Care lettrici, cari lettori

Eccezionalmente la newsletter giuridica arriva oggi, perché ieri il nostro quotidiano ha aderito allo sciopero nazionale indetto a causa del mancato rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti, scaduto da dieci anni. 

La settimana appena trascorsa però è stata di quelle che si ricorderanno: al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del ministro Carlo Nordio, ha prevalso il No con il 53,2 per cento, circa 15 milioni di voti, e una affluenza record del 59 per cento, ben sopra il quorum che comunque non c’era per questa consultazione.

Il risultato, che ha visto sconfitto il governo di Giorgia Meloni, ha provocato un serio smottamento non solo nella sua maggioranza ma anche e soprattutto al ministero della Giustizia, con le dimissioni della capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, del sottosegretario Andrea Delmastro e della ministra per il Turismo Daniela Santanchè.

Di tutto questo – e delle altre novità a partire da quelle che riguardano l’Anm – trovate approfondimenti nella newsletter di oggi.

Per una analisi del risultato referendario, segnalo i commenti del del direttore Emiliano Fittipaldi e del politologo Lorenzo Castellani.

Le grandi dimissioni

Il terremoto post referendario ha colpito il ministero di via Arenula. Il giorno dopo il risultato si sono dimessi la capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi – presenza considerata molto ingombrante alle spalle del ministro Nordio – e il sottosegretario con delega alle carceri Andrea Delmastro. Il senso è sembrato quello di chiedere il passo indietro a chi è rimasto coinvolto in vicende giudiziarie o che rischiano di diventarlo (Bartolozzi con il caso Almasri e della nave della Finanza utilizzata per un convegno, Delmastro per il caso Bisteccheria d’Italia), ma anche in seguito alla campagna referendaria (di Bartolozzi si ricorda l’uscita sulle toghe «plotone d’esecuzione»).

Niente dimissioni per Nordio, invece, che pure secondo fonti ministeriali le aveva sia offerte che minacciate, pur di non far dimettere Bartolozzi. Invece, pur ammettendo la sua «responsabilità politica» per il fallimento del referendum, il ministro rimane al suo posto. Con una sorta di “cordone sanitario” intorno, però.

(Altra storia è quella delle dimissioni di Santanchè, che sono approfondite qui).

La nomina di Antonio Mura

Al posto di Bartolozzi – figura chiave nell’organigramma di Nordio – il nuovo capo di gabinetto è Antonio Mura, che già guidava il Legislativo di via Arenula.

Toga di grande esperienza ministeriale, conservatore e vicino a Magistratura indipendente, è stimato però da tutti i gruppi e soprattutto dal sottosegretario Alfredo Mantovano oltre che dal Quirinale, Mura è l’uomo che dovrà vigilare sul ministero.

Dopo gli exploit degli ultimi quattro anni, ora il mantra è quello che la Giustizia «deve sparire dall’agenda del governo», confida una fonte vicina a Fratelli d’Italia. Nel prossimo anno prima del voto, via Arenula dovrà occuparsi esclusivamente di gestione ordinaria: via Nordio dai riflettori, basta proclami e gaffe. Palazzo Chigi non ha voluto prendere in considerazione le sue dimissioni: troppo difficile trovare un sostituto, meglio lasciare ferma la casella ma farla finire sotto tutela, in un cono d’ombra, anche perché sostituirla avrebbe significato un rimpasto di governo.

Quanto al sottosegretariato di Delmastro, per ora l’intenzione sembrerebbe quella di non rimpiazzarlo (ma in pole ci sono le deputate Sara Kelany e Carolina Varchi), ma di spartire le sue deleghe alle carceri e alla penitenziaria tra il sottosegretario Andrea Ostellari e il viceministro Francesco Paolo Sisto, il quale è considerato l’altro pilastro – oltre a Mura – su cui far reggere il dicastero per l’ultimo anno.

