«Arrivati sulla nave-prigione ci hanno fatto togliere giacca e felpa. Sono rimasto in maglietta e pantaloni. E ci hanno spinto a terra. Mi tenevano schiacciato sul pavimento, premendo con un ginocchio sulla mia schiena. Poi ci hanno fatto alzare, perquisito con veemenza e ributtato a terra, in ginocchio, in attesa del controllo passaporti». A parlare è Adriano Veneziani, 28 anni, di Roma. Viaggiava sulla barca Holy Blue, una delle 52 in viaggio con la Global Sumud Flotilla verso Gaza, sia durante il primo abbordaggio della notte tra il 29 e il 30 aprile vicino alla Grecia, sia durante il secondo del 18-19 maggio a largo di Cipro: «Sarebbe corretto chiamarli “assalti”, perché delle navi militari hanno assalito imbarcazioni di civili nel Mediterraneo, in acque internazionali, non “abbordaggio” o “intercettazione”. Le parole sono importanti per non normalizzare azioni illegali», puntualizza Veneziani.

Aveva già partecipato alla missione delle barche a vela per rompere il blocco dello Stato ebraico sulla Striscia nel 2025. Anche in quel caso era stato fermato dalle forze di difesa israeliana, portato contro la sua volontà al porto di Ahsdod, era stato maltrattato e poi trattenuto nella prigione di Ketziot.

«Ho temuto di perdere l’uso delle mani»

«Prima di entrare nella zona comune della nave-prigione c’era un bunker chiuso che funzionava da corridoio d’ingresso. È il luogo in cui la maggioranza delle violenze è stata consumata, perché era il momento in cui rimanevi da solo con le guardie. È difficile descrivere bene cosa mi è successo, era tutto buio: mi hanno buttato a terra, sopra un’altra persona che stava già sul pavimento. Mi hanno preso a calci e pugni su tutto il corpo, cercavo di proteggere le costole, non sono riuscito a coprire bene la faccia», racconta ancora il 28enne romano, che sul volto ha i segni del pestaggio e sui polsi quello delle fascette di plastica, usate come manette, troppe strette: «Così tanto, ad un certo punto, che ho temuto di perdere l’uso delle mani».

Un clima di terrore

Veneziani, nell’ultimo abbordaggio, è stato tra i primi ad essere portato a bordo della nave-prigione, il numero 26, ha capito dal braccialetto identificativo che gli è stato legato al polso. Spiega che avendo già esperienza, insieme ad altri attivisti di Gsf, durante la detenzione ha provato a dare una mano il più possibile alle persone che si trovavano nella sua situazione: «Dall’area comune sentivano le urla di chi attraversava il bunker d’ingresso ai container dopo di noi. Anche il rumore dei teaser sui corpi. Così ci organizzavamo per accogliere quelli che entravano, scossi dalla violenza. Insieme a due mediche abbiamo anche messo su un’infermeria per i feriti più gravi. Hanno creato un clima di terrore, di disumanizzazione, in modo che avessimo paura a chiedere anche solo cure, acqua o vestiti più pesanti».

Almeno 15 casi di abusi sessuali

La Global Sumud Flotilla nel complesso riferisce di «abusi diffusi, aggressioni e torture: proiettili di gomma sparati a distanza ravvicinata, taser usati sul volto e sulla parte superiore del corpo, granate stordenti lanciate contro gruppi di detenuti, posizioni di stress mantenute per ore sotto una luce intensa e costante, hijab rimossi con la forza, oltre a varie forme di violenza sessuale», avvenuti soprattutto a bordo di una delle due navi-prigione in cui si trovavano gli equipaggi delle 52 barche, soprannominata “la nave della tortura”, proprio quella in cui si era anche Veneziani insieme a circa 180 persone. Per ora si parla di almeno «almeno 15 casi di abusi sessuali, compreso lo stupro anale e la penetrazione forzata con una pistola e decine di persone con ossa rotte», sui social si vedono i video di persone in barella e in ospedale diffusi da Istanbul, dove gli attivisti della Flotilla sono atterrati dopo essere usciti dal carcere di Ketziot. Anche l’italiano Ruggero Zeni, che era a bordo di Sirius, l’ultima barca ad essere stata abbordata dalla Marina israeliana, a circa 80 miglia nautiche da Gaza - sembra, dalle immagini diffuse sul web, dopo essere stati speronati da una motovedetta dell’Idf - è ancora ricoverato in Turchia.

