Il ragazzo, che aveva appena iniziato la terza media, aveva due debiti. Uno di questi, in storia, doveva essere recuperato proprio oggi. «Gli voglio bene e mi dispiace enormemente di aver compreso adesso quanto forte e profondo fosse il suo malessere», ha detto in un’intervista a Repubblica la professoressa aggredita, che sui social condivideva post inneggianti alla remigrazione. «Resto convinta delle mie idee», ha ribadito dopo che a soccorrerla è stato un allievo della Repubblica del Congo
Ha 13 anni il ragazzo che ha aggredito la sua professoressa di italiano, storia e geografia, prima spruzzandole uno spray urticante sul volto, poi ferendola con un coltello. A quanto raccontano i suoi compagni di scuola, indossava anche gli occhiali protettivi da softair e un caschetto da ciclista con attaccato il telefono come telecamera, con l’intenzione di trasmettere l’assalto in una videochiamata su Telegram. Sul profilo TikTok la notte prima dell’aggressione aveva pubblicato un post: «meno 5 ore», con il suono di urla e colpi di pistola. «Lo ha fatto perché aveva ricevuto un debito e la odiava», dicono gli altri allievi dell’Istituto Giovanni Verga, nel quartiere Centocelle, a Roma, dove questa mattina è avvenuta l’aggressione.
A quanto si capisce dalle testimonianze raccolte, lo studente di terza media aveva due debiti, quello in storia doveva essere recuperato proprio oggi. Invece, il tredicenne sarebbe arrivato in classe poco prima dell’inizio delle lezioni, andato in bagno e poi tornato con il casco in testa e due coltelli, uno attaccato alla cinta, l’altro, di circa 20 cm, usato per colpire l’insegnante di 66 anni, Isabella Marsilio, in tre punti diversi all’altezza dell’ascella sinistra.
«Spero mettano in galera lui e i suoi genitori», ha commentato il marito di Marsilio, appena fuori dall’ospedale Vannini dove la moglie era sotto osservazione. «Gli voglio bene e mi dispiace enormemente di aver compreso adesso quanto forte e profondo fosse il suo malessere», ha detto, invece, la professoressa in un’intervista a Repubblica: «Ho avuto paura di morire. Lui mi accoltellava e stava in silenzio. Sono ferita nell'animo soprattutto. Sono sconvolta che un ragazzo così giovane e con una famiglia alle spalle di tutto rispetto abbia concepito tutto questo».
Marsilio, che sui social condivide post che inneggiano alla remigrazione e all’estrema destra, nell’intervista spiega che sebbene a fermare l’aggressore sia stato un compagno di classe, uno studente della Repubblica del Congo, le sue idee non cambiano: «Non c’è nulla di incongruente tra un'idea che esprimo sui social e applaudire a un ragazzino che mi ha salvata», dice convinta che il suo alunno del Congo abbia tutti i diritti per stare qui «e gli dovrebbero dare una medaglia. Diverso è per chi viene qui e delinque».
Le reazioni
«Oltre alla educazione al rispetto e alla conoscenza dei rischi connessi alla rete, occorre impedire ai minori di 15 anni l’accesso a social e canali pericolosi. In tal senso, il Kids Act della Commissione Ue va nella giusta direzione. Si devono stabilire regole chiare a tutela dei giovani e al tempo stesso, come stiamo già facendo, ripristinare nella quotidianità della vita scolastica il rispetto dell’autorità dei docenti e delle regole, la disciplina e il senso di responsabilità. Non dobbiamo avere paura di affermare che chi sbaglia deve pagare», ha detto il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara subito dopo l’aggressione.
A esprimere solidarietà alla professoressa anche il sindaco di Roma Roberto Gualtieri – «un fatto inquietante che ci interroga tutti, dalle famiglie al sistema educativo, fino alle istituzioni», ha commentato – e la segretaria del Pd Elly Schlein, convinta che quanto accaduto «imponga a tutte le istituzioni una riflessione. Per capire come sostenere la scuola e, in questo caso, anche come riuscire a intercettare precocemente i segnali di disagio e di problemi per prevenire altri episodi drammatici. Nessuno di noi ha la risposta pronta in tasca».
Per la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti, la soluzione starebbe nel sostenere gli insegnanti nel compito di educare, con strumenti veri. Come il tempo pieno e prolungato in tutte le scuole del Paese, classi più piccole, collegamenti strutturali con i servizi adeguatamente finanziati, norme che regolino l’uso dei social: «Invece dal Ministero arrivano solo misure inutili e a costo zero: divieti che nessuno rispetta, reprimende e sermoni retorici, voti in condotta che non producono nulla, annunci ridicoli come quelli sui metal detector. Un fallimento su tutta la linea».
Anche secondo Flc Cgil, la risposta alla violenza dovrebbe derivare da miglioramento complessivo della scuola raggiunto grazie all’impiego di più risorse, non attraverso la repressione: «La scuola deve rimanere uno spazio di inclusione e di democrazia».
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