Come ogni 8 del mese, “Non una di meno” ha pubblicato i dati raccolti attraverso una rassegna stampa continua e un sistema di alert. Nel 2024 i femminicidi erano stati 99. Il 67 per cento dei casi in cinque regioni: la Lombardia è quella più colpita dal fenomeno
Nel 2025 l’Osservatorio di Non una di meno ha registrato 84 femminicidi. Come ogni 8 del mese, il movimento transfemminista ha pubblicato i dati del monitoraggio che, in assenza di un database completo istituzionale, ha avviato nel 2020. In base alla raccolta dei dati fatta nel 2025 e aggiornata al 31 dicembre, i casi monitorati attraverso l’attività di rassegna stampa e un sistema di alert sono stati 99. Nel 2024, su 116 casi monitorati, i femminicidi sono stati 99.
L’osservatorio conta poi tutte le «morti indotte da violenza di genere ed eterocispatriarcale»: questo significa che hanno come denominatore comune la matrice di genere. Dunque, oltre ai femminicidi, il gruppo ha rilevato 3 suicidi indotti di donne, due di ragazzi trans, uno di persona non binaria e un altro di un ragazzo. A questi si aggiungono 78 tentati femminicidi e almeno due figlicidi, di due ragazzi uccisi dal padre, mentre otto casi sono in fase di accertamento.
Provenienza
Nell’anno in cui il femminicidio è diventato una fattispecie di reato specifica punita con l’ergastolo, la provincia più interessata è stata quella di Milano, dove ci sono stati 15 casi. La Lombardia è infatti la regione con la percentuale più alta: il 26,3 per cento degli omicidi di genere. «Due terzi, il 67 per cento, sono avvenuti in Lombardia, Campania, Toscana, Emilia Romagna e Lazio», rileva Non una di meno. 17 regioni hanno registrato almeno un caso, 45 province e 83 città. Dati che non sono così distanti dall’anno precedente, quando invece della Campania, tra le prime cinque regioni c’era la Sicilia. Nel 2024, le regioni interessate erano 18, 60 le province e 103 le città.
Segno che la violenza maschile contro le donne e la violenza di genere sono trasversali a ogni età, estrazione sociale o provenienza, delle vittime e degli autori del reato, le persone uccise individuate dall’osservatorio vanno da un anno ai 98 e l’età media è stata di 55,5 anni. Le donne o altre soggettività uccise provenivano, oltre all’Italia (76,1 per cento), da «Albania, Brasile, Bulgaria, India, Marocco, Nord Macedonia, Perù, Romania (5,4 per cento, ndr), Russia, Sri Lanka, Tunisia, Ucraina». Un elemento che mostra come «alla violenza patriarcale e di genere si somma a volte anche la razzializzazione delle persone uccise», scrive il movimento. In altre parole, è un altro piano di discriminazione che si somma a quello di genere.
Due persone uccise erano poi sex worker e 14 avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa.
Anche gli uomini, autori del reato o presunti tali, hanno provenienze diverse: Italia, Albania, Algeria, Brasile, El Salvador, Filippine, India, Marocco, Nord Macedonia, Perù, Romania, Stati Uniti d’America, Tunisia, Ucraina e Venezuela. Anche nel 2025 si è confermata la tendenza, di oltre un terzo dei responsabili del femminicidio, di togliersi la vita dopo aver compiuto l’omicidio. In tutto si sono suicidati 29 uomini e altri cinque hanno tentato il suicidio. «Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa», sottolinea Non una di meno.
La relazione e le cause
Nella quasi totalità dei casi l’autore era una persona conosciuta. Non è una novità, perché l’apice di una violenza che assume diverse forme, di dinamiche di sopraffazione, possesso e controllo. Nel 52 per cento dei casi l’assassino era marito, partner o convivente. Nel 21 per cento, era «l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi». Nel 13 per cento si è trattato invece del figlio. Negli altri casi c’era comunque un rapporto tra l’omicida e la vittima: era amico, nipote, cliente, conoscente o altro parente.
La maggior parte delle persone è stata uccisa a coltellate (33%), da arma da fuoco (18%), strangolamento (12%) o soffocamento (10%).
La ricerca di Non una di meno registra anche l’esistenza o meno di segnalazioni o denunce prima dell’omicidio. In 17 casi, la vittima aveva già segnalato violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti.
Nella violenza di genere e domestica a essere coinvolti sono anche i minori: in nove casi figli e figlie hanno assistito al femminicidio, mentre 51 sono rimasti orfani in seguito all’uccisione della madre.
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