Le corone di fiori e un sole caldo che sembra far risaltare l'odore di bruciato. Poco più in là, bandiere e cartelloni ricordano i nomi delle vittime del lavoro e dello sfruttamento. Fuori dalla stazione di servizio di Amendolara in cui lunedì 1 giugno sono stati arsi vivi Waseem Khan, Amin Fazal Khogiani, Ullah Ismat Qiemi e Safi layjad, sono migliaia le persone riunite. Sono lavoratori stranieri e italiani, braccianti del territorio e delle province del Sud. Un fiume di duemila magliette rosse che attraversa viale Lagaria scandendo con rabbia un coro: «Basta morti e clandestinità». Lo stesso appello che, all'arrivo del corteo organizzato dalla Cgil nella piazza principale del paese, rilanciano il segretario generale Maurizio Landini e quello della Flai Cgil Giovanni Mininni. «Dobbiamo non chinare la testa e mobilitarci fino a quando le nostre leggi non saranno applicate», sottolinea Landini.

Perché le leggi, sottolineano i sindacalisti, esistono. Il problema è che non vengono applicate. È chiaro chi siano gli interlocutori: innanzitutto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida e la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone. Quest’ultima, proprio il giorno prima, dal vertice sul tema a Reggio Calabria, ha annunciato una campagna di ispezioni aggiuntive nel comparto agricolo, su tutto il territorio nazionale, per l'estate. Una dichiarazione che, secondo le opposizioni e i sindacati suona «ipocrita» ed emergenziale. «Vengono a fare le passerelle – denuncia Mininni – quando muoiono i “Satnam Singh”, ma le campagne di raccolta ci sono tutti gli anni. Non servono controlli straordinari, servono un sistema di controllo pianificato e delle soluzioni concrete».

Una premier fantasma

Proprio come Giorgia Meloni, che poche ore prima era nella stessa regione della strage per la festa dei Carabinieri ma non ha colto l’occasione per venire ad Amendolara. Da quando è al governo, alcune soluzioni si sarebbero potute adottare, se fossero stati utilizzato i fondi del Pnrr in tempo. Il piano da 200 milioni di euro contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura aveva come obiettivo proprio l’eliminazione degli insediamenti abusivi. Alloggi pubblici e servizi di trasporto avrebbero potuto liberare, almeno in parte, i braccianti dal controllo dei caporali. Di quei fondi però, con il prefetto Maurizio Falco nominato commissario straordinario proprio per sbloccare la situazione, in due anni è stato utilizzato solo il 10 per cento. Il resto, va da sé, verrà restituito. Un’occasione mancata, su cui ha posto l’accento anche la segretaria dem Elly Schlein: «Si chieda al governo, dopo aver sfruttato solo 20 milioni, di fare ciò che deve».

Soldi persi di cui, specifica Mininni, il governo non parla. Nello stesso modo in cui, aggiunge il segretario, si è arrivati a non convocare più il tavolo contro il caporalato: «Poteva produrre dei risultati, dare delle indicazioni chiare e precise. Da quando siete al governo è stato insabbiato, l'avete sommerso fino a confondersi con tutto il sommerso che c'è negli altri settori produttivi». Sotto il palco, ad ascoltarlo e annuire accanto a Schlein, c’è anche Nicola Fratoianni. Anche per il cofondatore di Avs la priorità è applicare le norme che già esistono, ammettendo la sistematicità del fenomeno. È un punto su cui tutti i presenti concordano, anche chi pochi minuti prima sfilava dietro di loro nel corteo: non si deve più parlare di invisibilità, non ci si può più sorprendere. Le vittime ricordate sui cartelli appesi al petto lo confermano: il fenomeno è radicato nei territori e ha dinamiche ricorrenti. «Siamo qui per dire basta con l'ipocrisia di chi fa finta di non vedere ciò che vedono tutti».

Intanto ogni primo maggio arriva puntuale un nuovo decreto legge. E proprio in queste ore, come ricorda Landini, c’è «un emendamento della maggioranza che punta a incentivare e legittimare i contratti pirata», definito anche da Fratoianni «un grande scherzo a lavoratori e lavoratrici». Sul tema migrazioni, invece, l’agenda politica continua a puntare sulla propaganda della sicurezza. Ma mentre proseguono le indagini sulla strage di Amendolara, la priorità, invocata dalle opposizioni, è superare i decreti già esistenti che «agevolano l’illegalità». Su tutti, la legge Bossi-Fini: l’alternativa – spiega Schlein – sono canali regolari e regolati per l'ingresso. Ma anche dire chiaramente che sull’illegalità il ruolo principale lo rivestono le imprese coinvolte come nel caso di Amendolara. «Il problema – specifica Mininni – non sono solo i caporali. Sono le imprese che ingaggiano i caporali. E la magistratura deve andare fino in fondo, non scoprire solo chi sono stati quelli che hanno dato fuoco, ma anche i mandanti probabilmente, o comunque chi organizzava questa rete di caporali pakistani».

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