Le dimissioni di Cesare Pinelli dall’Anm

Improvvise perchè arrivate pochi minuti dopo la chiusura delle urne, le dimissioni del presidente dell’Anm Cesare Parodi sono state un fulmine a ciel sereno. La decisione era nota per i membri dell’Anm e giustificata con ragioni personali e di famiglia, ma ha aperto un dialogo dentro l’associazione per individuare il successore.

Le sue dimissioni – ma Parodi rimarrà membro della giunta – aprono così una nuova fase per l’Anm, dopo il successo referendario. Per sostituirlo arriverà un’altra toga di Magistratura indipendente, che dovrà però ottenere il placet dell’assemblea e in pole position ci sarebbero Antonio D’Amato e Giuseppe Tango. 

Intanto, la nota post vittoria dell’Anm è stata quella di porgere la mano per un dialogo con ministero (il viceministro Sisto ha fatto lo stesso) e avvocatura, nella consapevolezza che – in ogni caso – una riforma della magistratura rimane necessaria.

«Questo risultato non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza»,, scrivono le toghe, ringraziando «tutti coloro che si sono impegnati con noi». Il riferimento è alla mobilitazione della società civile che molto si è spesa proprio nel comitato costituito dall’Anm e che ha contribuito a permettere alla magistratura di avere un volto in favore del No che non fosse solo quello di giudici e pm. Ora il faro è quello da puntare sui «problemi reali della giustizia», conclude il comunicato, che non cita né i partiti né il ministero della Giustizia, artefice della riforma e il vero avversario infine messo all’angolo.

Magistrati contro avvocati

Tutti i gruppi associativi si sono schierati in favore del dialogo: «Bisognerà sedersi di nuovo al tavolo non solo con il governo, ma anche con gli avvocati per affrontare i problemi veri», ha detto la presidente di Magistratura democratica Silvia Albano. Anche Unicost ha chiesto «l’apertura di una discussione parlamentare su proposte concrete di reale miglioramento della giustizia» e «un confronto sereno e costruttivo sulle riforme con l’intera avvocatura» e Magistratura indipendente ha sottolineato come «si apre ora una fase di rinnovata responsabilità».

Tuttavia, all’esito del referendum non sono mancati anche attacchi dei magistrati agli avvocati e ai sostenitori del Sì. 

A Napoli le manifestazioni di giubilo andate in scena nella sala dell’Anm dentro il tribunale (in città il No vola oltre il 75 per cento e il campione del No è stato il procuratore capo Nicola Gratteri, che è rimasto a lavorare nel suo ufficio), dove una cinquantina di toghe si sono trovate a festeggiare, intonando “Bella ciao” ma anche “Chi non salta Meloni è”. Il video è poi circolato online sollevando polemiche.

Scontro a Milano

Anche a Milano i toni tra Anm e avvocatura si sono alzati. L’ex presidente dell’Anm e sostituto procuratore generale di Milano, Luca Poniz, ha attaccato su Facebook gli avvocati: «Esce travolta un'intera classe dirigente dell'avvocatura, impegnata in un'irresponsabile campagna di violenta legittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari».

Il riferimento è al Consiglio dell’ordine e alle Camere penali: «Quale sia il destino dei dirigenti delle camere penali, ancora una volta battute su un tema che è diventato una ossessione e agitato come slogan, come esattamente compreso da chi ha detto No - è problema che riguarda loro: in fondo si tratta di ulteriore conferma di una scarsa rappresentatività, con la clamorosa sconfitta di oggi ad aggiungersi alla già nota modesta rappresentatività numerica (4% dell'avvocatura). In fondo si tratta di associazioni che si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, e in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza» e ancora, «è invece problema di tutti cosa sarà dell'avvocatura istituzionale, rappresentata a livello nazionale e locale da dirigenti che non hanno esitato a trascinare l'intero ceto forense da loro 'rappresentato' in una campagna faziosa e non di rado violenta, anche in nome di avvocati che certo quel mandato non hanno mai conferito, come raccontano i tanti coraggiosi avvocati che si sono sottratti a un'operazione davvero sconcertante per l'insensibilità istituzionale che dimostrava. Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza».

