Ai comizi battaglieri della destra italiana è sempre mancata la colonna sonora. Per evitare di darla vinta alla «egemonia culturale della sinistra», per anni i leader conservatori hanno fatto a gara per appropriarsi in modo dissonante – se non indebito – di canzoni e cantautori popolari, da Battisti a Battiato, da Gaetano a De André e ora è toccato a Lucio Dalla. Alla prima Assemblea costituente di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha scelto il suo brano del 1980, Futura, come inno di partito. Non solo la platea di avanguardie futuriste non conosceva una parola del testo, ma ha scatenato le ire della Fondazione Dalla, che ha definito l’uso «improprio e spiacevole» e ha affermato di non averlo autorizzato.

Destra o sinistra?

«Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?», cantava Giorgio Gaber nel 1994. Domande che, come dimostra il dibattito su Francesco De Gregori, ricadono anche nel mondo della musica. Una cosa è certa: i cantanti non vogliono (quasi) mai essere associati alla destra e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo sa bene: «È possibile che un partito come Fratelli d’Italia non abbia nemmeno un sostenitore nel mondo dello spettacolo?», si domandava nel 2022, poco prima di entrare a Palazzo Chigi.

Proprio in quella campagna elettorale, la futura premier iscrisse forzatamente Rino Gaetano al Pantheon della destra, usando la sua A mano a mano come inno. Come prevedibile, anche in questo caso, la famiglia del cantautore scomparso nel 1981 si lamentò della strumentalizzazione. Sempre Meloni, l’anno successivo, a pochi giorni dal naufragio di Cutro, si esibì in un karaoke per il compleanno dell’alleato Matteo Salvini, intonando con lui La canzone di Marinella di Faber, la storia di una donna annegata.

Dopo Battisti e Battiato, il cantautore genovese è una delle “vittime” più quotate delle colonne sonore della destra. Si ricordano la commemorazione a Faber organizzata nel 2014 dalla sezione di Viterbo di Casapound e i post di apprezzamento di Matteo Salvini. Puntuale, anche nel caso del leader leghista, la risposta della famiglia De André: «Non ha capito neppure che il pescatore era Gesù Cristo. Forse si è fermato al la la la», disse il figlio Cristiano.

Salvini contro tutti

Il rapporto tra l’attuale ministro dei Trasporti e il cantautorato italiano è in assoluto il più conflittuale. Non pago del curriculum di sconfessioni, nel 2022 ha usato nei propri comizi il successo sanremese de La rappresentante di Lista Ciao ciao, guadagnandosi la risposta piccata del duo: «La nostra maledizione sta per abbattersi su di te, becero abusatore di hit».

Ma il rifiuto più doloroso da accettare per Matteo Salvini arriva dal suo mito musicale, Vasco Rossi. Nel 2013 scriveva sull’ex Twitter: «Gran serata coi Fratelli Leghisti. Ginepro, limoncello, assenzio e ora…sereni al volante con Vasco! Liberi liberi siamo noi!!!» e nel 2016 scelse di utilizzare il suo brano C'è chi dice no nei comizi della Lega e per la campagna sul "No" al Referendum costituzionale di Matteo Renzi. Vasco non la prese bene. Dopo il primo «giù le mani dalle mie canzoni», seguirono ripetuti scontri verbali, a danno soprattutto del leader leghista: inimicarsi il simbolo di una generazione non è stata la migliore delle sue mosse politiche.

Il caso Trump

La destra italiana è in buona compagnia. In tutto il mondo, i musicisti preferiscono non essere associati a figure con ideologie controverse. Negli Stati Uniti il caso dei repubblicani – e soprattutto di Donald Trump – è da manuale. La lista dei contenziosi tra il tycoon e il mondo degli artisti parte dalla corsa alla presidenza del 2016 ed è pari solo a quella delle indagini a suo carico. L’ultimo episodio ha visto come protagonista la popstar Ariana Grande, che ha lamentato l’uso strumentale del proprio successo del 2024, Bye, nei «video disumani dell’Ice» pubblicati dalla Casa Bianca sui social network.

Il repertorio di scontri e cause legali – sia per uso sul web che nei suoi comizi – prosegue con You can't always get what you want dei Rolling Stones, Rockin’ in the free world di Neil Young, ma ci sono passati anche Leonard Cohen con Hallelujah, Kenny Loggins con la hit Danger Zone di Top Gun, usata dal profilo ufficiale del presidente, su Truth, come colonna sonora della slopaganda contro il movimento No Kings.

E poi ancora Beyoncé, Celine Dion, Foo Fighters, Linkin Park, John Fogerty, fino ad arrivare al colpo di scena del concertone organizzato per i 250 anni degli Stati Uniti d’America. Dopo le diserzioni a catena dei cantanti sul cartellone, come Martina McBride, Bret Michaels, Young MC, Morris Day e i Commodores, Trump ha cancellato del tutto il concerto, prendendo in giro gli artisti che si sarebbero dovuti esibire.

Ha poi annunciato il piano B, «il più grande rally di sempre»: ovvero un comizio con il presidente stesso come protagonista, intervallato da cantanti country del popolo Maga, il tenore Christopher Macchio, il coro e la band delle Forze armate Usa.

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