Sono 598 i comuni senza panificio, 576 quelli senza i negozi di frutta e verdura, mentre 650 quelli senza macelleria. Lo spopolamento desertifica il commercio locale, che a sua volta produce spopolamento. Ma qualcosa si può fare
Nella bassa modenese si contano almeno venti tra iper e supermercati al servizio di circa centomila abitanti. La grande distribuzione ha saturato il territorio, un tempo esclusivamente di Coop: ci sono i discount tedeschi e italiani, le catene venete e quelle milanesi, senza contare gli specializzati come Acqua e Sapone e Tigotà.
Ma basta allontanarsi di qualche chilometro e il paesaggio cambia: nelle frazioni minori trovi gli alimentari chiusi, insegne scolorite e cartelli di spazi commerciali in vendita. Negli ultimi dieci anni qui il commercio di prossimità è semplicemente sparito.
In queste località gli anziani senza patente o senza auto – e in generale le persone con fragilità – dipendono per la spesa da figli e nipoti, a volte da iniziative dei comuni, del volontariato o di qualche catena più sensibile alle esigenze locali.
Resta l’e-commerce, per chi lo sa usare, che però non ha la stessa convenienza del discount fisico: costi di consegna, minimi d'ordine, meno promozioni. La pianura padana, una delle aree più ricche del paese, replica in piccolo un problema che altrove è di vera e propria desertificazione commerciale.
Dati alla mano
I numeri fanno impressione. Secondo Confcommercio, negli ultimi dodici anni hanno chiuso 140.000 attività al dettaglio. Confesercenti conta 598 comuni senza panificio, 576 senza negozi di frutta e verdura, 650 senza macelleria. Sono 4,5 milioni gli italiani senza accesso (fisico e comodo, almeno) a negozi essenziali.
Il 44 per cento dei comuni italiani è privo di sportello bancario, lo sostiene uno studio del sindacato bancario Uilca sui dati di Banca d’Italia. Ogni chiusura rende il territorio meno attrattivo, accelerando lo spopolamento.
È un circolo che si autoalimenta. Tanto più che nei piccoli centri la banca e il piccolo negozio di alimentari svolgono anche una funzione di “casa della comunità”, consentendo agli abitanti di incontrarsi.
Il ritorno ai borghi, tra retorica e realtà
Negli ultimi anni si è parlato molto di un presunto "ritorno ai borghi". Tuttavia, le aree interne italiane hanno perso il 5 per cento della popolazione dal 2014 a oggi. Secondo le proiezioni, il 90 per cento dei comuni delle aree interne del Mezzogiorno perderà almeno il 25 per cento della popolazione entro il 2043.
Chi arriva dalla città cerca (o sogna) la vita lenta con lo spritz al tramonto al baretto sgarrupato, il negozietto con la signora con il grembiule che affetta dietro il bancone, ma rischia di arrivare troppo tardi: è un sistema che va scomparendo.
Il remote worker che si trasferisce in Appennino ordina su Amazon, fa la spesa al supermercato a fondovalle. L'anziano che abita lì da sempre non può più andare al negozio sotto casa – anche a fare due chiacchiere – perché ha chiuso per sempre.
Le risposte possibili
In Germania il problema è stato affrontato con soluzioni tecnologiche. Tante Enso, una startup di Brema, gestisce negozi ibridi in comunità rurali. Il modello richiede che almeno 500 “azionisti locali” investano 100 euro ciascuno per impiantare un punto vendita, una specie di crowdfunding.
I negozi di Tante Enso funzionano prevalentemente in modalità self-service, con accesso tramite tessera e casse automatiche.
In Italia ci sono state alcune risposte, principalmente di tipo pubblico. La Regione Lombardia ha stanziato 5,5 milioni per incentivare l'apertura di negozi alimentari nei comuni sotto i 3.000 abitanti. La Toscana sostiene gli "empori di comunità": spazi collaborativi tra i membri, qualcosa di simile ai gruppi di acquisto solidali ma con un punto vendita fisico. Non sempre però i prezzi sono alla portata di tutti.
Simili per scopo sono le circa 300 cooperative di comunità, il 90 per cento stanziato nelle aree interne. La più nota è quella di Succiso, nell'Appennino reggiano, fondata nel 1991: gestisce alimentari, bar, ristorante, agriturismo.
Ma queste forme di commercio sono ancora eccezioni. Empori e cooperative di comunità richiedono capitale sociale, competenze gestionali, volontariato strutturato. Non è una combinazione semplice da creare e mantenere.
Più strutturato e consolidato è il modello delle Famiglie Cooperative, storica cooperazione di consumo trentina con 361 negozi, sostenuto anche dalla Provincia di Trento, che tuttavia soffre della concorrenza a prezzi minori dei grandi punti vendita di catene nazionali nei centri più grandi della provincia.
Il mercato e i suoi limiti
La questione cruciale di fondo è che esistono aree in cui il libero mercato non può funzionare, e la scelta politica conseguente è se sia accettabile sacrificare allo spopolamento queste zone interne a causa di questa inefficienza di mercato.
In ogni caso la soluzione dovrà necessariamente essere ibrida per essere efficiente ed efficace, coinvolgendo comunità, Stato, tecnologia, capitale privato.
In questo scenario l'e-commerce, in parte causa della desertificazione, potrebbe essere parte della soluzione: se la comunità locale lo adottasse come servizio collettivo, se il settore pubblico sussidiasse la consegna nelle aree svantaggiate, se si creassero punti comunitari di aiuto all’acquisto e di ritiro, l’ecommerce potrebbe raggiungere chi oggi non ha alternative, creando un luogo di smistamento ma anche di sana socializzazione, fondendo efficienza logistica, consumo di qualità e salvaguardia delle comunità.
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