Quattro episodi di violenza contro il personale scolastico tra settembre e dicembre 2025, secondo i dati del ministero. A cui si aggiungono le aggressioni avvenute da inizio 2026, per arrivare a contare almeno una decina di casi nell’anno scolastico, stando a quelli che hanno avuto più risonanza sui media.

A Piacenza i primi di febbraio una maestra è finita in ospedale dopo essere stata picchiata dal padre di un alunno. A metà dello stesso mese a Foggia un altro padre ha schiaffeggiato un professore che aveva rimproverato la figlia. È di marzo il caso di Trescore Balneario quando un tredicenne ha accoltellato la sua prof di francese riprendendo tutto in diretta su Telegram.

Identico, inquietante copione a San Vito Lo Capo (Trapani) dove venerdì scorso un dodicenne ha ferito con un coltello un insegnante e ha trasmesso l’azione in diretta. Per gli inquirenti aveva pianificato il suo gesto sui social, si indaga per istigazione.

E poi: il 20 maggio, una maestra di Boscoreale, Napoli, aggredita dalla madre di un alunno. A Teramo il 27 maggio tre ragazzi di un professionale hanno spintonato un prof provocandogli un trauma nasale.

Di recente, ad accendere il dibattito politico era stato l’episodio del 21 maggio, quando un gruppo di studenti ha aggredito, anche a cinghiate, un insegnante e poi un altro collega in un parco fuori dall’istituto che frequentano a Parma.

Tre di loro sono stati sospesi per 30 giorni, rischiano la bocciatura, mentre l’insegnante avrebbe deciso di non denunciare perché quella che «si vede non un’aggressione» e il «non denunciare» è «un intervento educativo».

I ragazzi sono comunque stati indagati d’ufficio e le loro famiglie hanno presentato un contro-esposto che accusa il prof di atteggiamenti non consoni e hanno consegnato ai pm altro materiale che fornirebbe un’altra interpretazione dei fatti.

Senza aspettare alcun accertamento, è arrivata la condanna del ministro Giuseppe Valditara contro la mancata denuncia: «Ci vuole un messaggio educativo forte: non si accetta il linguaggio della prepotenza, l’autorità va rispettata. Il professore sostiene che la denuncia avrebbe “distrutto il futuro” dei tre ragazzi: la sanzione non distrugge il futuro, serve a far maturare la persona», ha spiegato al Corriere della Sera. Poi sul caso di San Vito il ministro interviene sul Messaggero: «Il coltello è diventato una moda», dice ricordando il divieto di vendita ai minori e la possibilità di prevedere metal detector nelle scuole. E che «è pericoloso regalare uno smartphone a un bambino», richiamando il divieto di cellulari in classe. «Basta col giustificazionismo, bisogna sanzionare per riaffermare il concetto di responsabilità».

Per Valditara, mentre i frutti di misure come l’educazione al rispetto e del supporto psicologico si vedranno nel tempo, c’è un dato che mostra come i suoi interventi – riforma del voto in condotta (ottobre 2024), sanzioni rafforzate per chi aggredisce il personale scolastico (marzo/ottobre 2024), arresto in flagranza (febbraio 2026) – avrebbero già portato risultati. A dimostrarlo sono i dati del Mim secondo cui le aggressioni al personale scolastico sono state 71 nel 2023/24 e 51 nel 2024/25. Nella maggior parte dei casi da parte di familiari di studenti.

Il punto, però, è che non ci sono dati prima del 2023 su cui costruire il confronto; e che al di là del clamore i numeri non giustificano una generalizzazione, anche considerato che nella scuola lavora quasi un milione di insegnanti: «Le aggressioni non vanno sottovalutate. Ogni docente, educatore, personale Ata o dirigente ha diritto a operare in un ambiente sicuro e sereno. Per questo è necessario affrontare il tema evitando però letture allarmistiche o semplificazioni ideologiche che rischiano di produrre solo divisioni», dice a Domani la segretaria generale di Cgil scuola Gianna Fracassi, che aggiunge: «Le dichiarazioni del ministro ci preoccupano proprio per questo motivo. Parlare di “decenni di permissivismo”, evocare “cattivi maestri” non aiuta a comprendere le cause reali del disagio che attraversa una parte del mondo giovanile e scolastico».

Anche per Fracassi i dati citati dal ministro, pur nella loro rilevanza, non descrivono un’emergenza fuori controllo: il confronto tra i due anni scolastici dimostra «semmai che il fenomeno va analizzato con equilibrio e precisione, evitando narrazioni securitarie che rischiano di trasformare la scuola in un luogo di controllo invece che di crescita democratica. La sicurezza si costruisce rafforzando la comunità educante, non alimentando paura».

A pensare che non ci sia un trend e che la forza della scuola stia proprio nella sua capacità di essere presidio sociale, anche Patrizia Colella, dirigente scolastica dell’Ites “A.Olivetti” di Lecce: «L’aumento che vedo è relativo a quanto denuncio da tempo: cresce l’incapacità emotiva dei ragazzi di gestire la frustrazione, il rifiuto, la negazione. Dal brutto voto al “no, non puoi andare in bagno perché sei già andato” i ragazzi reagiscono in maniera esagerata, con piccole esplosioni di rabbia. Per questo credo che l’educazione affettiva sia improcrastinabile». Per la dirigente, la scuola è il riflesso della società, quello che succede in classe segue le stesse dinamiche: «Ed è anche il risultato della mancanza, su questo fronte, di capacità educativa da parte delle famiglie. Così, l’approccio al problema deve essere sistemico, con percorsi per ragazzi, famiglie e docenti che vanno formati in modo che la loro reazione non esasperi la situazione». Secondo Colella chi infrange le regole deve essere punito – la scuola educa anche a questo – ma sanzioni e pene non possono essere la sola soluzione.

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