La Corte ha riconosciuto l'imputato colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale per la morte del bracciante indiano avvenuta dopo un incidente nei campi di lavoro. La pena inflitta è stata inferiore rispetto ai 22 anni chiesti dalla pubblica accusa
La Corte d'Assise di Latina ha condannato Antonello Lovato a 16 anni di reclusione per la morte di Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni deceduto il 19 giugno 2024 in seguito a un drammatico incidente sul lavoro nei campi dell'Agro Pontino.
La Corte, presieduta dal giudice Mario La Rosa insieme alla collega Francesca Ribotta e alla giuria popolare, ha riconosciuto l'imputato colpevole di omicidio volontario con dolo eventuale, ma ha inflitto una pena inferiore rispetto ai 22 anni chiesti dalla pubblica accusa al termine della requisitoria, riconoscendo le attenuanti generiche.
La sentenza arriva al termine di un'udienza segnata da diversi momenti di commozione: prima quello della madre di Satnam Singh, costretta a uscire dall'aula in lacrime dopo aver ascoltato l'elenco delle lesioni riportate dal figlio e aver visto le fotografie del corpo martoriato; poi quello della procuratrice aggiunta Luigia Spinelli, commossa nel ribadire con forza che Satnam si sarebbe potuto salvare con una semplice chiamata al pronto soccorso.
Alla lettura della sentenza la moglie di Satnam, Soni Soni, ha avuto una crisi di pianto e non è riuscita a rilasciare dichiarazioni alla stampa.
La vicenda
Satnam Singh era arrivato in Italia nel 2021 e per due anni ha lavorato in nero, senza contratto né permesso di soggiorno, nell'azienda agricola di Antonello e Renzo Lovato a Borgo Santa Maria, frazione di Latina. Il 17 giugno 2024, mentre riavvolgeva i teli di plastica delle coltivazioni con un macchinario artigianale privo di qualsiasi protezione, restò impigliato nel meccanismo che gli amputò un braccio e gli procurò numerose altre gravi lesioni.
Invece di chiamare i soccorsi, Lovato lo caricò agonizzante sul proprio furgone, insieme al braccio reciso riposto in una cassetta per ortaggi, lo trasportò fino a casa sua e lo abbandonò nel cortile insieme alla compagna Soni Soni. I soccorsi arrivarono solo un'ora dopo l'incidente, allertati dai vicini. Satnam morì due giorni dopo al San Camillo di Roma. Lovato venne arrestato il 1° luglio, inizialmente con l’accusa di lesioni colpose e omissione di soccorso, poi aggravata in omicidio volontario con dolo eventuale.
Il processo, iniziato il 1° aprile 2025, ha ricostruito nel dettaglio non solo la dinamica dell'incidente, ma tutto ciò che è accaduto nelle ore successive. A raccontare i momenti immediatamente seguenti alla tragedia è stato soprattutto Ilario Pepe, il vicino che ospitava Satnam e Soni: ha riferito di avere visto Lovato arrivare con l’uomo ferito in braccio, sentendolo dire «si è tagliato» e, alla domanda sul perché non lo avesse portato in ospedale, «non ce l’ho in regola» è stata la risposta.
I carabinieri hanno trovato l’attrezzo che aveva causato l’amputazione gettato nella vegetazione, lontano dal luogo dell’incidente, e il furgone ripulito dal sangue. Particolarmente pesante, nel corso delle udienze, è risultata la testimonianza di un connazionale di Satnam, secondo cui Lovato lo avrebbe chiamato al telefono dicendogli: «È morto, aiutami, dove lo butto?».
Sul dolo eventuale si è giocata tutta la partita processuale. L’accusa ha tentato di dimostrare che Lovato, di fronte al corpo agonizzante di Satnam, avesse consapevolmente accettato il rischio della sua morte pur di non far emergere l'irregolarità del lavoratore: in questa direzione sono state lette le parole della consulente medico-legale della procura, Maria Cristina Setacci, secondo cui Satnam sarebbe probabilmente sopravvissuto con un intervento tempestivo, così come le testimonianze dei medici del San Camillo di Roma, che hanno descritto l'arrivo del paziente in condizioni disperate, con shock emorragico e politrauma multiorgano sfociati, nel giro di poche ore, nella morte.
I legali della difesa
La difesa, affidata agli avvocati Mario Antinucci e Stefano Perotti, ha invece lavorato per derubricare il capo di imputazione a omicidio colposo, sostenendo che Lovato non fosse fuggito ma si fosse allontanato convinto che i soccorsi fossero già stati allertati da altri, in preda al panico.
I legali hanno contestato il nesso causale tra l'omessa assistenza e la morte, sostenendo che le lesioni interne del politrauma sarebbero state comunque incompatibili con la sopravvivenza, e hanno messo in dubbio l’attendibilità di alcune testimonianze, comprese quelle raccolte tramite interpreti o quelle della moglie Soni Soni sotto shock. Una linea difensiva che non ha convinto la Corte, la quale ha invece accolto la ricostruzione dell'accusa. Al termine dell'udienza, l'avvocato Antinucci ha dichiarato che faranno ricorso in appello a Roma.
In attesa della sentenza, nel pomeriggio, si è tenuto anche un presidio organizzato dalla Cgil davanti al tribunale, a cui ha preso parte il segretario generale Maurizio Landini. Il leader sindacale ha collegato la vicenda a un problema strutturale del sistema produttivo, denunciando la carenza di ispettori del lavoro e il ricorso diffuso alla catena di subappalti, e sostenendo che «la dignità della persona viene sempre prima del mercato», del profitto e di ogni forma di sfruttamento.
La vicenda giudiziaria di Antonello Lovato non termina oggi, anche perché insieme al padre Renzo è imputato anche in un secondo processo, nato dalle denunce di alcuni colleghi di Satnam Singh, per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro pluriaggravato. Secondo l'accusa, i braccianti impiegati nell'azienda — in gran parte privi di documenti e senza alternative economiche — venivano pagati 5,50 euro l'ora, ben al di sotto dei minimi previsti dal contratto provinciale agricolo, con turni di otto-nove ore al giorno per sette giorni su sette, senza riposi né straordinari retribuiti, in assenza di formazione sulla sicurezza e di servizi igienici. Questo processo riprenderà a settembre.
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