«A noi è andata anche bene, c’era gente che non si reggeva in piedi»: il giornalista Mantovani e il deputato Carotenuto raccontano la detenzione in mani israeliane. Boldrini (Pd): «Interrompere i rapporti commerciali con Israele e sospeso l’accorso di associazione tra Tel Aviv e l’Ue»
Li picchiavano e gli dicevano: «Welcome to Israel». «Quando arrivavi nel container all’ingresso della nave-prigione ti gonfiavano proprio. Nel senso che ti prendevano a calci e pugni. E a noi è andata anche bene eh, c’era gente che non si reggeva in piedi. Per andare in bagno bisognava accompagnarli in due». Così racconta, dall’aeroporto di Roma Fiumicino, pochi minuti dopo l’atterraggio, Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto Quotidiano fermato dalle forze israeliane in acque internazionali il 19 maggio, mentre era a bordo di Kasr Sabadad, una delle 52 barche della Global Sumud Flotilla dirette verso Gaza, poi trattenuto in Israele.
Viaggiava insieme a lui, sempre su Kasr Sabadad, anche il deputato del M5S Dario Carotenuto, uscito dal varco degli arrivi pochi istanti dopo. Sono i primi italiani a tornare a casa dopo l’intercettazione israeliana, avvenuta in acque internazionali al largo di Cipro.
Ammanettati e picchiati sulla nave prigione israeliana
«Eravamo più vicini all’Egitto che a Gaza», spiega ancora il giornalista del Fatto prima di raccontare di essere arrivato all’aeroporto di Tel Aviv con le manette ai polsi e le catene ai piedi e di aver trascorso ore chiuso nella cella dell’ufficio di polizia di Ben Gurion: «Dopo l’abbordaggio ci hanno fatto salire su una nave, credo una corvetta, dove ci hanno sbattuto per terra, bendato, messi in ginocchio con le mani legate con le fascette ai polsi e un’altra fascetta che mi teneva attaccato a una struttura di ferro», continua a riferire: «Ma questo non era ancora niente, quando ci hanno trasferito sulla nave-prigione sono state botte dall’inizio».
«Welcome to Israel», poi le botte
A descrivere l’ingresso nella nave-prigione – probabilmente due quelle che hanno navigato indisturbate nel Mediterraneo nelle 35 ore dell’abbordaggio, visto l’alto numero di persone, 428, che sono state trattenute contro la loro volontà – come una «panic room», anche Carotenuto: «Ci hanno fatto tenere le scarpe in mano in modo da limitare la nostra capacità di difesa quando siamo entrati nel container. C’erano tre energumeni che mentre ripetevano “Welcome to Israel” ci picchiavano selvaggiamente. Io ho preso un pugno nell’occhio, per un attimo ho pensato di non vederci più. E calci ovunque».
Carotenuto, visibilmente provato dall’esperienza vissuta, non si limita al racconto delle violenze subite, certificate anche in un primo resoconto dagli avvocati della ong Adalah, che difende gli attivisti della Flotilla: «Almeno tre casi di persone ricoverate in ospedale e successivamente dimesse. Decine di partecipanti con sospette fratture alle costole e conseguenti difficoltà respiratorie. Le testimonianze indicano inoltre un uso frequente di teaser contro i partecipanti, così come ferite provocate dall’uso di proiettili di gomma durante l’intercettazione delle imbarcazioni e sulla nave militare sulla quale sono stati trasferiti».
Mitra spianati
Il deputato M5S sottolinea anche più volte la preoccupazione per tutti gli altri partecipanti alla missione della Global Sumud ancora nelle mani delle autorità israeliane: «A noi hanno chiamato per numero, io ero il 147», dice mostrando un braccialetto arancione al polso, per descrivere il momento in cui lui e Mantovani sono stati separati dagli altri: «Con i mitra spianati contro di noi, ci hanno chiesto di avanzare e poi di girarci di spalle. Quelli sono stati i secondi più lunghi della mia vita. Infine ci hanno preso per il collo e ci hanno allontanati. Da quel momento non ho più visto i miei compagni di viaggio», conclude con il volto segnato dalla commozione: «Sono persone straordinarie. Sono lì, stanno rischiando la loro vita perché i governi non fanno abbastanza».
Tutti gli attivisti fuori dal carcere di Ktziot
Proprio mentre parla con la folla di cronisti che circonda lui e Mantovani all’aeroporto, insieme a familiari e amici, arriva la notizia che Israele procederà a un’espulsione rapida degli attivisti della Global Sumud. Tutti, tranne l’israeliana Zohar Regev, stanno uscendo dal carcere di Ktziot, nel sud di Israele, per essere trasferiti a Eilat. Da lì, tre voli della Turkish Airlines li porteranno a Istanbul e poi nei rispettivi 45 Paesi di provenienza. Gli italiani dovrebbero rientrare a Roma, Napoli e Milano prima di mezzanotte.
Boldrini: «Interrompere rapporti commerciali con Israele»
«Il governo israeliano va sanzionato senza se e senza ma, vanno interrotti i rapporti commerciali con Israele e sospeso l'accorso di associazione tra Tel Aviv e l'Ue. Altrimenti è solo ipocrisia e complicità», commenta Laura Boldrini: «Il video diffuso dal ministro Ben-Gvir è l’ennesima dimostrazione di quanto il governo israeliano disprezzi i diritti umani e il diritto internazionale». Ma per la deputata Pd e Presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo l'indignazione solo verso il ministro per la sicurezza: «Rischia di essere una foglia di fico dietro cui nascondere l'orrore. L'orribile trattamento riservato agli attivisti e alle attiviste della Flotilla non è che un assaggio di quello che subiscono i prigionieri palestinesi». Della stessa idea anche il deputato Pd Arturo Scotto che aveva partecipato alla missione della Global Sumud del 2025: «Mi sembra di vedere in queste ore un certo livello di ipocrisia da parte dei governi italiano ed europei. Ben-Gvir e Netanyahu sono parenti stretti, fanno parte dello stesso governo. Ben-Gvir è più estremista ma Netanyahu ha sciolto quei cani da tempo contro i palestinesi. Quindi distinguere tra loro due è artificioso», dice a Domani convinto che sia necessario sanzionare individualmente i ministri estremisti d’Israele ma anche che l’Italia tolga il veto che ha posto sul blocco dell’accordo di cooperazione tra Ue e Stato ebraico.
Accanto a lui, ad accogliere i primi tornati in Italia, anche Tony La Piccirella, membro dello Steering Committee di GSF che commenta: «Il governo Meloni ha chiesto delle scuse a Israele ma a noi sembrano insufficienti. Si cerca di umanizzare un conflitto come se fosse un litigio al liceo, invece quello in corso a Gaza è un genocidio. Abbiamo visto da anni che Israele si sta spingendo oltre ogni linea rossa, del diritto e della dignità umana. Non bastano le scuse, ci serve l’interruzione di ogni accordo con Israele, le sanzioni e che il governo, per una volta, metta gli affari in secondo piano rispetto alla vita dei propri cittadini e del popolo palestinese».
© Riproduzione riservata

