però, non furono integrati servizi. Destinando così il quartiere, da cui si poteva entrare inizialmente solo da due strade, alla marginalità geografica e sociale. Questa è la storia in cui affonda le radici L38 Squat, che, nei suoi 35 anni di esistenza, ha provato ad organizzarsi dal basso per rispondere alle conseguenze del fallimento del progetto urbano nel quartiere noto per gli enormi ponti che – però – rimasero vuoti.
I primi tentativi di occupazione di attiviste e attivisti arrivarono alla fine degli anni Ottanta, per poi arrivare alla sede che oggi ha visto la sua chiusura, occupata dal 1991.
In oltre tre decenni sono migliaia le iniziative che hanno attraversato L38 Squat, tra concerti, spettacoli, assemblee e laboratori. Nel posto c’è anche una sala prove, una palestra, la serigrafia, l’erboristeria, una sala giochi e una camera oscura.
Anche se la minaccia aleggiava fin dal 2016, l’ipotesi è diventata concreto lo scorso 29 gennaio. E negli stessi minuti in cui veniva affisso l’avviso davanti a L38 Squat, la polizia sgomberava dopo 23 anni di autogestione lo ZK Squat di Ostia, punto di riferimento nella scena musicale dell’intero movimento rave.
Quello dello spazio di Laurentino 38 è, quindi, solo l’ultimo sgombero della lista del governo Meloni - oltre ai casi più noti di Askatasuna di Torino e del Leoncavallo di Milano - che dal suo insediamento, tra ruspe e minacce, continua a fare intorno a sé il deserto, cancellando le realtà che da decenni rispondono a bisogni di socialità al di fuori dei circuiti del consumo, dentro e fuori la capitale. Nei luoghi abbandonati in cui le istituzioni non riescono ad intercettale.
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