A inizio settembre mi sono trovato per strada, a Milano, insieme a decine di migliaia di altre persone, dopo lo sgombero del Leoncavallo. Perché eravamo lì? Per protestare contro l’idea di sviluppo di una città sempre più spietata, i suoi cronici problemi abitativi, le speculazioni immobiliari. Ma anche in difesa di un’idea di cultura, di aggregazione. Forse qualcuno per nostalgia. Una signora accanto a me ha detto: «Mi sembra un corteo funebre per gli anni Novanta».

Un laboratorio

È stato in effetti proprio negli anni Novanta che gli edifici occupati per poterci vivere si sono trasformati in laboratori di pratiche militanti, ovvero nei centri sociali per come li conosciamo oggi. Ed è stato proprio il Leoncavallo, fondato nel ‘75, a trasformarsi per primo, a fine anni Ottanta, segnando questa nuova direzione e diventando così un modello – da replicare o trasformare ancora.

In Novanta – uscito per Einaudi – Valerio Mattioli racconta quella stagione, analizza alcune delle più significative esperienze dal basso nate in Italia in quel decennio, e il modo imprevedibile in cui quell’insieme di spazi occupati riuscì a generare immaginari, linguaggi, estetiche e forme di socialità, finendo per orientare la produzione culturale di un intero paese. Il primo esempio, il più evidente: il rap in Italia nasce, in buona sostanza, proprio nei centri sociali, grazie alle posse, collettivi hip hop politicizzati, legati a temi e ambienti militanti. Furono loro a trasformare una musica importata, praticamente inesistente sul nostro territorio, in un lessico urbano autoctono, connesso alle lotte e alle periferie.

Ma le esperienze citate nel libro sono tante, il racconto si articola seguendo il confronto di realtà locali anche molto diverse tra loro: Roma, Bologna, Padova, Bari, Palermo, Milano… ogni città, a volte ogni quartiere, ha avuto il suo centro sociale, nodi di una stessa rete, ognuno con la propria declinazione di pratiche, stili e priorità.

La festa diffusa e senza fine che si celebrava in quegli spazi era uno strumento di riappropriazione politica: «Quella del proprio tempo, dei propri affetti, e anche della propria identità», scrive Mattioli. Fu l’idea di festa, intesa come spazio di libertà, creazione e mescolanza, a svolgere una funzione decisiva nell’avvicinare migliaia di persone alle questioni politiche, e a permettere al mondo antagonista italiano di guadagnarsi una inedita centralità nell’immaginario collettivo nazionale.

A trainare quel movimento furono le molte forme che nei centri sociali nacquero e trovarono rifugio: oltre al rap, bisogna citare il cyberpunk, e quindi esperienze come quella della rivista underground Decoder, che partendo da una lugubre estetica fatta di distopie, allucinazioni fantascientifiche, mondi virtuali e ibridazioni uomo-macchina, portarono le prime riflessioni relative all’uso delle nuove tecnologie, alla rete e ai computer, e al rapporto tra tecnologia e agire collettivo, oltre alle prime pratiche hacker, in un periodo in cui internet diventava piano piano strumento di massa.

In parallelo si afferma poi la cultura rave, che ridefinisce la percezione della musica elettronica, dell’aggregazione notturna, dell’uso di sostanze. E l’hardcore, che in quegli anni vive uno dei suoi periodi più floridi, e tracima al di fuori della propria nicchia di appassionati.

Ma c’è anche l’emersione dell’immaginario queer, e forse dello stesso termine queer, per la prima volta nel nostro paese: l’incrocio cioè di diverse esperienze di femminismi, antagonismi gay, e nuovi discorsi su sesso, desiderio, identità, un altro mattone fondamentale per quello che succederà negli anni Duemila.

E poi radio, riviste e case editrici indipendenti, e altra musica, e teatro e performance nate dal basso che ampliano oltre ogni previsione la portata del fenomeno. In chiusura, nella parte più crepuscolare del libro, Mattioli racconta la fine del decennio, il momento in cui quel mondo era diventato talmente grande che, forse, non poteva che implodere; gli scontri tra le varie anime eterogenee di quella galassia, e la chiusura definitiva con il G8 di Genova, 2001: «Qualcosa non si era semplicemente rotto: era andato in frantumi per sempre». Qualcos’altro però era nato, nel frattempo, o aspettava solo di essere reinventato.

