La campagna iraniana lanciata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu non ha il sostegno neppure dell’opinione pubblica americana, tantomeno di quella europea.

Oltre a essere impopolare, questa guerra è antipopolare.

Lo stesso Trump ammette ormai esplicitamente che il suo obiettivo non è la democrazia ma avere leadership a lui compiacenti. Il segretario generale Nato – quel Mark Rutte che ci invitava a sacrificare il welfare per il warfare, mentre scriveva a «paparino» che «gli europei pagheranno caro» – va dicendo persino in televisione che ora l’Alleanza atlantica è «una piattaforma per proiettare l’influenza globale degli Usa».

Ma noi europei pagheremo gli effetti della destabilizzazione innescata in Medio Oriente.

La impopolarità della guerra

L’opinione pubblica, a cominciare da quella americana, questa guerra non la vuole affatto. I sondaggi si susseguono ma l’esito resta lo stesso: già giorni fa Cnn riferiva che 6 americani su 10 disapprovavano l’attacco all’Iran; nelle scorse ore Npr ha aggiunto l’ulteriore conferma, solo il 36 per cento approva il modo in cui Trump sta gestendo il dossier iraniano; oltre la metà è convinta che Teheran non rappresenti una minaccia, o non di rilievo, per gli Usa.

Per sette italiani su dieci, quella lanciata in Iran da Trump e Netanyahu ormai oltre una settimana fa non è una guerra giusta (dati diffusi da Mannheimer). Quasi nove italiani su dieci temono, anche molto, il conflitto (in stragrande maggioranza, pure gli elettori di centrodestra), sette su dieci pensano possa coinvolgerci direttamente e solo il 15 per cento si fida di Trump (fonte Istituto Piepoli).

Così abili a etichettare moti in giro per il mondo come «proteste della Gen Z» e a trasformarli in trend mainstream, i media nostrani stanno invece tralasciando le proteste dei giovanissimi in Germania. Eppure in tutto il paese i liceali tedeschi si organizzano e protestano da mesi – lo hanno fatto a fine 2025, lo hanno fatto di nuovo questa settimana – perché sanno che il piano di Friedrich Merz per «assumere la guida della difesa del continente» passa dalle loro vite e per le loro vite sceglie.

Lo «Schulstreik gegen Wehrpflicht», lo sciopero contro la coscrizione, riguarda decine di migliaia di studenti in un centinaio di città. Protestano per la nuova legge che introduce in forma surrettizia – in Germania ma in modo simile anche in Francia – la leva obbligatoria: si comincia col fare una ricognizione e col raccogliere le disponibilità, ma ci si riserva di obbligare qualora non bastino. 

L’antipopolarità della guerra

Dopo un post sulla «famiglia del bosco», Giorgia Meloni ha pubblicato sui suoi social un video sulla guerra dal quale si vede bene che la premier ha presente lo scollamento tra la scelta di coprire le spalle a Trump e l’orientamento del suo stesso elettorato.

Ieri in Florida il tycoon ha ribadito che quando lui parla di «leader grandioso» vuol dire semplicemente che è compiacente con lui: ecco perché la vice di Maduro, prestatasi all’operazione americana, è diventata ora «grandiosa»; e sempre dalla Florida, Trump al Corriere ha detto per telefono che anche Meloni è una grande.

Ma mentre persino negli Usa gli americani sono tutt’altro che convinti di questa nuova avventura trumpian-israeliana, gli europei hanno molti motivi in più per guardarsene bene.

ANSA
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Chi ha provato a spacciarla per guerra per la democrazia è smentito dallo stesso iniziatore: Trump ha detto che della democrazia non gli interessa; gli interessa in Iran una leadership compiacente a lui e a Israele. Netanyahu ha intanto coltivato un asse con Grecia e Cipro in funzione anti-turca, mentre Trump è riuscito a ottenere senza troppe resistenze dalla classe dirigente europea una sua dipendenza dall’energia americana. 

Il risultato è che gli europei pagheranno da ogni punto di vista la destabilizzazione innescata dal duo in Medio Oriente. 

«Ci sarà il terrore in Europa», aveva detto, tronfio, Elon Musk a una convention della Lega quando era ancora membro dell’amministrazione Trump. Il fatto che gli Usa «non potrebbero aver condotto questa operazione senza il supporto chiave degli europei» – lo ha dichiarato e persino rivendicato il segretario Nato – significa trasformarci in bersagli.

Mentre il presidente Usa provoca un’ennesima ondata di crisi economica e approfitta delle nostre nuove dipendenze (che von der Leyen orwellianamente chiama «il momento di indipendenza dell’Europa»), vanificando i già deboli tentativi dell’Ue di risollevare il proprio comparto industriale e imponendoci l’ennesima ondata di caro vita, intanto Trump continua a dire che l’Ucraina è un problema degli europei, «lontana un oceano per lui».

La classe dirigente europea fa esercizi di retorica ed equilibrismo per far digerire alla sua scettica opinione pubblica come semplice «difesa» la sua condiscendenza all’operazione trumpian-israeliana. E in tutto questo, mentre pretende di trascinarci nelle dinamiche con lui e con Netanyahu, Trump ci lascia scoperti verso la Russia. Tratta al telefono col Cremlino per spartirsi influenze, a cominciare dalla situazione in Medio Oriente, con un convitato di pietra: l’Europa. 

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