Nonna Roma è una delle tante realtà che nelle ultime tre settimane si è stretta intorno alla comunità di Spin Time, dopo che, la notte tra il 29 e il 30 luglio, i suoi abitanti sono stati costretti a lasciare il palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme. I suoi volontari hanno condiviso con loro i lunghissimi giorni in cui si sono ritrovati senza una casa, costretti a vivere in strada. Aspettando prima la risposta di Investire Sgr, proprietaria dell’immobile, alla proposta di acquisto da parte della Giunta Gualtieri. E, dopo il rifiuto all’accordo ponte, che avrebbe permesso agli abitanti di rientrare gradualmente, con loro ha atteso che tutti trovassero degli alloggi provvisori. Il suo presidente, Alberto Campailla, firma una lettera aperta che pubblichiamo integralmente. 


«Sono stati giorni intensi quelli vissuti attorno a Spin Time. E oggi possiamo dirlo con chiarezza: quello che è avvenuto è stato uno sgombero.

Ma possiamo dire con altrettanta chiarezza un’altra cosa: Spin Time ha vinto una prima importante battaglia. Dopo tredici anni di lotta, più di 400 persone che hanno diritto alla casa popolare che vivevano in quel palazzo, avranno un alloggio. È un risultato enorme, conquistato grazie alla determinazione degli abitanti, e a una lotta che non si è fermata nemmeno davanti allo sgombero.

Rimane però la ferita della chiusura di una delle esperienze più importanti della Capitale. Un luogo che per tredici anni ha tenuto insieme diritto alla casa, accesso alla cultura, mutualismo, solidarietà, iniziativa sociale e politica. Il tentativo concreto di praticare un’idea diversa di città. Non nei convegni o sui social, ma ogni giorno.

Non è un caso che questa esperienza sia nata all’Esquilino, un quartiere nel cuore di Roma attraversato da contraddizioni enormi: la pressione della turistificazione e della rendita immobiliare da una parte, la marginalità e la presenza di tante persone senza dimora dall’altra. Lo stesso quartiere che il governo Meloni ha scelto di trattare come un problema di ordine pubblico trasformandolo in una “zona rossa”.

Con lo sgombero si è tentato di cancellare questa esperienza, che ha costruito un’enorme ricchezza sociale contro i piani di Investire Sgr di trasformare l’immobile nell’ennesimo hotel di lusso.

Il tentativo dell’amministrazione comunale di acquistare l’immobile - così come previsto dal Piano Casa cittadino - con il sostegno della Curia romana, è stato vero. Sul tavolo c’era una proposta seria e credibile, che avrebbe permesso di salvare Spin Time e affrontare il problema abitativo delle persone che vivevano nel palazzo. La proprietà ha deciso di rifiutarla, su pressione del governo, come ha confermato pubblicamente il deputato romano di Fratelli d’Italia Marco Perissa.

È la saldatura tra una destra reazionaria e gli interessi dei fondi immobiliari e degli speculatori, di chi considera la casa innanzitutto un asset finanziario. È la stessa impostazione del Piano Casa del governo Meloni: davanti a una crisi abitativa che è uno dei grandi problemi del nostro presente, invece di rafforzare l’edilizia pubblica e sostenere chi non riesce a pagare gli affitti, ci si affida ancora una volta ai grandi operatori immobiliari.

Però la vicenda del futuro dello stabile di via di Santa Croce in Gerusalemme non si è conclusa. Come chiedono gli attivisti, la prospettiva deve rimanere quella dell’acquisizione del palazzo. Se la proprietà continuerà a rifiutare ogni accordo, bisognerà valutare tutti gli strumenti a disposizione dell’amministrazione pubblica, compreso l’esproprio. Riportare quell’immobile sotto il controllo pubblico non significherebbe soltanto salvare Spin Time: rappresenterebbe una prima vittoria concreta contro la rendita e lo strapotere dei fondi immobiliari in questa città.