Mattioli mappa i movimenti culturali con rigore topografico, senza algidità enciclopediche, con una scrittura immediatamente riconoscibile per il suo ritmo obliquo e tagliente. Seguendo fili spesso nascosti o poco evidenti mostra come gli immaginari nascono, mutano, si consumano.

Nel suo precedente Superonda, del 2016, illuminava la storia sommersa della musica e la cultura underground italiana degli anni Sessanta e Settanta. Dopo due esperimenti narrativi alieni come Remoria ed Ex-Machina, entrambi abilmente camuffati da saggi, oggi torna a ricostruire la genealogia delle controculture italiane. Conosco Valerio da dieci anni, ci è capitato di lavorare insieme, per questa intervista lo raggiungo nella redazione di NERO Editions di cui è editor.

Mi sembra che un tratto distintivo forte, unico, di molte delle controculture di quegli anni fosse qualcosa che oggi si è perso: la fame di futuro, l’idea di potersi impossessare del domani prima del nemico.

Sì, in tanti di quei linguaggi si poteva rintracciare questa specie di scarica elettrica. Il desiderio di futuro, direi. Che li rendeva molto vibranti, e che nasceva dal confronto diretto a testa bassa con un mondo che nel suo complesso stava cambiando forma. Era un periodo di nuove musiche, nuove tecnologie, nuovi paradigmi, nuove estetiche dovute dall’avvento, in quel decennio, di tutta una serie di panorami ancora alieni per il mainstream, che però il mondo underground, dal basso, seppe accogliere, indagare, intercettare con largo anticipo. Sì, c’era un po’ questa impressione di essere arrivati nel futuro prima del nemico, si trattasse del rap come della cultura cyber.
Si può dire che i movimenti degli anni Novanta sono stati meno politicamente ortodossi, rispetto a quelli degli anni Sessanta e Settanta, e che avevano una specie di qualità sovversiva più intima e sotterranea, che trovava sfogo più che in passato nella generazione di nuova cultura?

C’è questo motivo ricorrente che torna spesso quando si affronta il tema del rapporto tra cultura e politica in Italia, ed è appunto la rilevanza del piano politico all’interno della mera «espressione culturale». È una cosa che a seconda dei momenti storici viene o esaltata o criticata: a volte viene vissuta come un fardello da cui bisogna emanciparsi. Succedeva anche nei Novanta: prendi la polemica che quasi subito interviene sul cosiddetto “rap militante”.

Il rap in Italia esplode grazie a esperienze politicamente connotate come le posse, nate per l’appunto dentro e con i centri sociali: Assalti Frontali, LHP, 99 Posse... E subito ci fu chi disse «eh ma il vero rap è un’altra cosa, queste posse avvelenano con la politica una musica che dovrebbe essere libera dai fardelli della militanza». E invece, fu proprio la presenza anche pressante della politica che rese queste esperienze così potenti e soprattutto credibili in Italia.

Quello che diventa inestricabile nei Novanta è però il tema della comunicazione, che arriva al centro della riflessione interna di centri sociali e movimenti.

La Pantera, il movimento studentesco del 1990 da cui davvero nasce la “stagione dei centri sociali”, si dotò persino di un logo, e anticipò diversi discorsi su come rapportarsi con i media, che linguaggio utilizzare per essere letti dall’esterno, di quali strumenti dotarsi per veicolare il proprio messaggio. Contemporaneamente, l’intero cyberpunk politico di riviste come Decoder indagò con largo anticipo le nuove frontiere dell’informazione, oltre che il tema del controllo sociale che le nuove tecnologie informatiche portavano con sé.

Ma la centralità della comunicazione – se non addirittura della mediatizzazione – la trovi anche nelle stesse Tute Bianche, che furono un’anima per molti versi prettamente politica di quel decennio, ma che in realtà nascevano da presupposti molto performativi, ai limiti dell’happening.

Se la controcultura è una forza che produce nuovi linguaggi e nuove estetiche in una nicchia all’interno di una società, poi quando si diffonde abbastanza arriva sempre lo stesso dilemma: come ci si deve comportare quando si cresce troppo?

