Settembre, andiamo. È tempo di riformare. Può essere riformulato così l’incipit de I miei pastori di Gabriele d’Annunzio, allorché sempre più pressante è divenuto l’interesse governativo verso la scuola. Generalmente parlando, questa attenzione deve essere giudicata positivamente, in quanto evidenzia la capacità prospettica di investire tempo ed energie nei giovani.

Sicuramente, indica il modello di società che un governo ha in mente: riformare la scuola, infatti, implica trasformare i futuri che le nuove generazioni riterranno pensabili e, perciò stesso, applicabili. Una domanda, dopo questo ragionamento, sorge perciò spontanea: a quale tipo di futuro le attuali riforme sembrano preludere? La risposta impone uno sguardo complessivo a tutte le più recenti misure governative.

Il latino opzionale discrimina

Partiamo quindi dal marzo 2025, e dalla pubblicazione delle bozze per le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo. Suscita scalpore la presenza – sia pure per poche ore a settimana – del latino. La sua introduzione è stata presentata come un asset soprattutto per gli studenti stranieri, in quanto dovrebbe aiutarli a comprendere meglio le strutture della lingua italiana, e quindi, a integrarsi.

È un pensiero tendenzialmente condivisibile: sarebbe stato sicuramente d’accordo il giovane Gramsci, che nel 1917 appoggiava apertamente questa possibilità. A un patto, però: che il latino fosse una disciplina obbligatoria per tutti, dal primo al terzo anno di scuola media.

Ma il latino sarà opzionale. E qui emerge un’altra domanda: chi sceglierà di studiare il latino? Proviamo a rispondere, guardando indietro nel tempo. Nella scuola media unica del 1962 il latino, obbligatorio in seconda media, continuava a essere studiato solo da chi intendeva iscriversi al liceo classico – ovvero alla scuola per eccellenza delle classi dirigenti.

Andiamo ancora più indietro nel tempo: dal 1940 al 1962, per i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni non era obbligatorio studiare il latino. Questo però accadeva in quanto il latino era presente in una sola tra le due scuole post-elementari esistenti: la scuola media, l’unica che garantiva agli iscritti la possibilità di proseguire gli studi negli Istituti tecnici, ai licei e poi all’università.

E dunque: chi sceglierà il latino? Non essendo futurologi, non abbiamo una risposta. Però possiamo fare qualche supposizione: e pensare che ai corsi di latino non aderiranno quelle famiglie ancora incerte sulla durata della formazione del proprio figlia/o. La mancata frequenza delle lezioni di latino non impedirà, è vero, l’iscrizione al liceo classico o scientifico; ma è pur sempre vero che il gap di partenza, reso ancora più evidente da compagni di classe già impratichiti nelle declinazioni, costituirà un ostacolo psicologico di indubbia rilevanza. La scelta del percorso, perciò, verrebbe a essere retrodatata dai quattordici agli undici anni, in maniera simile a quanto avveniva nel 1962.

I tagli ai programmi

Ma le nostre sono solo congetture. Passiamo quindi ad analizzare la riforma del “4+2”. Con questa misura, il ministero dell’Istruzione e del Merito istituirà dall’anno scolastico 2026/27 dei percorsi di sperimentazione quadriennali nell’istruzione secondaria tecnica e professionale collegati ai bienni degli Istituti tecnici superiori: da questa connessione deriva l’abbreviazione “4+2”.

Com’è affermato dal comma 2 dell’articolo 1 della Legge 8 Agosto 2024, n. 121, i percorsi quadriennali si concluderanno con un esame di Stato. Restano però alcuni interrogativi. Quanto dovranno essere tagliati i programmi per rendere l’esame di stato accessibile (e fattibile) un anno prima del previsto? Quanto questi tagli andranno a incidere sulla preparazione culturale dei nuovi diplomati?

Quanto, infine, sarà percepibile il divario tra gli ex-studenti dei percorsi sperimentali e i liceali una volta che, tutti iscritti all’università, condivideranno gli stessi banchi, le stesse aule, le stesse lezioni? Il sistema sarà dunque congeniato per indurre i diplomati quadriennali, sia pur senza divieti espliciti, a preferire gli Istituti tecnici superiori biennali? Ma anche queste sono domande che continuano a restare senza risposta.

