«Perché ci sparate? Perché ci sparate? Perché?». Dalla live con cui la Global Sumud Flotilla ha trasmesso in diretta il viaggio delle 52 barche che erano dirette a Gaza per rompere il blocco israeliano si vedono i membri dell’equipaggio dell’imbarcazione “Girolama”, accovacciarsi con le mani alzate, si sentono le grida delle forze di difesa israeliane che stanno per abbordarli: «Go to the front, andate a prua», poi il rumore degli spari, poco dopo lo schermo diventa nero.

Civili disarmati

Sarebbero più di una - probabilmente sei, alcune delle quali battenti bandiera italiana - le imbarcazioni a cui le forze della marina israeliana avrebbero sparato, si presume proiettili di gomma. «Le condizioni delle persone a bordo sono ancora sconosciute», fanno sapere gli attivisti di Global Sumud Flotilla che, instancabili, seguono, secondo per secondo, anche da terra tutto quello che succede, offrendo supporto pratico e emotivo agli oltre 400 partecipanti a questa missione primaverile: medici, insegnanti, giornalisti, attivisti, cittadini uniti dall’obiettivo di sostenere la popolazione del popolo palestinese e, insieme, riportare al centro giustizia e legalità nel mondo.

«Si tratta dell’uso diretto di armi da fuoco contro civili disarmati, non violenti e inermi, che tengono le mani alzate e indossano i giubbetti di salvataggio. Non è più soltanto abbordaggio, sequestro e sabotaggio: è fuoco aperto su una missione umanitaria e pacifica», commenta la portavoce della delegazione italiana Maria Elena Delia mentre un’altra barca della Global Sumud, Sirius, viene fermata con irruenza dall’esercito israeliano a 80 miglia nautiche dalla Striscia. Dalle immagini si vede una motovedetta militare, non un rhib come negli altri abbordaggi, colpire Sirius con getti d’acqua e poi avvicinarsi talmente tanto da ipotizzare una collisione a velocità sostenuta nel momento in cui la live si interrompe.

Sono 50 le barche abbordate dalle forze israeliane nel momento in cui scriviamo. Due, Vivi e Family si sono fermate nei porti di Cipro e Antalya. Con Kasr Sabadad, la barca su cui viaggiavano anche il parlamentare Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto quotidiano Alessandro Mantovani, le comunicazioni si sono interrotte da ore e tutto fa pensare che l’intercettazione sia avvenuta.

Mentre Lina Al-Nabulsi, l’imbarcazione della Freedom Flotilla Coalition che porta il nome di una ragazza palestinese uccisa dall’Idf a 17 anni, che si era unita qualche giorno fa alle altre nel viaggio verso Gaza, è stata l’ultima barca a essere intercettata.

Così dopo 30 ore in cui «le navi da guerra israeliane ci stanno dando la caccia, stanno rastrellando il Mediterraneo alla nostra ricerca» – aveva detto, definendolo inaccettabile, Antonella Bundu pochi minuti prima che venisse abbordata anche la sua barca, la Don Juan su cui era insieme a Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica Ex Gkn – le barche a vela partite da Barcellona lo scorso 15 aprile per rompere il blocco dello Stato ebraico su Gaza sono state fermate. Ma non gli attivisti di Gsf che da terra continuano ad invitare i cittadini a mobilitarsi e a chiedere ai governi di agire, almeno per garantire la sicurezza delle persone che dopo l’abbordaggio sono stati trasferite sulle navi-prigione israeliane e secondo quanto dichiarato da media e autorità israeliane dovrebbero arrivare nelle prossime ore al porto di Ashdod, a sud di Tel Aviv.

La diffida

Sono almeno 29 i connazionali, più tre residenti in Italia, nelle mani delle autorità israeliane: «Abbiamo formalmente diffidato le Autorità italiane competenti affinché adottino con urgenza tutte le iniziative diplomatiche, consolari e istituzionali necessarie a tutela dei cittadini italiani coinvolti nei recenti eventi verificatisi nel Mediterraneo orientale», fa sapere il team di legali italiani di Gsf che sottolinea anche come l’azione si sia resa necessaria alla luce della perdurante privazione della libertà personale di alcuni attivisti coinvolti nella missione civile e umanitaria diretta verso Gaza, nonché delle gravi criticità emerse in relazione all’abbordaggio delle imbarcazioni avvenuto in acque internazionali: «Le autorità italiane hanno il dovere di attivarsi con la massima tempestività per assicurare protezione ai propri cittadini e verificare il rispetto del diritto internazionale», ribadiscono gli avvocati.

Della stessa idea è anche il leader di Avs Nicola Fratoianni che sottolinea come in casi come questi non bastino solo le parole di condanna: «Servono atti concreti perché si arrivi al più presto alla liberazione degli equipaggi fermati, per impedire ulteriori violenze.

Tajani convochi immediatamente l’ambasciatore israeliano alla Farnesina e sbatta i pugni sul tavolo perché Israele deve capire che è isolato nel mondo, e il popolo italiano non intende accettare la sua arroganza e i suoi comportamenti criminali». La risposta di Tajani alla fine è arrivata: il ministro agli Esteri ha chiesto all’ambasciatore italiano in Israele di «svolgere un ulteriore passo formale con le autorità israeliane per chiedere che a tutti i cittadini italiani partecipanti alla Flotilla siano assicurati un trattamento dignitoso, piena protezione e la garanzia della loro incolumità».

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