Sì, è un nodo classico. Considera poi che gli anni Novanta alle spalle hanno un decennio come gli Ottanta in cui c’era una totale alterità dell’elemento controculturale rispetto al mainstream, mutuata dalle forme più radicali della cultura punk e post-punk. E questa alterità la ritrovi in tante esperienze dei primi anni Novanta: l’enfasi sull’autoproduzione, il rigetto dei canali mainstream, la distribuzione alternativa dei materiali, i dischi delle posse riportanti la scritta «non pagare più di tot lire», la dicitura della stessa Decoder che orgogliosa recitava «rivista internazionale underground».

Poi però queste realtà si sono trovate a essere più grandi di quanto preventivato.

E lì il tema è diventato: che facciamo, proviamo a fare sì che questo mondo alternativo che abbiamo costruito provi a strutturarsi sempre di più, a competere con i canali ufficiali, con il mainstream stesso? Oppure, visto che è un’impresa di fatto impossibile, in qualche modo cediamo, entriamo anche noi “nel mercato”, cercando quantomeno di penetrare il mainstream, rimanendo però coerenti nei contenuti?

In un certo senso, poteva persino essere un motivo d’orgoglio: guarda, ormai siamo talmente rilevanti, talmente importanti che finiamo pure sulla Rai e i giornali sono costretti a parlare di noi. Però appunto là appare subito lo spettro della sussunzione, cioè della banalizzazione dei linguaggi, la paura che dal piccolo al grande, dalla nicchia alla platea generalista si perda qualcosa.

E questo rischio si è puntualmente concretizzato: la carica sovversiva che poteva avere il rap o il cyberpunk nel ‘90 o nel ‘91, diventa in pochi anni il pretesto per operazioni commerciali dal sapore cringe tipo i film di Salvatores di quegli anni, tipo Sud o Nirvana.

È anche interessante notare come tutta questa parabola si sviluppi in parallelo con un processo più propriamente politico all’interno dei movimenti. Da una parte, formazioni come i 99 Posse che esordiscono con pezzi con titoli tipo Salario garantito e in pochi anni finiscono sui palchi degli MTV Days. Dall’altra, una parte della sinistra antagonista che, a un certo punto, decide di interloquire con la sinistra istituzionale e le amministrazioni delle città, quantomeno quelle considerate “amiche”.

Leggendo il libro non ho provato nostalgia, perché quegli anni non ho fatto in tempo a viverli davvero. Ho provato però una grande malinconia, questo sì, è stato doloroso, da un certo punto di vista, constatare che oggi quel fermento, quelle possibilità, quei luoghi arrancano o non ci sono più, che forse molte di quelle energie sono state alla fine sprecate.

Capisco la malinconia come sentimento agrodolce, però non utilizzerei l’aggettivo “sprecato” per quelle esperienze. Sono stati dieci anni di inesausta creazione di linguaggi, situazioni, esperienze, battaglie, trovate di tutti i tipi. È un periodo lungo, e a un certo punto è anche fisiologico che certe vicende arrivino un po’ al capolinea. Un esempio classico in questo senso è Luther Blissett: uno pseudonimo collettivo utilizzato da attivisti, scrittori, artisti, che genererà tattiche di manipolazione dei media, teorie sul rapporto tra politica e informazione, sabotaggi, trasmissioni radio, performance, di tutto.

Blissett esplode alla metà degli anni Novanta, diventa subito uno dei fenomeni più discussi e dirompenti del panorama italiano (anche mainstream), ma già dopo pochi anni gli stessi animatori del progetto capiscono che non può proseguire in eterno.

Alcuni dialogano anche loro col mercato e partoriscono l’ultimo grande exploit del gruppo, la pubblicazione di un romanzo come Q, per Einaudi, che fu un caso editoriale pazzesco e che fu un’altra prova di quanto quel mondo fosse ormai diventato rilevante. E in qualche modo Q chiude l’esperienza Luther Blissett (non senza mille polemiche interne, ovviamente), e la parte di Luther Blissett che aveva dato vita a Q poi diventerà Wu Ming.

Ma ci sono centinaia di situazioni del genere, che hanno macinato immaginario, e che non scompaiono né falliscono, ma si trasformano. Compreso il modello dei centri sociali, che a dire il vero entra in crisi da ben prima di Genova 2001. Però, anche qui, penso si tratti di un passaggio fisiologico. Quel mondo lì era diventato veramente enorme, e quando le dimensioni aumentano, aumentano anche le contraddizioni, le crisi, persino le faide interne.

