Criticare il concetto di “povertà educativa” non significa sminuire il contributo di educatrici e educatori. Al contrario, si tratta di prendere sul serio il loro lavoro, sottraendolo alla retorica che rischia di trasformarlo in un surrogato del welfare
Negli ultimi anni, sotto il nome di contrasto alla “povertà educativa”, sono state realizzate esperienze estremamente significative. Scuole, enti del terzo settore, educatrici, educatori, amministrazioni locali hanno rappresentato presìdi reali, talvolta gli unici, contro l’isolamento sociale, l’abbandono, la mancanza di servizi.
E allora, perché mai criticare il concetto di “povertà educativa”? Analizzare criticamente la categoria di “povertà educativa” non significa sminuire il lavoro di chi, ogni giorno, prova a rendere meno ingiuste le condizioni di crescita di bambine, bambini, adolescenti. Né significa negare che esistano disuguaglianze di opportunità culturali, scolastiche, relazionali, formative. Esistono, ma definire lo svantaggio “povertà educativa” aiuta davvero a comprendere la situazione? Questa formula, così efficace sul piano comunicativo, non rischia di rendere meno visibili le cause materiali della disuguaglianza?
Slittamento semantico
Il primo problema è teorico. Parlare di “povertà educativa” come forma specifica e distinta di povertà è uno slittamento semantico che comporta dei rischi. Se un bambino non legge, non va al museo, non frequenta attività sportive, non partecipa ad attività extrascolastiche, l’attenzione può spostarsi facilmente sulle scelte della famiglia, sugli stimoli mancanti, sulle abitudini culturali, sul deficit di cura. Tuttavia, queste pratiche dipendono anche da reddito, tempo, casa, trasporti, lavoro, caratteristiche territoriali, presenza o assenza di servizi pubblici.
La povertà economica riduce spazi e tempi, limita la mobilità, abbassa le aspettative, rende la scuola meno sostenibile. Se tutto questo viene definito “educativo”, il problema sociale ed economico rischia di scomparire, e qui si apre la seconda questione. Mentre per affrontare la “povertà materiale” è necessario affrontare questioni come redditi, welfare, abitazioni, divari territoriali, la “povertà educativa” chiama in causa progetti e laboratori. Tutte cose utili e indispensabili, ma decisamente meno conflittuali. È più semplice finanziare un laboratorio pomeridiano che affrontare la povertà abitativa ed è più semplice promuovere la lettura che intervenire sui salari. Una cosa è parlare di comunità educante, altra garantire nidi, mense, trasporti, tempo pieno e servizi sociali in modo strutturale.
Confondere causa ed effetti
La “povertà educativa” rischia di funzionare come teodicea sociale, non nega l’ingiustizia, ma la legittima trasformandola in deficit formativo. Questo è il terzo nodo: la confusione tra cause, sintomi e rimedi. Sappiamo da decenni che bassi livelli di apprendimento sono correlati alla povertà materiale e che la dispersione scolastica è fortemente associata a condizioni di retroterra: lavoro assente o povero, mobilità forzata, fragilità abitative, segregazione territoriale. Perché mai chiamare tutto questo “povertà educativa”? Perché attribuire alla sfera educativa ciò che dipende per lo più da rapporti economici, politiche pubbliche, disuguaglianze? Non si tratta di negare l’importanza della sfera educativa: docenti e scuole possono fare molto, così come possono incidere le biblioteche, il tempo pieno ecc. Tuttavia, se le disuguaglianze materiali vengono lasciate intatte, ciò che definiamo educativo rischia di diventare l’etichetta nobile di una compensazione al ribasso: non rimuoviamo le cause della disuguaglianza, ma proviamo a rendere sopportabili i suoi effetti.
Problema statistico
Il quarto problema è empirico e statistico. L’indice di “povertà educativa” funziona discretamente come etichetta descrittiva di uno svantaggio multidimensionale, ma molto meno come elemento autonomo. Aggrega cose molto diverse: condizioni economiche, accesso ai servizi, offerta culturale e scolastica, dispersione, apprendimenti, dotazioni territoriali. Il risultato può essere utile per mappare aree di vulnerabilità, ma non dimostra l’esistenza di un costrutto autonomamente educativo. Se metto nello stesso contenitore povertà materiale, mancanza di servizi, difficoltà di apprendimento e minori opportunità culturali, non posso dire di aver scoperto una nuova forma di povertà, ma ho solo aggregato svantaggi già noti e dato loro un nome più rassicurante.
Cambiare nome al problema
Infine, la categoria alimenta lo sguardo di chi ha di più e, ritenendo di saperne di più, definisce “educativamente povere” persone che vivono in condizioni di svantaggio materiale, trasformandole in soggetti che vengono etichettati per le loro mancanze culturali: meno libri, meno musei, meno sport, meno conoscenze, meno aspirazioni. Raramente ci si chiede quali saperi, pratiche, resistenze, quali forme di cura e intelligenza sociale esistano dentro quei contesti. Si afferma una pedagogia dallo sguardo coloniale: nominare l’altro a partire dalla sua distanza dai nostri standard. Per comprendere questo meccanismo, è fondamentale la lettura di Dipende dalla classe di Michele Arena.
Come scritto in apertura, criticare il concetto di povertà educativa non significa sminuire il contributo di educatrici e educatori. Al contrario, si tratta di prendere sul serio il loro lavoro, sottraendolo alla retorica che rischia di trasformarlo in un surrogato del welfare. Contrastare la dispersione scolastica, sostenere biblioteche, sport, nidi, mense, tempo pieno, spazi culturali è necessario, ma non basta. Non basta, perché non esiste un’infanzia o un’adolescenza povera in quanto “educativamente” povera. Esistono bambine, bambini e adolescenti che pagano anche a scuola e nel tempo libero il prezzo di una società che economicamente e territorialmente distribuisce privilegi e svantaggi trasformandoli in meriti e colpe. Cambiare nome al problema può aiutare a finanziare qualche progetto, ma se quel nome rende meno visibili le cause materiali della disuguaglianza, allora il successo ottenuto dal concetto di povertà educativa diventa parte del problema.
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