In questi ultimi anni abbiamo visto con sufficiente chiarezza quanto la scuola italiana sia attaccata dall’interno: provvedimenti ministeriali che restringono l’esercizio della libertà di opinione di studenti e docenti, continue repressioni del dissenso, una crescente “pedagogia della cautela”, che induce gli insegnanti (ma anche gli studenti), nel timore di ritorsioni ufficiali e procedimenti disciplinari, ad autocensurarsi.

Ma la scuola è sotto attacco anche su un altro fronte. Negli ultimi giorni, infatti, davanti a cinque scuole di Gorizia sono stati appesi altrettanti striscioni del collettivo neofascista, legato a Casa Pound, Blocco Studentesco. Su ciascuno una frase: «Morirete pazzi!», corredata dal consueto carattere littorio e dal fulmine cerchiato. L’azione è stata rivendicata su Instagram con una didascalia che promette di «svegliare Gorizia dal torpore» e di «inaugurare con slancio un nuovo anno militante». Il messaggio acquista un sapore particolare se ci si sofferma sull’aggettivo: fu proprio a Gorizia che, nel 1961, Franco Basaglia assunse la direzione dell’ospedale psichiatrico è avviò la rivoluzione che avrebbe cambiato per sempre il modo italiano di guardare alla follia.

Non è una novità. All’inizio di aprile, era toccato all’istituto Deganutti di Udine, davanti al quale era stato appeso uno striscione con su scritto «La scuola non è antifascista. È libera». Lo slogan contiene una piccola difficoltà logica: in una Repubblica la cui Costituzione nasce dalla Resistenza, una scuola libera è, per ciò stesso, antifascista. Pesa poi la scelta del luogo, perché quell’istituto è intitolato a Cecilia Deganutti, partigiana, medaglia d’oro al valor militare, morta uccisa a trent’anni nel campo di concentramento presso la risiera di San Sabba, dopo essere stata torturata, bastonata, sottoposta a elettrocuzione, per più di due mesi.

Quasi in parallelo, in una gara di affermazione identitaria, a San Donà di Piave, in provincia di Venezia sono comparsi uno striscione e alcuni volantini di Azione Studentesca, la giovanile legata a Fratelli d’Italia, già finita sui giornali per il sondaggio in cui si chiedeva agli studenti di indicare i professori “di sinistra” che facevano, a loro detta, propaganda in classe. Lo striscione, attacchinato alle pensiline dei bus che servono la locale zona degli istituti, recitava «La scuola: a noi!», con un richiamo esplicito a un motto del Ventennio.

La polizia locale lo ha rimosso, ma sull’arredo urbano sono rimaste tracce ben visibili dell’affissione. Quanto ai volantini, il lessico è di tutt’altra tradizione: si invita lo studente a far «vincere il ribelle che è dentro di te» e a «stravolgere la scuola della noia», ci si definisce «sognatori rivoluzionari» e si chiede agli studenti di lanciare il loro «grido di libertà». È un frullato che sembra mettere insieme Ernst Jünger e Filippo Tommaso Marinetti con il repertorio sessantottino.

Gli episodi, però, hanno un tratto comune che merita di essere notato. Né in questo né nei precedenti si è udita la voce del ministro Giuseppe Valditara, che pure non è avaro di parole. Le sue precisazioni sulle iniziative scolastiche riguardanti Gaza, o su altri temi di attualità, sono quasi quotidiane. «The rest is silence». Quando gli striscioni vengono issati da destra, cala il silenzio, e il ministero sceglie una via che De Gaulle chiamava «splendore dei forti e rifugio dei deboli»: la scena muta.

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