Nelle settimane recenti si è tornato a parlare di “patrimoniale”, complice il lancio di una raccolta di firme da parte di Rifondazione comunista con lo slogan “1% equo” per la presentazione di una proposta di legge popolare per tassare i grandi patrimoni, al quale ha fatto seguito un medesimo rilancio da parte dei leader di Avs. Cui hanno già risposto sbrigativamente “picche” tanto il Pd, con Antonio Misiani, che i Cinque stelle, con Giuseppe Conte. Il primo argomentando che «non vogliamo colpire il ceto medio», il secondo dicendo che sarebbe «meglio tassare gli extra-profitti».

Detto che tassare gli extra-profitti, quale che sia la loro definizione, riguarda le imprese e le loro entrate, non la loro ricchezza, la cosa che più colpisce è che, se all’apparenza tutti concordano che le disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza sono eccessive, quando si tratta di proporre misure per aggredirle si fanno subito mille distinguo.

Ora, di cosa si sta discutendo? Una proposta come “1% equo” propone di tassare la ricchezza – non il reddito – a partire da una valutazione del patrimonio di due milioni di euro, detratta la prima casa e le eventuali tasse già pagate, con aliquote a partire dall’1 per cento, a salire fino al 3,5 per cento sopra i 5,4 milioni.

Una proposta simile era stata avanzata un paio d’anni fa dalla Cgil, che seguiva un appello di 150 economisti ed è, in sostanza, ciò che sostiene Avs ma anche la campagna che Oxfam ha lanciato già da tempo di una tassa al 3,5 per cento per i grandi patrimoni, così come lo stesso l’economista francese Gabriel Zucman, di cui si è occupato anche questo giornale. Perché, dunque una proposta del genere non dovrebbe avere il consenso di chi afferma di voler combattere le disuguaglianze? Non dovrebbe essere il tema unificante per le forze progressiste?

Il concetto di patrimonio  

La ricchezza (il patrimonio) include i beni immobili, certo, ma anche i capitali (titoli, azioni, dividendi), che vengono accumulati senza essere tassati o con aliquote più basse dei redditi da lavoro. Un’obiezione che viene fatta è che tassare un patrimonio vuol dire tassare due volte un reddito che è già stato tassato alla fonte (il che è, appunto, da dimostrare) e che si è accumulato. Ma questa obiezione alla “doppia tassazione” dovrebbe allora applicarsi anche all’Imu, all’Iva e a tutte le imposte sulle vendite o sui consumi.

Come si accumulano i patrimoni? Per eredità, per risparmio e per aumento del valore del bene (mobile o immobile che sia). L’eredità è tassata pochissimo, l’acquisto di beni immobili prevede imposte minime. Se io acquisto una casa che vale 100mila euro e dopo dieci anni ne vale 500mila, beneficio dell’andamento del mercato e il mio capitale aumenta senza che io faccia nulla. Lo stesso vale per un’azione di un’impresa che io sottoscrivo a dieci euro e dopo un anno ne vale 1000. Dove starebbe “l’ingiustizia” nel tassare il valore del capitale per quello che è in ogni momento (anno)?

Il “ceto medio”

Una più comune obiezione è che tassando i patrimoni si va a colpire il ceto medio. Secondo i dati di cui disponiamo, la ricchezza posseduta dallo 0,1 per cento degli italiani più ricchi – poco meno di 50.000 persone – è circa tre volte superiore a quella nelle mani della metà meno ricca della popolazione adulta (25 milioni di italiani). E il valore minimo di quella ricchezza è proprio di 5,4 milioni di euro. Secondo le stime del Global Wealth Report il 5 per cento più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 50 per cento della ricchezza nazionale: il patrimonio di quel 5 per cento più ricco supera di quasi due decimi quello del 90 per cento più povero. Secondo l’Istat, la ricchezza netta totale delle famiglie italiane è stata nel 2024 pari a 11.732 miliardi di euro (la lorda, mille miliardi in più), composta per il 52,9 per cento da attività non finanziarie e in particolare da abitazioni (44,3 per cento) e immobili non residenziali (5,5 per cento). Le società finanziarie e non hanno invece una ricchezza lorda vicina ai 14mila miliardi.

Un grafico apparso qualche settimana fa su Euronews mostra che in Italia le persone che possiedono una ricchezza netta superiore ai 30 milioni di dollari (più di 25 milioni di euro) sono ben 15.433, ovvero 2.886 più di cinque anni fa. Molti di loro hanno patrimoni superiori ai 100 milioni: anzi, sono miliardari. Una tassa annuale minima dell’1 per cento vorrebbe dire 30mila euro per chi ha una ricchezza netta di 30 milioni, 100mila per chi possiede 100 milioni. Sono tanti? Certo, ma 30mila euro in tasse già li versa chi guadagna appena 70mila euro. In Italia, ci sono oggi ben 61 miliardari, il che vuol dire che più di 15mila persone hanno una ricchezza tra i 30 e i 999 milioni.

Quanti di questi appartengono al ceto “medio”? Nessuno. Se consideriamo ceto medio chi ha un reddito tra i 26 e i 75 mila euro lordi annui, questi sono il 34 per cento dei contribuenti. Solo il 2,2 per cento sta nel ceto medio-alto, tra i 75 e i 120mila euro, mentre appena l’1,1 per cento sta nel ceto alto (492mila persone). Quanti contribuenti del ceto medio pensiamo possano possedere appartamenti e immobili per un valore superiore ai due milioni?

In ogni caso, si dice, se tassiamo i grandi proprietari – molti dei quali sono titolari di imprese, che danno lavoro a migliaia di persone –, questi se ne andranno. E dove andrebbero? In Germania? In Svizzera? Assieme agli altri miliardari? Se così fosse, ci sarebbero già andati… Stanno qui con noi perché sono italiani e sono diventati ricchi grazie al sistema, come i loro amici e colleghi tedeschi e svizzeri. Perché possono pagare salari e stipendi bassi al 99 per cento dei loro dipendenti, perché il sistema fa di tutto per coccolarseli e far pagare a quel 99 per cento il loro mantenimento. Questi signori e signore, come ci ricorda Paul Krugman, non sono gente come noi: vivono nel loro mondo, hanno società con sede fiscale all’estero, pagano meno tasse di tutti noi.

Questo, al di là degli slogan, può essere un terreno di convergenza su una ragionevole proposta delle forze progressiste: tassiamo la proprietà – che non è solo immobiliare, ma anche finanziaria – e iniziamo a rendere il sistema fiscale più giusto ed equo. Colpiremo solo quella esigua minoranza che è molto ricca e non contribuisce come il resto del paese al bene comune. Tutelando così il ceto medio che, invece, si accolla il grosso del gettito fiscale.

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