Nella laguna di Vjosa-Narta e sull’isola di Sazan è previsto un resort di lusso legato ad Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero di Donald Trump: dopo la modifica di legge che ha aperto le aree protette ai villaggi a cinque stelle, alla società è stato riconosciuto lo status di «investitore strategico». Ma «l’Albania – dice chi manifesta – non è in vendita»
La prima cosa che si nota è una folla rossa. Subito dopo, una kids area: rotoli di carta stesi a terra, matite, colori, famiglie che disegnano insieme la natura. È il segno di una protesta che si prende cura del futuro. Non c'è un vero palco, solo una scaletta con le bandiere albanesi, e chi parla viene tenuto su dagli altri, come a dire: ti faccio vedere, ma ti proteggo. Non ci sono transenne, ma sedie, dove siedono anziani, bambini, persone con disabilità. Una piazza capace di far scendere in strada anche chi di solito guarda il mondo passare dalla propria finestra.
Dietro, una vicenda ormai nota che dice molto di come si decide, oggi, il destino dei territori. Nella laguna di Vjosa-Narta e sull’isola di Sazan è previsto un resort di lusso legato ad Affinity Partners, il fondo di Jared Kushner, genero di Donald Trump: dopo la modifica di legge che ha aperto le aree protette ai resort a cinque stelle, alla società è stato riconosciuto lo status di «investitore strategico». È nato così il movimento che chiamano "rivoluzione dei fenicotteri".
La protesta
La filosofa albanese Lea Ypi, sul Guardian, ha colto qualcosa di essenziale su queste mobilitazioni: nell'Europa postcomunista l'esclusione politica ha spesso alimentato le destre xenofobe, mentre l'Albania mostra che è possibile un'altra strada. Lo slogan del movimento, «l'Albania non è in vendita», dice ciò che il governo pare aver dimenticato: un popolo pronto a svendere la propria anima scoprirà che quell'anima era l'unica cosa che aveva davvero valore. Per una volta, aggiunge Ypi, l'Albania non deve rincorrere l'Europa: può indicarle la strada.
L'ho vista con i miei occhi, quella laguna, andando a Valona e nella riserva di Vjosa-Narta, l'area su cui avevo presentato un'interrogazione alla Commissione europea, ricevendo una risposta vaga, uno «stiamo valutando» che oggi suona quasi grottesco. Stretta tra due zone protette già spianata, nonostante i permessi non fossero stati ancora concessi: i lavori procedono a rilento solo perché le imprese costruttrici sono in guerra tra loro.
Eppure, nonostante le ruspe, questa ex zona lagunare – recuperata dalla biodiversità dopo il fallito tentativo di trasformarla in terreno agricolo negli anni Settanta – è ancora piena di vita: rondini, uccelli migratori, anfibi, e poco distante i fenicotteri diventati il simbolo della protesta. Il vicino aeroporto di Valona è pensato esattamente lì dove il passaggio migratorio rende la presenza umana incompatibile con la fauna. E attorno, dispute fondiarie irrisolte, sovrapposizioni di proprietà, un contesto che lascia intravedere logiche non troppo distanti da quelle mafiose.
Ma sarebbe un errore leggerla solo come battaglia ambientalista. Il messaggio che ho sentito nelle strade di Tirana è più largo: i territori hanno diritto a esistere oltre l'estrattivismo, oltre una turistificazione selvaggia pensata per pochi ricchi – italiani, americani, del Golfo – e non per chi ci vive. Nasce da una popolazione stremata: case che a Tirana nessuno può più permettersi, sanità segnata da scandali di corruzione che spingono chi si ammala di cancro a curarsi all'estero, welfare quasi assente, mentre la ricchezza si concentra in poche mani vicine al potere. Chi scende in piazza non chiede solo di salvare una laguna: chiede di non essere merce di scambio per nessun investitore.
Non è una storia lontana da noi. Anche in Italia si bypassano comunità, autorità locali e norme europee di tutela ambientale per consegnare pezzi di costa a grandi progetti privati: penso a Cala Finanza in Sardegna, per esempio. La domanda che l'Albania ci pone è la stessa che dovremmo porci qui: a chi appartengono i territori, e chi ha il diritto di decidere il loro futuro?
Per l'Albania, candidata all'adesione Ue con un sostegno popolare altissimo – l'86% secondo il Balkan Barometer 2025 – è anche un banco di prova sullo stato di diritto: il rapporto del Parlamento europeo chiede l'abrogazione delle modifiche alla legge sulle aree protette, e la Commissione ha avvertito Tirana che simili scelte rischiano di compromettere il percorso di adesione. Anche come delegazione dei Verdi abbiamo osservato un rischio di regressione, e non smetteremo indagare e di richiedere trasparenza.
Le persone si preparano già al 4 luglio, compleanno del presidente Edi Rama, per una nuova grande manifestazione. Non è una protesta contro l'Albania: è una protesta per un’Albania, e per un’Europa, che si prendano davvero cura del futuro dei propri territori e di chi li abita.
*Eurodeputata di Alleanza Verdi Sinistra
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