Avremmo preferito parlare di fatti che non riguardano cronisti di Domani, ma siamo obbligati a farlo perché la situazione in cui si trova il nostro inviato Nello Trocchia è seria
E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo. Ma non perché ci fa paura, perché ci dà sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace». Le parole pronunciate da Salvo, interpretato da Claudio Gioè, nel film I cento passi, raccontano dell’indifferenza, che si trasforma in acquiescenza e spesso si evolve in connivenza. Avremmo preferito parlare di fatti che non riguardano cronisti di Domani, ma siamo obbligati a farlo perché la situazione in cui si trova il nostro inviato Nello Trocchia è seria.
Di fronte al silenzio, all’inerzia delle istituzioni e all’isolamento nel nostro stesso ambiente giornalistico, è necessario rendere pubbliche le continue intimidazioni che in questi ultimi mesi hanno avuto come obiettivo Trocchia, che, nonostante tutto e convivendo con la paura normale e umana, ha proseguito nel suo lavoro.
Solo chi ha fatto della ricerca quotidiana sui territori il proprio mestiere conosce i rischi di quel muoversi a caccia di notizie sui poteri criminali. Chi scrive ha vissuto quasi dieci anni sotto protezione. E ricordo il giorno in cui tutto è finito: è stato come rinascere con quella sensazione di libertà piena di movimento. A volte è però necessario tutelare i cronisti perché questi possano scrivere e scrivere ancora di chi i territori li usa come feudi, impoverendoli, e sottrae il futuro delle generazioni future. Proteggere i giornalisti non è mai un costo, come si è sentito molte volte anche da pulpiti della politica. Una tesi peraltro che anche molti boss in aula di tribunale hanno riproposto assolvendosi dalle minacce rivolte ai giornalisti.
È irresponsabile attendere che la situazione che sta vivendo Trocchia da seria muti in grave: «Mori tanto lo sai che mori», gli hanno scritto. Parole del tenore “Muori e lo sai che morirai” scritte da figure del milieu della mala romana legata a sistemi criminali di alto livello impongono di parlarne. E come ignorare l’inquietante incontro di Trocchia in stazione, dove un picchiatore collegato ai narcos romani gli ha spiegato che era meglio per lui finirla di scrivere certe cose.
No, questi fatti non possono cadere così nel vuoto dell’indifferenza istituzionale.
Le mafie colpiscono quando sanno di non provocare clamore. Colpiscono chi è isolato, solo, abbandonato da tutti. Nella storia italiana è sempre andata così. Cronisti come Giancarlo Siani, il solo che scriveva di accordi che facevano impallidire tutti gli altri suoi colleghi: «Ma chi te lo fa fare?», «Te la sei cercata». Quante volte Trocchia e molti altri come lui hanno subito l’umiliazione di sentirsi sbagliati. Documentare è un nostro dovere, non ci può essere nulla di sbagliato o eroico in questo. E, se raccontare i poteri corrotti ti trasforma in eroe, il problema è di un paese codardo, incline a girarsi appena può dall’altra parte. Finché il sangue non bagna le sue strade. Poi e solo allora si versano lacrime e si scrivono ipocriti coccodrilli.
Di certo suscita rabbia l’assistere ancora oggi alla delegittimazione dei giornalisti esposti. Come se la storia di questo paese non avesse mostrato quanto sia pericolosa una strategia di questo tipo. Si può essere d’accordo o meno sulle opinioni. Ma i fatti restano fatti. Si può dibattere su una notizia, ma attaccare personalmente il cronista è un gioco sporco, che mira a trasformare quella firma in obiettivo. Allo stesso modo la macchina della delegittimazione funziona a gran ritmo quando si tratta di bruciare le fonti segrete dei cronisti che si occupano di materie assai delicate. In questo, in Italia, siamo maestri. Eppure il sangue versato dagli undici colleghi ammazzati dalle mafie e dal terrorismo avrebbe dovuto insegnare qualcosa alla categoria, ancora ostaggio di egoismi, invidie e dell’inutile autoreferenzialità, che oggi appare ancora più ridicola nella crisi profonda dell’informazione, con la quale ci confrontiamo e che avrebbe bisogno di unità e solidarietà condivisa.
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