Dall’Inghilterra alla Scozia, negli ultimi anni si sono moltiplicate le proposte per costruire data center su terreni agricoli. In risposta sono nati comitati e associazioni che chiedono una moratoria sui nuovi progetti: «Tra vent’anni chiederemo a ChatGpt come nutrirci e l’Ia ci risponderà che non avremmo dovuto costruire gli impianti»
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Faceva così caldo che sugli spalti di Wimbledon, per proteggersi dal sole, gli spettatori prendevano i giornali e li piegavano fino a farli diventare dei copricapi. Faceva così caldo che, pur di trovare un po’ di frescura, le persone entravano a piedi nudi nelle fontane pubbliche delle grandi città. Faceva così caldo, ma era l’estate del 1976, ed era ancora un evento eccezionale.
Cinquant’anni dopo, le tacchette del termometro segnano i 38 gradi centigradi, e in un fine luglio bollente, destinato secondo gli esperti del clima a diventare la normalità, l’Environment Agency dichiara l’emergenza siccità in Inghilterra.
Davide e Golia
La terra brucia. È arsa, gialla. I raccolti sono scarsi. Quest’autunno nei mercati contadini e sugli scaffali dei supermercati ci saranno meno pastinache, meno carote e meno patate. Scarseggeranno le verdure e i tuberi che crescono sottoterra, che hanno ricevuto poca o nulla umidità. E ci saranno anche meno carni e latticini, perché le colture foraggere hanno subìto la stessa sorte.
I contadini britannici lanciano l’allarme, sono i primi a toccare con mano i danni causati dalle temperature estreme. E, come se non bastasse, come se la lotta contro il gigante Golia che alita calore e immobilizza le campagne non fosse già di per sé una battaglia persa in partenza, gli agricoltori si ritrovano a fronteggiare un’altra minaccia: la perdita delle terre per far spazio alla costruzione di data center e Bess, gli impianti di accumulo di energia a batteria.
Dall’Inghilterra alla Scozia, negli ultimi due anni si sono moltiplicate le proposte per costruire data center su terreni agricoli, conseguenza diretta della crescente domanda di server, spazio e infrastrutture necessarie per alimentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In risposta sono nati comitati, associazioni e gruppi d’azione che chiedono ai governi locali e a Westminster una moratoria sui nuovi progetti che sorgeranno al di fuori delle zone già designate per lo sviluppo dell’Ia (le cosiddette “AI Growth Zones”), insieme all’introduzione obbligatoria di valutazioni d’impatto ambientale prima dell’approvazione di qualsiasi nuovo progetto.
Nel Devonshire, la contea situata nel sudovest dell’Inghilterra, il Devon Data Centre & Bess Action Group porta avanti da inizio anno una campagna per bloccare la costruzione del campus per data center e batterie voluto dall’azienda britannica Xlinks.
Secondo il piano, l’area edificata coprirebbe una superficie totale di circa 344 ettari, l’equivalente di 640 campi da calcio. «È raro che i Bess portino benefici a livello locale – si legge sul sito del gruppo – ed è per questo che solitamente vengono costruiti dove il paesaggio è spoglio. Qui, invece, il rischio è che il campus finisca per appiattire colline che vengono coltivate da secoli». Al momento, due petizioni parlamentari e altre due associazioni locali si sono unite alla campagna.
Terre o dati?
In Scozia, secondo quanto denunciato da Action to Protect Rural Scotland, una delle associazioni ambientaliste più anziane della nazione, sarebbero circa 21 i nuovi data center proposti, alcuni dei quali destinati a sorgere proprio su terre coltivabili. Se realizzati e utilizzati tutti a pieno regime, richiederebbero una potenza elettrica superiore al picco di domanda invernale dell’intera Scozia, oggi pari a circa quattromila megawatt.
«Ci sarebbe così tanto da dire su questo punto – spiega Pamela Paton di Aprs – oltre agli enormi problemi legati al fabbisogno energetico (che comprometterebbero gli obiettivi climatici della Scozia) ci sono le questioni relative all’impatto sul paesaggio, sulla biodiversità e sulle comunità locali; e i problemi legati all’inquinamento acustico, atmosferico e idrico, solo per citarne altri».
Mercoledì 16 settembre, i membri del Parlamento scozzese hanno appoggiato una mozione dei laburisti per bloccare, almeno per i prossimi 12 mesi, lo sviluppo di nuovi progetti, in attesa che vengano stabilite regole più rigide sulla costruzione dei data center hyperscale. «Abbiamo accolto la decisione con grande favore – prosegue Pamela Paton – e speriamo che questa opportunità venga colta per indagare quali sono gli impatti reali e complessivi delle infrastrutture legate all’intelligenza artificiale, e cosa significhino per la Scozia. Noi, nel frattempo, continueremo a lavorare alla nostra campagna».
Le sezioni locali di Aprs sono in contatto diretto anche con i contadini, che sentono la questione particolarmente vicina: «Uno di loro è sconvolto dall’idea di buttare cemento su un terreno di classe 2 – spiega Sarah Finlay, membro della campagna Aprs nella zona di West Edinburgh – in Scozia ce n’è pochissimo e si tratta di terreno di altissima qualità, in grado di produrre molto cibo. Al momento, su uno dei campi destinati ai data center, vengono coltivate patate da seme che saranno raccolte a breve».
Dall’altro lato, le aziende incaricate di edificare le infrastrutture vedono nella presenza degli impianti un’opportunità di crescita per il territorio e l’occasione perfetta per convertire le coltivazioni in alberi da frutto e pomodori. Paradossalmente, è proprio il rilascio di calore il punto di forza su cui le compagnie puntano per vendere il progetto e convincere l’opinione pubblica a non creare ostacoli. Nel clima fresco e piovoso della Scozia i terreni restituiscono patate, rape, avena e grano, ma se il calore venisse convogliato verso le serre i contadini avrebbero l’opportunità di far crescere pomodori e altri ortaggi finora tipicamente riservati ai climi mediterranei.
Per gli attivisti è una promessa che non regge. Date le eccessive temperature registrate in estate negli ultimi anni, il calore di scarto generato dal funzionamento dei server non farà altro che aggravare i problemi legati alla siccità. Per gli agricoltori scozzesi, appare assurda l’idea di diventare competitivi in un mercato già dominato da paesi come Marocco e Spagna.
In tutto il Regno Unito, i prossimi dodici mesi saranno fondamentali per capire come si evolveranno le regolamentazioni intorno alla questione dei data center. Nel frattempo, associazioni e attivisti si preparano anche ad affrontare lo scenario peggiore: cosa succederebbe alle risorse idriche e agricole se tutti i progetti venissero approvati? «Ho una battuta ricorrente che uso in questi casi – conclude Sarah Finlay – Se le cose vanno storte, tra vent’anni chiederemo a ChatGpt come nutrirci, e l’Ia ci risponderà che non avremmo dovuto costruire i data center».
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