Un migliaio di persone e oltre trenta comitati da tutta Italia in piazza per chiedere una moratoria sui nuovi impianti e un piano nazionale. Dal consumo di suolo all’energia, fino agli interessi delle multinazionali: le proteste locali diventano una mobilitazione contro l’espansione incontrollata delle infrastrutture dell’Ia. «La situazione è caotica, priva di ogni programmazione»
A Travagliato, nella pianura bresciana, quattordici ettari di campagna hanno già un futuro disegnato sulle carte: un data center. Il comitato per la tutela dell’ambiente nasce attorno a quelle mappe, alle domande sul consumo di suolo, sull’elettricità necessaria, su ciò che resterà al paese. Prima ancora degli striscioni, c’è stata la lettura dei documenti.
A Rho, alle porte di Milano, i progetti sono tre, a poca distanza. Il comitato San Michele-San Martino raccoglie firme e organizza assemblee: non basta valutare ogni edificio separatamente, bisogna sommarne gli effetti. Il 3 ottobre oltre seicento persone attraversano la città in corteo. A Lacchiarella si discute invece di un campus da circa 230mila metri quadrati e investimenti annunciati superiori a tre miliardi di euro.
Il Comitato Ciarlasco promuove una manifestazione a luglio e incontra altre realtà. A Certosa di Pavia la protesta passa anche dai calcoli: consumo energetico, calore disperso, distanza dalle case. A studiarli con il comitato c’è Sergio Manera, fisico dell’università di Pavia.
Quattro storie tra quelle arrivate in piazza della Scala, a Milano, alla manifestazione nazionale contro l’espansione dei data center. Circa mille persone non meno di trenta comitati collegati dalla Rete Stop Data Center, dalla Lombardia fino al Lazio e al Piemonte. Prima le assemblee nei comuni, poi lo scambio delle carte, i contatti tra chi aveva imparato a decifrare autorizzazioni e progetti, infine le iniziative comuni. Ogni vertenza ha scoperto che il proprio caso non era isolato.
Davanti a Palazzo Marino la piazza assomiglia a un’assemblea all’aperto. Al microfono si susseguono nomi di paesi, progetti, racconti, terreni, battaglie. Ogni intervento parte da un luogo preciso e cerca un collegamento con gli altri. Nelle prime file si ascolta, più indietro si discute tra cartelli e striscioni. Ci sono sindacati ed esponenti politici. «La situazione è caotica, priva di ogni programmazione», denuncia Onorio Rosati, consigliere regionale di Avs, chiedendo «una moratoria sulle nuove richieste di apertura di data center in Lombardia».
Questa la richiesta che tiene insieme le vertenze: fermare le autorizzazioni fino a un piano nazionale che stabilisca quanti impianti servano, dove e con quali garanzie.
Un piano nazionale
«Serve un piano nazionale strategico», sostiene nel suo intervento Enrico Duranti, del Comitato Ciarlasco di Lacchiarella e tra gli animatori della Rete Stop Data Center. «Abbiamo conosciuto fisici, medici, ingegneri, tecnici. Questa è la nostra forza». La richiesta di moratoria è stata inviata alle istituzioni nazionali.
I data center sono l’infrastruttura fisica del cloud e dell’intelligenza artificiale: edifici pieni di server che conservano ed elaborano informazioni. Richiedono molta elettricità, raffreddamento e collegamenti alla rete; producono calore e rumore. La Lombardia è la regione con più progetti attivi o un via di attivazione.
Ma molti interventi in piazza spostano il discorso oltre l’impatto ambientale. La capacità di calcolo può essere impiegata anche nella sorveglianza, nell’intelligence e nelle tecnologie militari: non ogni impianto ha finalità belliche, ma sapere chi lo gestirà e per quali attività diventa una questione politica.
I comitati denunciano inoltre la speculazione immobiliare: la prospettiva di un grande investimento può trasformare il valore di terreni agricoli e aree dismesse, mentre le comunità chiedono chi pagherà nuove infrastrutture e costi ambientali.
«Oggi mi tolgo il cappello del fisico e voglio parlare da cittadino», dice Manera. Contesta la legge regionale di giugno, che a suo giudizio tratta i data center come capannoni anziché come industrie energivore.
Cita l’ex Novaceta di Magenta, dove è previsto un impianto vicino alle case: secondo simulazioni preliminari da lui presentate, ancora da verificare, il calore potrebbe aumentare localmente la temperatura fino a quattro gradi. Duranti parla invece del rischio di «colonizzazione» da parte delle grandi imprese statunitensi.
A Travagliato i quattordici ettari di campagna sono ancora lì. A Rho i progetti restano tre. A Lacchiarella il campus continua a occupare le carte degli uffici. Nessuna vertenza è risolta. Ma i comitati che si trovavano soli davanti a un progetto hanno scoperto di confrontarsi con lo stesso processo economico. E hanno cominciato a organizzarsi alla sua scala.
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