Il Patto Ue per la migrazione e l’asilo, un pacchetto di norme che disciplina il nuovo sistema comune europeo per la gestione dell’immigrazione, soprattutto dell’asilo, entra in vigore oggi, 12 giugno 2026. Include nove regolamenti, che hanno applicazione diretta negli Stati membri, e una direttiva, che invece ha bisogno di essere recepita. A completamento del quadro, la Commissione ha proposto di modificare la disciplina dei rimpatri, con un nuovo regolamento, che – dopo un iter rapidissimo per i tempi ordinari – è in fase finale di approvazione all’Eurocamera.

Il linguaggio scelto dalla Commissione è quello dell’innovazione, della rapidità, dell’efficienza, del rigore: «Frontiere esterne sicure», «Procedure rapide ed efficaci», «Un sistema efficace di solidarietà e responsabilità», «Integrare la migrazione nei partenariati internazionali», sono i quattro pilastri. La velocità delle procedure significa però sacrificare accertamenti pieni, libertà di circolazione, diritti come la difesa. Significa quindi aumentare le possibilità di detenzione, presumere l’infondatezza della domanda, creare degli spazi in cui i diritti rimangono formali e non sostanziali. 

Se la normativa richiama in diverse parti il tema della chiarezza – «norme più chiare», «chiari obblighi», «identificazione chiara di chiunque entri nell’Ue» – per Silvia Carta, responsabile delle attività di advocacy presso Picum (ong che raccoglie a livello europeo oltre un centinaio di organizzazioni), «questo Patto viene implementato in tutta l’Ue con scarsa trasparenza e un coinvolgimento quasi nullo della società civile».

Ma per le istituzioni europee è una data da festeggiare: la presidenza di turno cipriota ha organizzato per il 12 giugno una conferenza informale a Cipro «per celebrare l’entrata in vigore del patto», che «rappresenta un importante traguardo». Non è la meta ma un inizio per il commissario per le migrazioni Magnus Brunner: «Per la Commissione è importante creare una base giuridica e l’ha fatto», ha detto, «adesso se funziona o meno spetta agli Stati membri». 

L’iter di approvazione

Il pacchetto di riforme era stato presentato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen durante il suo primo mandato, nel 2020, quando aveva annunciato la presentazione di una revisione del sistema di asilo europeo per superare il regolamento di Dublino, tanto criticato per la pressione sugli Stati di frontiera. L’approvazione da parte del parlamento è arrivata il 10 aprile 2024. Il 14 maggio dello stesso anno è stato poi adottato formalmente dal Consiglio dell’Ue, a pochi mesi dalla fine del primo mandato della Commissione von der Leyen I. 

Nei quattro anni passati dalla presentazione all’approvazione, von der Leyen ha cambiato la narrazione e l’approccio alla questione migratoria, diventato sempre più conservatore e securitario. Una strategia politica che guarda a destra, scelta anche per assicurarsi il secondo mandato. Se il 23 settembre 2020 alla conferenza stampa di presentazione del Patto parlava della migrazione come «fatto per l’Europa», che nei secoli ha «arricchito le nostre culture», nel 2024 affermava che a decidere «chi viene in Europa e in quali circostanze» siamo «noi». 

La questione migratoria è diventata dunque centrale nella sua politica, tanto da portare ad anticipare alcuni elementi del patto, bruciando le tappe e velocizzando processi che spesso richiedono tempo e mediazione. Come il via libera alla facoltà per gli Stati membri di designare paesi sicuri e a una lista comune. «La Commissione ha dimostrato sostegno alle politiche dei governi, abdicando al proprio ruolo di orientamento verso obiettivi comuni», aveva detto a Domani Chiara Favilli, docente di diritto dell’Ue all’università di Firenze.

I regolamenti

Il Patto punta sull’applicazione generalizzata di procedure accelerate, l’aumento delle espulsioni e l’uso delle zone di frontiera in un regime detentivo per la valutazione della domanda. I regolamenti seguono tutto il percorso di arrivo di una persona richiedente asilo nel territorio dell’Ue.

A partire dal regolamento screening, che prevede accertamenti e controlli non solo di qualsiasi cittadino straniero entri in modo irregolare nell’Unione, incluso un richiedente asilo, ma anche di chi si trova già sul territorio di un paese Ue. In quest’ultimo caso, la polizia sarà probabilmente portata «a ricorrere alla profilazione razziale per individuare le persone che potrebbero non avere un permesso di soggiorno», segnala Picum. Una procedura, spiega, che comprende controlli di identità e di sicurezza durante i quali si potrebbe essere detenuti per un massimo di 7 giorni. 

