Il Parlamento europeo, nonostante i tentativi di affossamento delle destre, ha approvato il rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali in Europa, che tra le altre cose chiede alla Commissione di vietare le pratiche “riparative” negli stati membri con una proposta legislativa. Solo 8 paesi ne sono già provvisti. Una richiesta partita dai cittadini. L’esecutivo comunitario dovrà rispondere entro il 18 maggio
C’è una battaglia di civiltà che, nel silenzio, si sta facendo largo. È quella per vietare in tutti gli stati europei le cosiddette «terapie riparative o di conversione», metodi che non hanno nessuna rilevanza scientifica, con cui si cerca di cambiare l’orientamento sessuale o l’identità di genere delle persone omosessuali. Proprio come si può decidere di cambiare il colore di un cappotto o il taglio dei capelli.
Tutti gli organismi scientifici nazionali e internazionali si sono espressi in maniera negativa contro queste pratiche che le stesse Nazioni Unite hanno definito «torture». Chi le ha subite racconta quasi sempre di avere pensato anche al suicidio come soluzione definitiva alla sofferenza derivata dalla pressione psicologica estrema a cui si viene sottoposti.
Chi ne è uscito porta ancora addosso i segni: attacchi d’ansia, disturbi del comportamento, problemi relazionali, instabilità emotiva. Ecco perché ciò che è accaduto è di estrema rilevanza: il Parlamento europeo ha approvato il rapporto annuale sulla situazione dei diritti fondamentali in Europa, un testo che al paragrafo 57, chiede esplicitamente alla Commissione europea di vietare le pratiche di conversione in tutti gli stati membri, quindi di intervenire con una proposta legislativa.
Pratiche ancora vivissime
Un obiettivo raggiunto non senza che il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei, di cui fa parte Fratelli d'Italia, provasse a far rimuovere il paragrafo 57 dal testo.
Entro il 18 maggio la Commissione dovrà comunicare la sua decisione, positiva o negativa che sia. «Un atto storico», ha commentato Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, «che arriva dopo anni di campagne e raccolte firme promosse da decine di realtà europee, tra cui Arcigay stessa, con l'obiettivo di porre fine a trattamenti pseudoscientifici che causano sofferenze fisiche e psicologiche a migliaia di persone ogni anno».
In Europa queste terapie sono già vietate all’interno di otto stati: Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo e Spagna. Non accade la stessa cosa in Italia, dove non esiste nessuna legge che le proibisca e dove all’interno dei contesti religiosi queste pratiche sono ancora oggi vivissime, come raccontano gli stessi membri di alcuni gruppi: da Comune e Liberazione ad Azione Cattolica, passando per diverse sezioni degli Scout.
Nonostante siano trascorsi quasi 36 anni dal 17 maggio 1990, data in cui l'Organizzazione mondiale della sanità ha rimosso l'omosessualità dalla lista delle malattie mentali, gli ultimi dati raccolti nel report annuale di ILGA-Europe mostrano come in Europa quasi un quarto delle persone Lgbtqia+ è stato sottoposto a queste pratiche.
In Italia, una persona su cinque. «Nel nostro paese l'unico testo di legge che proibiva queste pratiche fu presentato ormai diversi anni fa dall’allora senatore Sergio Lo Giudice, presidente onorario di Arcigay, ma non fu mai nemmeno discusso», continua Piazzoni. «Oggi l’Italia ha bisogno di una nuova proposta di legge, che recepisca a pieno l’indirizzo europeo».
Il ruolo dei cittadini
Il risultato ottenuto arriva grazie a un’iniziativa popolare di raccolta firme a livello europeo, che in Italia è partita con la campagna “Meglio a Colori” e che in poco tempo ha raggiunto oltre un milione di firme valide, da più di sette paesi. Ed è quanto richiesto affinché la Commissione possa analizzare un'iniziativa nata dai cittadini e le cittadine.
«Mentre il governo Meloni agita il fantasma del gender e tenta attraverso il decreto Valditara di isolare le persone giovani e giovanissime», conclude Piazzoni, «l’Europa accende i riflettori sui veri aguzzini dell’adolescenza, che hanno bisogno proprio di quell’isolamento per operare, per praticare i loro esorcismi e le loro torture. Chiediamo al Parlamento italiano di riattivare immediatamente un iter legislativo: non c'è più tempo da perdere».
Per l'Italia, che continua a non avere nemmeno una legge contro l'omotransfobia, significherebbe non solo colmare un vuoto normativo, bensì riconoscere un diritto fondamentale: essere sé stessi.
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