La situazione di Mosca mostra come misure adottate fuori dai contesti internazionali istituzionalizzati possano incidere sull’utilizzabilità dei meccanismi creati in sede multilaterale, senza sospendere formalmente i diritti di un Paese all’interno di un’organizzazione
È di questi giorni la notizia che le banche russe starebbero soffrendo una significativa carenza di liquidità che sta impedendo loro di rifinanziare il debito pubblico mediante acquisto di titoli di Stato: la situazione è spiegabile, tra gli altri fattori, con una forte dipendenza delle banche russe dalla liquidità della Banca centrale, con un crescente fabbisogno di rifinanziamento, e con la fuga dei depositi e la conseguente necessità degli istituti di credito di preservare le riserve residue per quello che considerano il loro core business, e cioè i prestiti commerciali. La carenza ha comportato la sospensione delle aste pubbliche settimanali dei titoli di Stato russi: dinanzi alla scarsità di domanda, infatti, le banche commerciali hanno preteso tassi di rendimento superiori al 16% per assorbire il debito sovrano. Il Ministero delle Finanze ha quindi sospeso il collocamento per evitare un irrigidimento, insostenibile, del costo del debito sul bilancio pubblico.
Per ovviare al blocco ma continuare a finanziare il deficit, in gran parte generato dalle spese militari, le autorità russe stanno utilizzando strumenti alternativi: per un verso la Banca Centrale realizza operazioni di pronti contro termine (contratti finanziari in cui il venditore cede titoli in cambio di denaro con l’impegno di riacquistarli a una data futura e a un prezzo stabilito) a breve termine e immette liquidità nel sistema. Per altro, dal momento che il debito pubblico russo è ormai quasi interamente denominato in valuta nazionale (rublo) e detenuto da intermediari interni, attraverso la Banca Centrale, il Cremlino può rifinanziare, teoricamente addirittura all’infinito, i propri titoli in scadenza immettendo moneta nel sistema. Ma questo, se rende meno probabile un default a causa dei titoli denominati in rubli, ne trasferisce i costi su inflazione, cambio e disponibilità di credito per le imprese. E al contempo, ancora, il sistema bancario accumula crediti deteriorati.
Fondo Monetario Internazionale
In questa situazione va ricordato che la Russia è membro del Fondo Monetario Internazionale (Fmi): la sua quota è di 12,904 miliardi di diritti speciali di prelievo (Dsp), pari a circa 17,6 miliardi di dollari, e il suo potere di voto è del 2,59%; distinti dalla quota sono i Dsp effettivamente detenuti, pari a 17,646 miliardi, per un valore di circa 24 miliardi di dollari. La situazione russa si colloca nel solco del precedente dell’Iran, in cui il governo ha conservato e mantiene riconoscimento e legittimità istituzionale all’interno del Fmi, al contrario del Venezuela, dove l’accesso ai Dsp fu congelato per anni (ed è stato solo di recente sbloccato) a causa del mancato riconoscimento dell’esecutivo Maduro da parte del Board. Ora, il Fmi, attraverso una tecnica di triangolazione dei dati imposta dal fatto che la Russia non ha diffuso le informazioni pertinenti, valuta la crescita del prodotto interno lordo (Pil) russo attorno all’1,1%, mentre la Banca centrale russa ha appena ridotto la propria previsione allo 0-1%.
Il dato va interpretato. Il Pil misura infatti la produzione corrente, non il benessere né la conservazione della ricchezza: anche la produzione militare contribuisce quindi al Pil, mentre il suo costo e la distruzione di capitale che accompagna la guerra non vi trovano una rappresentazione equivalente Sotto il profilo giuridico, poi, la detta opacità informativa russa, non essendo compatibile con il regime istituito dall’art. IV, sezione 3, sulla sorveglianza e sulle consultazioni, e dall’art. VIII, sezione 5, sull’obbligo di fornire informazioni, dell’Accordo istitutivo del Fmi, segna una regressione della capacità di supervisione dell’ordine monetario globale.
Ricordiamo pure che, con qualche semplificazione, i Dsp possono essere ceduti contro valute liberamente utilizzabili, mediante operazioni concordate tra Paesi membri, direttamente o attraverso accordi promossi dal Fmi. Qualora tali operazioni non fossero possibili, l’art. XIX prevede un meccanismo residuale di designazione, in cui è il Fondo a obbligare Paesi con una forte posizione di bilancio a comprare Dsp da quelli in difficoltà finanziaria, predisposto ma mai attivato dal 1987.
Per quanto concerne la Russia, la prima ipotesi è di fatto preclusa dal fatto che le banche centrali occidentali, che detengono le valute del paniere Dsp, operano sotto regimi sanzionatori nei confronti della Russia stessa. Parimenti, un eventuale accordo bilaterale tra Russia e Cina per convertire i Dsp in Yuan (valuta interna al paniere Fmi dal 2016) pur non costituendo un illecito ai sensi del diritto internazionale generale o dell’Accordo che istituisce il Fmi (art. XIX) sarebbe, nei fatti, ostacolato dal regime di sanzioni imposto alla Russia e ai privati dal diritto interno europeo e statunitense: il rischio di esclusione dal sistema di compensazione in dollari e dal circuito Swift, ad esempio, costringe, difatti, le grandi banche statali cinesi ad agire con prudenza. Le sanzioni, insomma, non cancellano i Dsp della Russia né rendono giuridicamente illecito un loro trasferimento; restringono però fortemente il numero delle controparti disposte e autorizzate a fornire valuta utilizzabile.
La situazione russa mostra insomma come misure adottate fuori dai contesti internazionali istituzionalizzati possano incidere sull’utilizzabilità dei meccanismi creati in sede multilaterale, senza sospendere formalmente i diritti di un Paese all’interno di un’organizzazione. E questo senza che ciò, necessariamente e automaticamente, implichi una violazione del diritto internazionale, pur creando con quest’ultimo una tensione.
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