Il vicepresidente della Camera, il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli, ha consegnato un’interrogazione parlamentare, firmata anche da un’altra decina di deputati (da Federico Mollicone a Fabio Roscani), destinata al ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara: è stilato un elenco di quaranta scuole che non avrebbero commemorato il Giorno del ricordo con iniziative adeguate. C’è quasi la metà dei licei di Roma, dal Tasso al Righi all’Orazio al Newton, tutti in qualche modo insubordinati.

È un’iniziativa talmente fuori luogo e strumentale che anche il semplice darne notizia può farci riconoscere l’adulterazione dell’istituzione nella forzatura dell’irritualità. Con il pretesto di richiamare la legge dello Stato del 2004 sul Giorno del ricordo, si vanno a comporre sorte di liste di proscrizione scolastiche e si minaccia di fatto l’autonomia didattica.

Per comprendere perché questa non sia questione di lana caprina, occorre risalire alle radici del principio sancito dall’articolo 33 della Costituzione, nato dalle ceneri di un regime che aveva fatto della scuola uno strumento di propaganda.

libertà di insegnamento

L’affermazione «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» fu coniata da Concetto Marchesi con l’intento di porre l’universalità del sapere al di sopra di ogni barriera statale o orientamento politico. Marchesi propose una formulazione di principio netta, modellata sull’articolo 142 della Costituzione tedesca di Weimar del 1919, che dichiarava liberi l’arte, la scienza e i loro insegnamenti.

Marchesi e Togliatti insistettero perché questa affermazione di principio non venisse subordinata ad altre logiche né condizionata da interessi organizzativi. La libertà di insegnamento significa che chi insegna è «moralmente e spiritualmente l’unico giudice e l’unico responsabile dell’insegnamento che impartisce ai suoi alunni»: «Nessuno può entrare in questo rapporto, che è un rapporto di coscienza che si instaura fra alunno e maestro».

La formula fu approvata con ampio consenso trasversale (una delle rare convergenze tra comunisti, socialisti, liberali e cattolici), proprio perché rispondeva a un’esigenza che veniva sentita come assolutamente comune: che lo Stato democratico appena nato si distinguesse dal regime precedente anche per questo, la rinuncia a fare della scuola una cassa di risonanza del potere.

I Costituenti avevano ben presente il trauma del giuramento di fedeltà al fascismo imposto ai docenti, dove chi si rifiutava perdeva la cattedra. Per questo, l’articolo 33 mira a escludere tassativamente l’esistenza di un’arte di Stato o di una scienza di Stato, figuriamoci di una storia di Stato.

Durante i lavori della commissione costituente emerse un concetto di libertà «finalizzata» o «orientata». Giorgio La Pira e Aldo Moro sottolinearono che la libertà non dovesse essere intesa come mero arbitrio individuale, ma come uno strumento per il «perfezionamento integrale della persona umana» e per una partecipazione consapevole alla vita democratica.

Francesco Franceschini disse che la scuola ha il compito di creare una coscienza democratica, armonizzando i diritti della persona con le esigenze dello Stato sovrano. In questa visione, la libertà di insegnamento la dobbiamo intendere come un dovere pubblico prima ancora che un diritto soggettivo, perché è volto a garantire la neutralità del servizio scolastico attraverso il pluralismo delle voci.

Il confine

Il confine tra autonomia del docente e obblighi istituzionali è ovviamente spesso terreno di scontro. Negli anni questo scontro ogni volta emerge quando un docente viene magari accusato di propaganda politica perché si espone su temi di attualità. Quale è il confine tra promozione del libero pensiero e indottrinamento?

Il confine è proprio la Costituzione. Se il governo o il ministero individuano argomenti sensibili o solennità civili come il Giorno del ricordo, l’insegnante può tenere conto del valore di quella sensibilizzazione, ma non certo farsi dettare il cosa e il come insegnare.

A chi sta in classe spetta il dovere di essere autonomo e responsabile. La libertà di insegnamento, come ribadito nel Testo Unico del 1994, è intesa come autonomia didattica e libera espressione culturale, finalizzata alla piena formazione della personalità degli alunni. Ogni tentativo di imporre una memoria di Stato o di censurare l’autonomia attraverso ispezioni mirate viene quindi percepito da parte del mondo della scuola e della politica come una violazione dello spirito costituzionale, che voleva la scuola come luogo di confronto aperto e non come una specie di apparato ideologico di Stato.

La libertà di insegnamento resta il principale baluardo contro ogni forma di omologazione nell’epoca delle fake news e dell’intelligenza artificiale. Ma richiede un equilibrio delicato: lo Stato ha il dovere di offrire gli strumenti per l’educazione dei cittadini, ma deve arrestarsi di fronte alla porta della classe, lasciando che il processo formativo sia guidato dal metodo critico e dalla ricerca della verità scientifica, protetto da qualsiasi interferenza politica.

Un’iniziativa pericolosa

Per questo l’iniziativa di Rampelli è pericolosa oltre che arrogante: c’è una lista di scuole “sospettate” di non aver commemorato abbastanza fedelmente una ricorrenza stabilita per legge introduce un principio di sorveglianza politica sull’insegnamento che non trova corrispondenza in nessuna norma dell'ordinamento.

La legge del 2004, che ha istituito il Giorno del ricordo, non prevede obblighi sanzionatori per le scuole né affida al ministero il compito di verificarne la corretta osservanza tramite ispezioni sui contenuti didattici. Stabilisce soltanto una finalità commemorativa istituzionale, non un programma prescrittivo con annesso meccanismo punitivo.

Rampelli consegna la lista e opera di fatto come se questa norma esistesse. Anzi chiede al ministro di agire come se esistesse. È un modo di produrre effetti normativi senza passare dal parlamento: un cortocircuito democratico oltre che costituzionale. Per fortuna, a scuola, il senso della costituzione e della divisione dei poteri si insegna ancora.

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