L’obiettivo dichiarato è quello di impedire movimenti secondari all’interno dell’Ue, qualora le persone volessero presentare domanda di asilo in uno Stato membro diverso da quello di arrivo. Lo screening comprende l’identificazione e il fotosegnalamento, la valutazione delle condizioni di vulnerabilità e il controllo sanitario, ma anche la raccolta di dati biometrici nella banca dati Eduroac, il braccio informatico del Patto.

Si aprono così due possibilità: la procedura di asilo o di rimpatrio, senza «nessuna chiara indicazione sulle alternative per le persone che potrebbero accedere» ad altre tipologie di tutela, sottolinea Picum, «né si valuta esplicitamente il rischio di refoulement» in luoghi in cui la loro vita potrebbe essere in pericolo.  

Nel nuovo sistema è centrale la «finzione di non ingresso», sia in frontiera sia in altre aree, che non vengono considerate territorio europeo, ma zone di sospensione. Sono luoghi in cui svolgere le procedure di frontiera, della durata di massimo 12 settimane, accelerate per una platea di persone sempre più ampia: chi proviene da paesi designati come sicuri e chi da quegli Stati che hanno un tasso di riconoscimento dei richiedenti asilo in tutta l’Ue inferiore al 20 per cento.

Queste procedure, che potranno essere effettuate anche in «paesi terzi sicuri» con cui gli stati concluderanno accordi, «ridurranno gli standard e le garanzie per molte categorie di richiedenti», denuncia Picum, «spesso individuate in modo arbitrario, e sono concepite in modo tale da richiedere un ricorso diffuso alla detenzione e alla detenzione di fatto». Anche di famiglie con bambini, l’elemento che più ricorda le politiche dell’Ice, l’agenzia statunitense. 

Il Patto avrebbe poi dovuto correggere la pressione migratoria sugli Stati europei di frontiera. Ma i paesi membri potranno comunque rifiutarsi di accogliere i richiedenti asilo, in cambio di un contributo economico.

Il regolamento rimpatri

Il tassello che l’Ue ha deciso di aggiungere, in tempi rapidi per il processo legislativo dell’Unione, è il nuovo regolamento rimpatri. Dopo l’accordo sulle modifiche alla disciplina dei rimpatri raggiunto il 2 giugno tra il Parlamento Ue e il Consiglio, il prossimo 17 giugno è attesa la votazione finale in plenaria. È prevista la detenzione per i cittadini di paesi terzi con un ordine di espulsione per un periodo che può arrivare fino a 30 mesi, se sussiste una «ragionevole prospettiva di allontanamento» e il rischio di fuga, anche nel caso dei minori. Si introducono i return hub in paesi terzi fuori dall’Ue, centri di detenzione per il rimpatrio dove le persone, anche famiglie con bambini, possono essere trasferite senza avere alcun legame con quello Stato. 

Si assicura poi un ampio margine di discrezionalità alle autorità a cui viene permesso di effettuare raid e perquisizioni in abitazioni private e in altri «locali rilevanti». E, ancora, spiega Picum, si introducono «deroghe specifiche ai diritti fondamentali per i migranti considerati un rischio per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico, confondendo ulteriormente i confini tra diritto penale e migrazione e rafforzando pericolosi stereotipi».

Applicazione

Secondo il network di organizzazioni, un terzo degli Stati membri, tra cui l’Italia e la Grecia, deve ancora istituire sistemi chiari per fornire consulenza legale gratuita durante le procedure di asilo. Allo stesso modo, denuncia Picum, manca la trasparenza sui luoghi individuati dagli Stati europei in cui svolgere le procedure di frontiera. 

Se per il commissario Brunner l’Italia sta facendo un buon lavoro – «ci ha comunicato oltre duecento sedi dove condurre le procedure», ha detto giovedì –  il governo, nonostante i due anni di tempo dall’adozione del pacchetto, ha scelto la strada della decretazione di urgenza per il recepimento delle norme. «Una prassi ormai consolidata», ha denunciato il Tavolo asilo, quella «di intervenire su diritti fondamentali attraverso strumenti normativi che limitano il confronto pubblico e la possibilità di incidere sui contenuti delle riforme».

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