Quando abbiamo lanciato lo slogan «è ancora il tempo di Spin Time» questo intendevamo dire: la lotta non si è conclusa, perché è il modello di città e di sviluppo il punto politico della vicenda, non solo il futuro di una singola esperienza (per quanto straordinaria), e la conquista del diritto alla casa per gli occupanti.

La vicenda dell’immobile di Spin Time non è un’eccezione, ma piuttosto il paradigma di quello che sta accadendo in città. Pensiamo a via Badoero, con gli immobili nel portafoglio del Fondo Cicerone, gestito da Fabrica Sgr, dove gli inquilini rischiano di essere mandati via. Pensiamo agli ex Mercati Generali, dove in un’area pubblica strategica il progetto legato a Hines prevede un enorme studentato privato. E poi decine di studentati privati, nuovi hotel di lusso, immobili e pezzi di città trasformati in terreno di investimento per fondi e grandi operatori finanziari.

A questo si aggiunge la turistificazione, con la crescita degli affitti brevi che sottrae abitazioni alla residenza e aumenta la pressione sui prezzi. E ci sono le altre vertenze che attraversano Roma e le sue periferie sociali e geografiche, dall’ex Ama di Montagnola a Bastogi, fino al futuro di Quarticciolo investito dal Decreto Caivano.

Sono vicende diverse ma raccontano una stessa tendenza: la casa e lo spazio urbano diventano sempre più terreno di profitto, mentre per chi vive Roma diventa sempre più difficile permettersi di abitarla.

Scelte urbanistiche, grandi operazioni immobiliari e l’assenza di argini alla turistificazione hanno contribuito a un modello di sviluppo che favorisce la rendita e gli investimenti privati anziché il diritto ad abitare Roma. Qui emerge una contraddizione che non possiamo ignorare: non si può provare a fermare lo strapotere di un fondo immobiliare quando riguarda Spin Time e, contemporaneamente, guardare al “modello Milano” per il futuro di Roma.

Per questo alcune settimane fa, insieme ad attivisti e studiosi, abbiamo promosso l’appello “Per chi è Roma?”. Un messaggio alla città e all’amministrazione: insieme possiamo costruire un futuro diverso, che parta dal diritto di chi abita a Roma di potere continuare a farlo.

In queste settimane abbiamo visto anche qualcos’altro. Nei giorni della resistenza di Spin Time c’è stato un popolo di volontarie e volontari, associazioni, realtà sociali, semplici cittadini. Chi portava un materassino o una bottiglia d’acqua, chi aiutava le persone costrette a dormire per strada, chi faceva i turni al presidio, chi organizzava iniziative culturali.

È il popolo della città pubblica. Lo stesso che ha attraversato il corteo per gli ex Mercati Generali e che ritroviamo nelle vertenze territoriali, nei comitati, nelle associazioni, negli spazi sociali e culturali. Un pezzo di Roma che non accetta che il futuro della città venga deciso esclusivamente sulla base della capacità di spesa. È da qui che dobbiamo ripartire.

Al sindaco e all’amministrazione comunale va posta una questione chiara. Su Spin Time continua ad esser necessario un impegno serio per difendere un modello, e la stessa determinazione occorre sulle altre grandi questioni che stanno trasformando Roma.

Ma una responsabilità spetta anche a noi. A chi è impegnato nelle battaglie sociali, nelle vertenze per la casa, negli spazi sociali e culturali, nei comitati e nei movimenti. Dobbiamo smettere di misurare i centimetri di distanza che ci separano, di perderci nel posizionamento e nell’identitarismo. C’è un popolo disposto a mobilitarsi se la direzione è chiara, se la lotta è concreta.

Per questo il 19 e il 20 settembre dobbiamo essere tutte e tutti accanto a Spin Time, una due giorni che serve a salvare un’esperienza che appartiene alla città, a chiedere un’inversione di rotta nelle politiche urbanistiche e della casa a Roma, per fermare turistificazione e speculazione e per mettere i fondi immobiliari fuori dalle nostre vite.

Invertire la rotta è possibile. Cominciamo da qui».

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