Il rapporto sugli omicidi volontari consumati in Italia nei primi tre mesi dell’anno è il primo dopo l’introduzione del reato. I dati dell'Osservatorio di Non Una di Meno permettono di comprendere il gap tra i femminicidi trattati come tali dalla giustizia e la definizione che i movimenti femministi danno del fenomeno sociale. Per il ministero sono solo tre
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Lo scorso 8 maggio il servizio analisi criminale del ministero dell’Interno ha pubblicato i dati aggiornati con gli omicidi volontari consumati in Italia nei primi tre mesi dell’anno. In questo report, che in parte assomiglia a quelli finora pubblicati su questo sito, c’è una novità: viene per la prima volta usata la parola “femminicidio”, che finora non era mai stata presa in considerazione. La situazione è cambiata il 17 dicembre 2025, quando è entrata in vigore la legge che ha introdotto nel codice penale l'articolo 577 bis, il reato di femminicidio. Nel documento ministeriale si separano ora gli omicidi volontari da quelli per cui è stato aperto un procedimento penale per femminicidio. E nel primo trimestre del 2026 sono tre su quindici omicidi di donne. I dati dell'Osservatorio di Non Una di Meno, che monitora i casi attraverso la cronaca nazionale e locale, permettono di comprendere questo gap tra i femminicidi che vengono trattati come tali dalla giustizia e la definizione che i movimenti femministi danno di questo fenomeno sociale.
Considerando i soli omicidi commessi da partner o ex partner, i casi sono otto: il marito di Federica Torzullo, 41 anni, uccisa ad Anguillara, è sotto procedimento penale per femminicidio, così come l'autore dell'omicidio di Valentina Sarto, 41 anni, morta a Bergamo. Il terzo caso è quello di Daniela Zinnanti, 50 anni, accoltellata dall'ex partner a Messina. Restano escluse Linda Iyekeoretin, nigeriana di 33 anni, picchiata a morte dall'ex partner; Zoe Trinchero, 17 anni, uccisa a Nizza Monferrato, Assunta Currà, 55 anni, uccisa dall'ex marito a Mileto, Maria Teresa Gavinelli, 83 anni, uccisa dal marito a Cameri, e Luigia Rossi, 78 anni, di Latisana, morta per mano del marito. Negli ultimi tre casi il colpevole si è suicidato dopo il delitto, ma il ministero, contattato da Domani, ha precisato che il suicidio non preclude formalmente l'apertura di un procedimento penale per femminicidio.
Anna Bardazzi, giornalista e autrice del podcast “Ricorda il mio nome”, sottolinea che «il femminicidio è ogni omicidio che colpisce la donna in quanto donna, non solo perché viene discriminata o limitata nella sua libertà, ma anche perché viene uccisa a causa della sua funzione di cura». Rientrano in questa categoria, quindi, le donne uccise da figli o padri in contesti in cui erano le uniche caregiver, casi che ritroviamo nei conteggi di Non una di meno o della Casa delle Donne di Bologna.
Diverso è anche l'approccio usato dall’Istat: l’ente segue il framework statistico approvato dalle Nazioni Unite nel 2022, che definisce il femminicidio attraverso variabili più ampie, come la relazione vittima-autore, il contesto, lo squilibrio di potere, ed è anche alla base delle definizioni adottate dai movimenti femministi e dai centri antiviolenza.
Con l'introduzione del reato si apre una potenziale incongruenza tra il dato penale e quello statistico: a novembre, quando Istat pubblicherà il suo report annuale sugli omicidi del 2025, si vedrà per la prima volta quanto i due conteggi divergono. Per Cristina Carelli, presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza: «Riconoscere il femminicidio è un atto politico. Senza chiarezza sulla sua origine, così come per il riconoscimento dell’origine della violenza alle donne, non può esserci alcuna azione concreta di contrasto e prevenzione. I movimenti femministi e i centri antiviolenza si avvalgono di definizioni che integrano la fattispecie di reato, perché il contrasto richiede un lavoro costante e profondo sulla cultura di tutti e tutte».
A livello formale, rispetto ai report 2025, non cambia nulla: non c'è più il file in formato csv, sostituito dal solo pdf, e rimangono le tabelle che non permettono di distinguere il sesso dell'autore. Un cambiamento in positivo c'è: viene aggiunta l'età delle vittime di femminicidio, comunicata però solo come fascia aggregata, e quella degli autori. Per gli enti promotori della campagna Dati Bene Comune, che lo scorso novembre aveva raccolto più di 25mila firme chiedendo nuovi dati per monitorare la violenza maschile sulle donne, non è un progresso reale. «L'avanzamento è solo apparente», spiega Rossella Silvestre, esperta di politiche di genere e giustizia economica di ActionAid. «Le fasce d'età degli autori non sono incrociabili con le altre variabili, la relazione con la vittima resta limitata ai soli casi di partner o ex partner, mancano nazionalità, denunce pregresse, percorsi di protezione attivi e distribuzione territoriale”, aggiunge, e questo “non può essere un problema tecnico, ma una mancanza di volontà di leggere il fenomeno per costruire politiche che possano prevenirlo».
La campagna non si ferma e continuerà a chiedere al ministero i dati disaggregati su tutte le variabili rilevanti e l'implementazione della legge 53 del 2022, che prevede una banca dati strutturata sulla violenza di genere.
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