Ma cosa rimane oggi di quelle esperienze? C’è un continuum, uno spirito ancora vivo che innerva i nuovi linguaggi, le nuove scene?

Be’, il fantasma dei Novanta lo ritrovi facilmente in giro, anche se la memoria di alcune cose si è persa. Tanti degli spazi che c’erano all’epoca ancora resistono, e ancora continuano a funzionare come laboratori, anche per le generazioni successive. Vedo tanti fili rossi che si sono dipanati nel corso degli anni, dei decenni. Per esempio: i ragazzi e le ragazze anche giovanissimi che si trovano adesso nella scena dei free party, hanno ben chiaro di venire da quella storia lì, dal precedente degli anni Novanta.

Recentemente sono stato alla presentazione di un libro intitolato Incognita K. Free tekno e cospirazioni in cassa dritta, di Ana Nitu, l’hanno presentato al Forte Prenestino. Ed è stato interessante vedere come questi ragazzi riprendessero concetti come quello di TAZ, “zona temporaneamente autonoma”, uno dei tormentoni della scena rave anni Novanta.

Però sul piano delle nuove tecnologie, e sul controllo sociale delle nuove tecnologie, la sconfitta è stata grande e completa.
I tentativi di pensiero critico ci sono ancora, c’è un continuum anche su quel versante lì. Naturalmente i pesi in campo ormai si sono fatti talmente diversi, che quella sensazione che uno poteva avere negli anni Novanta, di essere arrivati in anticipo sul campo di battaglia, di essere i primi a sfruttare le potenzialità della rete quando il nemico era ancora offline, è ormai materialmente impossibile da replicare.

Stai portando in giro il libro spesso nei luoghi che racconti lì, quando ci sono ancora. Che tipo di accoglienza sta ricevendo?

Sono in attesa del processo da parte del tribunale del popolo, che finora ancora non c’è stato. Ovviamente mi capita di registrare diverse lamentele – ti sei dimenticato questo! Non parli di quest’altro! – e sono tutte lamentele giuste, perché la mia è comunque una ricostruzione parziale, se vogliamo persino “orientata”.

Una cosa che però mi ha colpito, anche in fase di scrittura del libro, è proprio la differenza che c’è oggi nei ricordi di quelle esperienze. D’altronde, quella emersa dai centri sociali degli anni Novanta non era un’organizzazione: era una galassia, un arcipelago, e questo a volte ha prodotto delle letture tra loro quasi inconciliabili. Per esempio: un episodio centrale raccontato nel libro, sono le vicende del 1998 che a Torino, dopo un’assurda gogna mediatica e giudiziaria, portano al suicidio di Sole e Baleno, due squatter accusati di aver compiuto azioni ecoterroristiche. È un episodio drammatico che ovviamente si ricordano tutti: ma per qualcuno fu effettivamente la fine di un’era, anche per via della lacerazione che “il caso squatters” produsse all’interno dei movimenti; mentre per altri resta un dettaglio certo doloroso, ma tutto sommato marginale.

Due temi tornano spesso nel libro, quando si parla dei centri sociali, sono proprio le accuse che ricevono – dall’esterno – di troppa conflittualità tra i gruppi, oltre a quelle di essere posti elitari.

Ma sai, i centri sociali erano, e sono, spazi nati dal basso in cui per definizione è centrale una certa carica spontaneista - perlomeno nella maggior parte di essi. Tolti pochi casi, non nascono da un programma strutturato e articolato in punti secondo qualche ordine del giorno approvato dal comitato centrale: quelli esplosi negli anni Novanta spesso nascevano da piccoli gruppi di giovani e giovanissimi accomunati da legami di affinità, di sensibilità condivisa, di attitudine – oltre che naturalmente da un preciso bagaglio politico e da una serie di valori condivisi.

Ma non necessariamente il collettivo che aveva occupato il capannone X vibrava sulle stesse corde di quello che aveva occupato il casermone Y, e questo produceva linguaggi diversi, politiche diverse, estetiche diverse, “stili” diversi – ed era proprio questo il bello. Per quanto riguarda l’accusa di “elitarismo” di posti tipo, chessò, il Forte Prenestino... Senti, ma può essere elitario un posto dove, in una serata qualunque, tu ti ritrovavi assieme a migliaia di persone molto spesso squattrinate e vedere mostri sacri tipo gli Autechre alla modica cifra di cinque euro di oggi?


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