Dopo tanta propaganda e tanti segnali di fumo, finalmente qualche elemento certo nella breve, ma già complicata storia di Ita, la compagnia aerea che dal 15 ottobre ha preso il posto di Alitalia.

Per acquistarla scendono in campo due colossi del trasporto mondiale: Lufthansa, la grande compagnia tedesca che già anni fa aveva avviato il suo corteggiamento per Alitalia. E Msc, colosso marittimo delle crociere e del traffico merci, uno dei primi cinque nel mondo, che fa capo al gruppo svizzero di Gianluigi Aponte, l’armatore salernitano che da molto tempo ha deciso di vivere in Svizzera e di trasferire lì le sue attività.

Entrambi hanno concordato con i vertici di Ita un percorso di tre mesi durante il quale effettueranno la due diligence mettendo cioè il naso nei conti e nei documenti dell’azienda verificando in prima persona le sue condizioni.

Al termine di questo periodo decideranno il da farsi, cioè se vale la pena impegnarsi in una società che così come è stata organizzata fino a ora avrebbe avuto davvero poco futuro e poi valuteranno quanto intendono pagare.

La strategia

Così come è specificato nel comunicato ufficiale di Ita, Lufthansa e Aponte si scomodano, se così si può dire, non tanto per avviare una partnership con la compagnia italiana, ma per prendere la maggioranza, cioè per acquisirne il controllo.

Ita, cioè lo stato italiano che ora è proprietario al 100 per cento, dovrà farsi da parte limitandosi a una quota di minoranza e lasciando agli altri la guida effettiva.

Che questo fosse lo sbocco inevitabile era chiaro a chiunque non volesse fare propaganda e volesse guardare in faccia la realtà delle cose, anche se per settimane i grandi giornali hanno preferito dar credito solo alle dichiarazione del presidente Alfredo Altavilla, ripetute, per la verità, anche ai parlamentari della commissione Trasporti.

A lungo è stato detto e ripetuto che la nuova compagnia aveva un radioso futuro e che sarebbe diventata un punto di riferimento nel trasporto aereo nazionale ed europeo.

In realtà non era pensabile che una società come Ita che negli ultimi giorni lo stesso presidente aveva connotato come incapace di stare in piedi da sola e che come Alitalia anche a causa della pandemia perde due milioni di euro al giorno, potesse seriamente trattare da pari a pari una partnership con qualche soggetto interessato.

Il suo destino era segnato fin dalla nascita e ora, caso mai, ci sarebbe da capire perché la nuova compagnia è stata fatta nascere e soprattutto in quel modo. Per Ita lo stato italiano ha messo nel piatto tre miliardi di euro anche se al momento ne ha tirati fuori meno della metà, 1 miliardo e 350 milioni di euro. Che sono comunque un’enormità.

Probabilmente il compito vero di Ita non era raccontabile all’opinione pubblica ed era duplice: in primo luogo fare macelleria sociale, cioè «ripulire» la società dei dipendenti considerati in eccesso così da consegnare al nuovo arrivato un’azienda snellita e con stipendi ridotti fino al 40 per cento rispetto a prima.

Il secondo compito è in linea con il primo ed era quello di eliminare tutti quei contratti più che onerosi della vecchia Alitalia, a cominciare da quelli degli aerei, presi in leasing da società irlandesi controllate da Alitalia a prezzi da amatori con un sistema opaco su cui nessuno ha mai voluto fare chiarezza. Entrambi gli obiettivi sono stati centrati in pieno da Altavilla e dall’amministratore Fabio Lazzerini: il numero dei dipendenti è sceso da 10.500 a poco più di 2 mila, mentre i contratti di leasing sono stati in gran parte annullati e gli aerei resi.

Al loro posto sono stati comprati 28 nuovi Airbus con una spesa di almeno 1 miliardi di euro. Ma c’era proprio bisogno di comprare tutti questi jet se il destino segnato di Ita era quello di finire in bocca a qualche soggetto più forte?

È vero che presumibilmente anche questi assett finiranno nel conto complessivo dell’eventuale acquisto di Lufthansa e Aponte, ma l’impressione che se ne ricava dall’esterno, in assenza di ulteriori chiarimenti, è che tutta la vicenda di Ita avviata più di un anno fa sia stata contrassegnata da molta improvvisazione, molta propaganda e forse anche qualche dose di incompetenza.

Gli obiettivi di Aponte e Lufthansa

AP

I connotati dei nuovi probabili futuri padroni di Ita lasciano intravedere che cosa essi abbiano in mente rispetto al trasporto aereo italiano. Lufthansa punta a mettere finalmente le mani su un mercato come quello italiano fatto da 60 milioni di potenziali clienti con una notevole capacità di spesa.

L’acquisto di Ita sembra il prezzo che Lufthansa è disposta a pagare per arrivare a questo obiettivo. La presenza di Aponte ha il significato di una sinergia vera, non di quelle declamate nei convegni o quelle che tempo fa stavano alla base della pretesa assurda che fossero le Ferrovie italiane a salvare Alitalia.

Aponte significa crociere e crociere significano turismo. È appunto in funzione del turismo che probabilmente Aponte si accinge a salire dalla tolda delle navi alla cloche degli aerei.

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