Un bagaglio culturale depotenziato

Su alcune questioni, tuttavia, possiamo addentrarci maggiormente. Per farlo, dobbiamo guardare alla recente riforma dei quadri orari degli Istituti tecnici, avviata dal decreto n. 29 del 19 febbraio 2026. Ed evidente risalta la riduzione delle “Scienze sperimentali”. Queste ultime, che corrispondono a Fisica, Chimica, Biologia e Scienze della Terra, passeranno dall’essere insegnate da dodici ore nel primo biennio degli Istituti tecnici ad appena nove. Perché ridurre proprio quelle discipline scientifiche, che, almeno a parole, il governo dichiara di voler potenziare? E a favore di quali aree?

Uno sguardo ai nuovi programmi consente un’immediata risposta. La disciplina di indirizzo, che, fino ad adesso, con il nome di “STA” (Sistemi e Tecnologie Applicate), era presente per tre ore nella sola seconda, con i nuovi programmi sarà appresa per sei ore nell’intero biennio.

Sono modifiche che inducono a qualche riflessione sul piano storico. Dal 1860, gli Istituti tecnici hanno costituito uno snodo fondamentale per la mobilità sociale in Italia. La legge Casati li aveva relegati al ruolo di scuole per piccoli impieghi. Con il tempo, frequentare dopo la scuola elementare la scuola tecnica triennale senza latino, e quindi l’Istituto tecnico, quadriennale, sempre senza latino, consentì già alla fine dell’Ottocento a tanti studenti di condizione modesta la possibilità di laurearsi in Ingegneria senza le forche caudine delle lingue classiche.

Non era un caso che il primo pensiero di Giovanni Gentile, una volta nominato ministro della Pubblica istruzione nel 1922, fosse stato quello di “depotenziare” la funzione socialmente emancipatrice di quel segmento scolastico, chiudendo le scuole tecniche e imponendo lo studio del latino agli iscritti ai nuovi Istituti tecnici inferiori.

La rivoluzione della scuola media unica 

Solo nel 1962, con la scuola media unica, questa situazione sarebbe cambiata, trasformando nuovamente gli Istituti tecnici superiori in uno degli snodi più importanti per l’ascesa sociale delle classi medio-basse. Ed ecco che depotenziarne il bagaglio culturale, avvicinarli agli studi professionali, se non deve essere per forza considerato come un voluto attacco ai meccanismi di mobilità sociale, certo può essere giudicato come un atto potenzialmente miope.

Congiuntamente all’introduzione del latino come disciplina facoltativa e alla sperimentazione del “4+2”, la riforma degli Istituti tecnici sembra suggerire un modello di società chiusa, restia alla mobilità sociale, tendente a scaricare le lacune del sistema sulle spalle dei singoli e delle loro presunte mancanze intellettive.

E quindi, cosa fare? Forse la soluzione, oggi come allora, è nella scuola. È nella scuola nel senso che ci vuole più scuola: più tempo scuola alle medie così come più tempo scuola agli istituti tecnici e professionali, i cui studenti maggiormente ne avrebbero bisogno. Negli anni Settanta e Ottanta le scuole elementari a tempo pieno divennero il simbolo di una politica che davvero mirava a «rimuovere gli ostacoli» delle classi sociali più basse.

Con la diffusione dell’istruzione secondaria di massa, è tempo che la scuola a tempo pieno si diffonda tra le secondarie di primo grado e che venga istituzionalizzata per le secondarie di secondo grado: dare più scuola – e più scuola obbligatoria – e più attività culturali significa infatti mettersi veramente a disposizione dei «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi».

Ma questo vuol dire avere i mezzi per attività scolastiche di almeno sette, otto ore al giorno, e non per le misere cinque – sei a cui siamo abituati. «Coll’orario che fate la scuola è guerra ai poveri»: ancora adesso, le parole di don Milani non potrebbero, ahimè, essere più vere, e più sensate.

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