Taser, bombe sonore e proiettili

Veneziani prosegue nel racconto con voce ferma. É appena a uscito dal pronto soccorso in cui sono state verificate le sue condizioni di salute, il referto finirà nelle mani del team legale di Gsf, già all’opera per raccogliere le testimonianze degli attivisti per completare l’esposto presentato alla procura di Roma sugli abbordaggi. Racconta delle due notti praticamente insonni passate sulla nave-prigione: «Gli israeliani entravano nei container, ci svegliavano con le luci dei fucili e con i laser dei mirini si divertivano a puntare le nostre teste e i nostri copri». Riferisce delle bombe sonore lanciate contro di loro per spaventarli e dei momenti in cui sono anche stati sparati dei proiettili: «Non li definirei esattamente di gomma - aggiunge - ne abbiamo trovato uno e sembrava simile a quelli da caccia, con piccole sfere metalliche avvolte nella garza. Possono essere pericolosi. Uno mi ha colpito la spalla». Ricorda abbastanza bene anche le divise delle forze israeliane con cui ha avuto a che fare: verdi (probabilmente esercito), grigie e nere (polizia).

Da Ashdod a Istanbul

Veneziani descrive nel dettaglio anche il momento specifico in cui le forze israeliane se la sono presa proprio con lui, riempiendolo di nuovo di calci e pugni, quando al porto di Ashdod si è rifiutato di ripetere frasi che non poteva comprendere, in ebraico: «Probabilmente volevano che dicessi che “amo Israele”, non l’ho fatto». Poi la prigione a Ketziot, dove è arrivato con le manette sia alle mani sia ai piedi, lì uomini e donne sono stati divisi e ha trascorso la notte in cella con altre 17 persone. Sempre senza sapere cosa sarebbe successo dopo, nessuna informazione, nessun contatto con il mondo esterno. Infine Eilat, Istanbul raggiunta a bordo dei voli organizzati da Turkish Airlines e l’Italia dove è arrivato nella serata del 21 maggio insieme ad altri 16 connazionali. Non tutti gli italiani sono già rientrati.

Cresce la violenza di Israele

Di Istanbul, Veneziani racconta la gioia nel momento in cui ha rivisto i compagni - «Abbiamo tenuto duro in carcere anche perché sapevano di non essere soli, in Turchia ne abbiamo avuto la prova» - e del ritrovare i primi contatti con il mondo estero - «Non appena venuti a conoscenza degli sviluppi politici in corso è stato soddisfacente rendersi conto, di nuovo, del potere che i cittadini possono avere. In grado di ottenere più risultati dei governi», spiega prima riflettere su quanto sia evidente, tra un abbordaggio israeliano e l’alto, come, seppur il protocollo rimanga lo stesso, stia crescendo il livello di violenza: «Se hanno fatto questo a noi immaginate come possano trattare i prigionieri palestinesi. Io come gli altri partecipanti alla missione sentiamo una sorta di senso di responsabilità accresciuto da privilegio di essere cittadini europei, con passaporti più forti e maggiori garanzie per i nostri diritti. É anche questo che mi spinge a ripartire ogni volta. La solidarietà non può essere espressa solo quando non ci sono dei rischi, ero consapevole dei pericoli a cui sarei andato incontro, ma ho scelto di correrli perché genocidio e occupazione sono ancora in corso».

Per Veneziani fermarsi non è mai stata un’opzione. E non lo è neanche adesso: «Siamo a servizio della missione. Per costruire un mondo in cui non sono gli individui e gli interessi personali a contare ma la collettività».

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