Il vicepremier Antonio Tajani torna a commentare la sentenza della Corte d’Assise di Roma arrivata ieri, lunedì 28 settembre, sull’assassinio di Giulio Regeni che ha definito «limitata», dato che non identifica gli assassini del giovane ricercatore italiano ucciso a Il Cairo nel 2016.

La Corte ha pronunciato il verdetto di primo grado a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza del Cairo. I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, unitamente al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, sono stati condannati a dieci anni di carcere. «Sono state condannate tre persone in primo grado. Vedremo cosa succederà nel secondo e terzo grado. Ci sono tre persone colpevoli, ma non è l’Egitto a essere condannato in quanto tale», aveva detto in serata il ministro degli Esteri. 

Dichiarazioni che hanno scatenato la dura reazione delle opposizioni e sulle quali il capo della Farnesina è intervenuto nella mattinata del 29 settembre: «Io sono stupito dalle polemiche. Mi sono limitato a fotografare la sentenza. E proprio perché è una sentenza limitata, perché non ci dice chi sono gli assassini di Regeni, noi vogliamo che si faccia piena luce su questo. Non abbiamo mai mollato e non copriamo nulla. Vale più l’azione diplomatica che il clamore, perché noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane, in ogni incontro, su quello che per noi è fondamentale, scoprire la verità, scoprire chi sono gli assassini di Regeni», ha detto Tajani.

La reazione

Sulle parole del ministro degli Esteri è intervenuta la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein: «Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza di ieri, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell’apparato di sicurezza del regime egiziano. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi», ha detto. Secondo la segretaria, «le parole di Tajani sono molto gravi perché arrivano proprio quando la giustizia ha compiuto un importante passo avanti dopo dieci anni di tenace battaglia per la verità da parte della famiglia Regeni e uno sforzo encomiabile della Procura. Tajani si risparmi i toni da assoluzione di ufficio, anche perché adesso  compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa, con un'iniziativa politica e diplomatica forte e determinata, per pretendere dal governo egiziano di consegnare i responsabili alla giustizia e che paghi all'Italia il risarcimento che la sentenza ha stabilito», conclude.

Il deputato di Avs, Angelo Bonelli, ha chiesto le dimissioni di Tajani: «È un ministro che fa vergognare tutta l’Italia e dovrebbe dimettersi. Le parole che ha pronunciato sono di una gravità inaudita. Di fronte alla sentenza sul caso Regeni ha sentito il bisogno di precisare che “non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone” e che si tratta di una sentenza di primo grado. Basta con questo linguaggio e con un governo che ragiona secondo il motto "pecunia non olet", il denaro non puzza. Per il governo gli affari con l'Egitto e il petrolio vengono prima del diritto internazionale e della giustizia. E Giorgia Meloni, ancora una volta, resta in silenzio», ha aggiunto.

La strategia dei difensori degli egiziani

Nel frattempo, secondo quanto riportato dall’Ansa, le difese dei tre 007 egiziani condannati sono pronte a impugnare la sentenza in Appello. Un passaggio che potrebbe portare nuovamente davanti alla Corte costituzionale. Nello specifico, quello che i legali contestano è che gli avvocati di imputati assenti non possono presentare ricorso senza una procura speciale firmata dagli stessi imputati. Scenario che allungherebbe i tempi con il rischio che si arrivi alla prescrizione, visto che il reato di sequestro di persona, quello per cui sono stati condannati i tre agenti del Cairo, prevede un termine di dodici anni dai fatti.

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