Immediata è arrivata la reazione del Coa del capoluogo, con una dura nota: ««L'Ordine ribadisce come la cultura della giurisdizione si indebolisca ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si comprometta quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social. Il rapporto tra avvocatura e magistratura è, per sua natura, dialettico, ma deve restare fondato su rispetto, lealtà e verità. È su questo terreno che si tutela davvero la giustizia. Ed è qui che il confronto deve continuare. Fuori da questo perimetro, ci si espone a una deriva che la nostra civiltà giuridica non può permettersi. Quel che occorre è un dialogo sereno e costruttivo. I problemi della giustizia sono sul tavolo e con serietà vanno affrontati e risolti».

Il caso Agnino

Non è stato il solo caso, però. Sempre su Facebook anche Francesco Agnino, magistrato di Cassazione, ha avuto una dura esternazione dai toni quasi canzonatori: "E’ stato detto che i magistrati iscritti alle correnti avevano paura di perdere il potere, insensibili a qualunque cambiamento. Mi rivolgo ad alcuni avvocati e colleghi che hanno sostenuto il sì, dal mio angolo privilegiato della Corte di cassazione: vi invito ad abbandonare la toga, non perchè avete sostenuto legittimamente il s’, ma perchè ho letto i vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è “imbarazzanti”. Il diritto e in alcuni casi la lingua italiana scorrono paralleli ai vostri scritti imbarazzanti. Solo per questo dovreste dimettervi e cancellarvi dall’ordine. E adesso è giusto togliersi qualche sassolino dalle scarpe”.

Comprensibilmente il post – poi cancellato con le scuse di Agnino – ha suscitato dure reazioni.  «Desta forte preoccupazione il contenuto di un post pubblicato ieri dal magistrato di Cassazione Dott. Francesco Agninbo» hanno scritto le Camere penali, in una lettera firmata dal presidente Francesco Petrelli e inviata all’Anm, in cui ha parlato di «parole che, proprio perché colpiscono direttamente la qualità dell'attività professionale e giurisdizionale di giudici e avvocati, assumono un carattere particolarmente grave e appaiono difficilmente conciliabili con il dovere di misura, rispetto e sobrietà che dovrebbe caratterizzare chi esercita la funzione giudiziaria»

Il giudizio complessivo dei penalisti sul contegno delle toghe post referendum è lapidario: «Tali comportamenti, nel loro complesso, pongono interrogativi rilevanti sull'opportunità che manifestazioni di tale natura siano inscenate all'interno dei palazzi di giustizia, assumendo toni che rischiano di compromettere l'immagine di imparzialità e terzietà della magistratura».

Che succede ora? La linea Parodi

Il vero interrogativo è cosa succederà ora, anche alla luce di questo clima tutt’altro che sereno e che rischia di riverberarsi non solo sul dialogo tra avvocatura e magistratura ma anche sul clima nelle aule di giustizia.

L’auspicio è stato espresso da Parodi nel suo saluto all’Anm, in cui ha detto che «la vittoria ha riacceso la luce ma non ha ripulito la stanza» e «abbiamo avuto un'apertura di credito e dobbiamo meritarla. Non si può pensare che sia qualcosa di dovuto. Dobbiamo dimostrare ai cittadini di avere la volontà di risolvere i problemi legati alla giustizia, soprattutto a quelli che hanno votato sì».  Ancora: «Se la politica avrà il garbo di chiederci un parere sulle riforme noi ci saremo e saremo pronti a contribuire se si parlerà dei problemi veri».

Con una precisazione importante, in risposta alle polemiche di chi ha ritenuto che l’Anm sia diventato un partito politico: «Una critica altamente contraddittoria quando proviene da chi ha assunto personalmente posizioni politiche esplicite. Quindi chi secondo me ha assunto una posizione personale politica secondo me ha meno titolo di altri di dirci che l'Anm fa politica. Lo dico perché qui con noi ci sono dei colleghi per il Sì e loro non hanno assunto una posizione politica e io quindi questo lo rispetto assolutamente. Chi si è presentato con una casacca di un partito e viene a dire fare politica non mi piace assolutamente. L'Anm ha fatto ciò che doveva fare: non politica, difendere i principi costituzionali senza trasformarsi in un soggetto politico ma senza nemmeno rinunciare alla propria responsabilità pubblica. La vittoria vedete non è una soluzione, è una delega condizionata».

