La responsabilità dei propri alunni per 24 ore al giorno allontana molti professori dalla prospettiva di accompagnare i ragazzi nei viaggi d’istruzione. La soluzione è spesso la crociera, che però allontana insegnanti e ragazzi e trasmette valori in conflitto con l’educazione che la scuola pubblica dovrebbe impartire
È di questi giorni la notizia che i docenti del liceo scientifico “Galileo Galilei” di Trento, con 70 voti a favore su 87, hanno detto no ai viaggi di istruzione e alle uscite didattiche. La protesta si colloca nell’ambito di una più ampia rivendicazione sindacale, promossa da alcune reti come Istruzione di qualità e Docet, che vuole far emergere il cosiddetto “lavoro sommerso” ovvero tutte le attività aggiuntive non retribuite dal Contratto Collettivo Nazionale a cui i docenti non sono tenuti.
Puntuale come le foglie d’autunno e i capelli sfibrati dalla stagione estiva, ogni anno scolastico che si rispetti si apre proprio con la questione dei viaggi di istruzione (soprattutto quelli per le classi V) da progettare, calendarizzare, blindare entro i consigli di classe di ottobre.
Una cosa divertente che non farò mai più è il titolo di un saggio di David Foster Wallace, che era stato inviato dalla rivista Harper’s a partecipare a una lussuosa crociera ai Caraibi… Il risultato è un geniale reportage che resta ancora oggi un capolavoro di umorismo. Perché Wallace? Perché vale la pena di rileggere quel libro. Da qualche anno, infatti, nelle scuole italiane per risolvere il “problema” viaggi di istruzione la proposta avanzata dai collegi docenti è proprio la crociera.
Sette notti e otto giorni su una delle città galleggianti a forma di nave che solcano i nostri mari. In Campania, Puglia, Sicilia aderiscono molti istituti facendo propria la proposta dei grandi gruppi come Msc. I dirigenti e professori che sono favorevoli a questo tipo di esperienza parlano innanzitutto di convenienza economica (i prezzi dei voli sono alle stelle), praticità (possono partecipare tutte le quinte di un istituto nello stesso periodo) e poi il supremo argomento, il tormentone che mette d’accordo famiglie, organizzatori, accompagnatori: la sicurezza.
Il costo della sicurezza
Il problema dei viaggi scolastici in Italia esiste eccome: ai docenti che si prestano (e in Italia l’età media è tra le più alte d’Europa) viene chiesto senza alcuna indennità di viaggio, né assicurazione che li protegga in caso di incidenti di qualsiasi tipo, di “sorvegliare” le alunne e gli alunni a loro affidati che, ovviamente, faranno di tutto per evadere, soprattutto la notte, questa sorveglianza.
Viene chiesto insomma di lasciare le loro vite per dedicarsi completamente ai loro studenti. In pratica sono in servizio per ventiquattro ore, non risultano altre categorie professionali a cui siano proposte condizioni simili. Nel 2025 un sondaggio dell’Osservatorio di Skuola.net ha evidenziato che più della metà degli studenti delle scuole medie e superiori ha dovuto rinunciare al viaggio perché non ha trovato accompagnatori disponibili, nell’indignazione generale.
Cosa cambia sulle navi? Perché i docenti sembrano più disposti a questo tipo di viaggio? Innanzitutto si firma un rigoroso protocollo di sicurezza che prevede, ad esempio, il divieto di servire alcolici ai minorenni (anche se secondo alcune testimonianze è facile comprare alcol a terra e consumarlo sulla nave).
Tuttavia la presenza del personale di bordo (medici, assistenti) in un certo senso “deresponsabilizza” i docenti: niente più notti insonni, i ragazzi e le ragazze sono liberi di girare per la nave, di giocare al casinò, di mischiarsi con gli altri viaggiatori. Anche quando sono previsti i piani riservati alle scuole, e non è sempre così, tutti gli spazi della nave – aree benessere, piscine, palestre, ristoranti e bar – sono frequentati dagli altri passeggeri e dagli studenti delle scuole.
Il confine tra sicurezza delle alunne e degli alunni e quello della responsabilità degli accompagnatori diventa sempre più labile: le telecamere vigileranno al posto dei docenti che saranno liberi di godersi la vacanza. Si dirà che con la crociera si vedono molte città, chi ci è stato racconta, invece, che i tempi per scendere dalla nave sono infiniti, in pratica si sta un’ora in un posto e per il resto è un enorme luna-park in cui l’unico imperativo è: consumare. Cibo in primis.
L’ipocrisia della scuola
In barba a tutti i programmi di educazione alimentare, oltre a colazione, pranzo e cena, i self service della nave offrono da mangiare per 20 ore al giorno. Il punto cruciale è proprio questo: la scuola dovrebbe essere un’istituzione meno ipocrita. Come spiega la professoressa Benedicta Limata, docente di un liceo napoletano: «Le linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica pongono lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente tra i nuclei fondanti del curriculo. Per cinque anni la scuola ha chiesto agli studenti di leggere i dati sul cambiamento climatico, di valutare le conseguenze delle proprie scelte e di agire da cittadini consapevoli» e, a conclusione del percorso scolastico come se niente fosse, si salpa! E ancora: se c’è un nesso che tiene insieme le vecchie esperienze dei viaggi scolastici di un tempo con quelli attuali è proprio la quantità di ore e di esperienze condivise al di fuori delle aule scolastiche che arricchisce la relazione con le ragazze e i ragazzi.
In questo modo, invece, loro sono al sicuro – si fa per dire – in un grande paese dei balocchi, i professori sono tutelati ma c’è una distanza che impedisce di vedere i loro studenti in una luce diversa. Come racconta la professoressa Stefania Pontieri, di fatto le loro esperienze sono separate: da una parte le alunne e gli alunni e dall’altra gli adulti accompagnatori.
Sulle navi manca ogni tipo di comunicazione, persino via social, tra studenti e docenti, in genere l’app di comunicazione della nave funziona malissimo e per accedere a Internet bisogna acquistare costosissimi pacchetti, si parla anche di 80 euro a settimana. Quindi, continua Pontieri, «in caso di traversate lunghe, come ad esempio Napoli-Palma di Maiorca, due giorni di navigazione, si rischia di perdere di vista gli studenti addirittura per più di ventiquattro ore».
Ma i ragazzi si divertono, dice qualcuno dei sostenitori della crociera, docente o genitore che sia. Il punto però non è il divertimento versus la noia, ma l’idea che la scuola pubblica deve avere l’obiettivo di proporre qualcosa che per tutte e tutti sia un’opportunità di scoperta e di relazione. Vogliamo scoprire che quella ragazza canta divinamente, che un’altra è la maga del make-up o di chissà cos’altro, che lo studente timido in realtà è bravissimo a fare la nostra imitazione.
Insomma in quei giorni vogliamo stare con loro. Li definiamo disinteressati, consumisti, apatici ma poi gli proponiamo solo lo stordimento confuso col divertimento. Proponiamo lo sballo sicuro, sotto l’occhio dei professori e quello delle telecamere di sorveglianza.
Pensiamoci prima dei fatidici consigli di classe e chiediamoci se un altro tipo di viaggio è, ancora, possibile.
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