La Corte costituzionale

In settimana si è anche svolto un incontro tra la stampa e il presidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso, in occasione della sua relazione sull’anno di lavoro della Consulta: «La Corte, nel corso dei settant'anni della sua attività, è sempre stata al di qua della sottile linea di demarcazione tra le valutazioni di legittimità costituzionale e le scelte politiche riservate al legislatore ed è rimasta fedele alla sua missione di custode della Costituzione, con un ruolo progressivamente di maggiore impatto, rendendosi interprete di radicali cambiamenti nella società e nell'ordinamento giuridico», è stata la conclusione della relazione annuale.

Quanto ai numeri, nel 2025. Le pronunce complessive sono state 219: 160 nei giudizi incidentali; 36 in via principale
5 sui conflitti tra Stato, Regioni e Province autonome; 9 sui conflitti tra poteri dello Stato; 6 sull’ammissibilità dei referendum; 3 ordinanze di correzione di errori materiali. Di particolare rilievo le 81 sentenze che hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale, almeno in parte, delle norme esaminate.

Amoroso ha anche parlato del post referendum, dicendo che «bisogna ricucire lo strappo», «riannodare il filo di qualcosa che si è spezzato», dopo una campagna «vivace» e con toni a volte eccessivi.

Quanto alle riforme, «tutte le riforme costituzionali devono essere necessariamente concertate. Il confronto e il dialogo sono l'essenza della materia costituzionale. La Carta nasce con un consenso ampiamente diffuso nell'Assemblea e sarebbe bene che la materia costituzionale fosse affrontata con lo spirito del confronto, del dialogo e della concertazione perché si tratta del livello apicale della legislazione. La Costituzione può essere modificata, ma bisogna farlo con cautela e saggezza».

Nomine al Csm

Uffici direttivi

Presidente tribunale Ferrara: nominata Piera Tassoni, attualmente presidente sezione tribunale Ferrara

Procuratore Nocera Inferiore: nominato Luigi Alberto Cannavale, attualmente sostituto procuratore Salerno

Procuratore Salerno: nominato Raffaele Cantone, attualmente procuratore Perugia

Uffici semidirettivi

Procuratore aggiunto Salerno: nominato Maurizio Cardea, attualmente procuratore aggiunto Potenza

Procuratore aggiunto Napoli: nominato Giancarlo Novelli, attualmente procuratore aggiunto Catanzaro

Presidente sezione tribunale Verona: nominata Maria Antonia Maiolino, attualmente giudice tribunale Padova

Collocamenti fuori ruolo

Ernesto Caggiano, attualmente fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia, gabinetto del Ministro: deliberata la conferma del collocamento fuori ruolo presso la Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione europea, quale esperto

Vittorio Corasaniti: deliberata la conferma del collocamento fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia, vice capo gabinetto Vicario del Ministro

Anna Chiara Fasano: deliberata la conferma del collocamento fuori ruolo presso il Ministero della Giustizia, vice capo gabinetto del Ministro

Ricollocamenti in ruolo

Angela Rizzo, attualmente fuori ruolo per aspettativa: deliberato il ricollocamento in ruolo quale consigliere corte appello Torino (posto precedentemente occupato)

Trasferimenti extraordinem

Emanuele Quadraccia: deliberata la destinazione quale giudice tribunale Como (posto precedentemente occupato; posto vacante non pubblicato), a seguito di riammissione nell’ordine giudiziario

Andrea Canepa, attualmente giudice tribunale Monza: deliberata la assegnazione in via definitiva quale giudice tribunale Trento (posto vacante non pubblicato), a seguito di trasferimento in via temporanea

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