«Care compagne e cari compagni, oggi qui si incontrano persone che in vario modo hanno tenuto il punto. Quello di uno sguardo di sinistra sull’Italia e sul mondo». E ancora, poco dopo, «noi vogliamo essere una forza radicale e di governo. Essere radicali non significa essere estremisti. È esattamente il contrario». Con queste parole Fabio Mussi apriva la sua relazione al Congresso fondativo di Sinistra Italiana.

Ne aveva sostanzialmente scritto le tesi e quella relazione, svolta all’alba della prima presidenza Trump, resta oggi terribilmente attuale. Ascoltarla come ho fatto giovedì, restituisce la dimensione di un dirigente politico di straordinaria levatura.

Fabio, che era nato nel 1948 in una famiglia operaia di Piombino, fu il più giovane dirigente a entrare nel comitato centrale del Pci. La sua carriera lunga e ricca di incarichi, ha sempre avuto il segno di una intelligenza curiosa e inquieta. Fu tra i pochi a votare contro la radiazione del manifesto e tra i primi a intuire la centralità della questione ambientale; e protagonista della lotta contro il nucleare in un partito ancora pesantemente segnato da un’impronta industrialista.

Dopo la fine del Pci continuò a militare nel Pds e poi nei Ds fino al congresso di Firenze che ne decretò lo scioglimento per fondare il Pd. In quell’occasione, al termine del suo intervento pronunciò la frase che annunciava una scelta radicalmente diversa: «Io mi fermo qui». Avvertiva troppo forte il rischio di uno smottamento profondo e ormai difficilmente evitabile. Da li la nascita di Sinistra democratica che fu poi protagonista decisiva per la nascita di Sel.

Gli anni di Sel

Negli anni di Sel, e soprattutto in questi ultimi dieci anni, Fabio è stato per me un punto di riferimento imprescindibile. Un rifugio sicuro nei momenti più difficili, uno stimolo continuo e costante. Da quando, per ragioni di salute legate alle conseguenze del doppio trapianto di reni che aveva subito nel 2008, si muoveva con più difficoltà, Fabio mi telefonava. A tutte le ore.

Leggevo il suo nome sul telefono e sapevo che per almeno venti minuti avrei dovuto mettere in pausa quello che stavo facendo.

E lui cominciava, senza convenevoli, come si fa tra amici e compagni. Parlava veloce, parole che fluivano come in una raffica di mitraglia. Ti trasmetteva l’urgenza di un pensiero, e poi, senza soluzione di continuità, l’urgenza di un’azione. E le questioni erano le più diverse, Gaza e la guerra tornata a farsi ordinario strumento di risoluzione delle controversie internazionali, e poi la follia del riarmo, o la dimensione angosciante della crisi climatica la cui dimensione politica aveva colto con tanto anticipo.

Oppure mi chiamava per commentare la notizia di una scoperta scientifica o di un’innovazione tecnologica con il tono di chi guarda,
insieme, alle possibilità e ai rischi che abbiamo di fronte.

«Uno sguardo di sinistra»

Sempre in quella splendida relazione Fabio ci ammoniva sulla dimensione etica e filosofica, oltre che politica e sociale, dei problemi che le grandi trasformazioni del nostro tempo ci pongono di fronte. Insomma il suo assillo di fronte a un dibattito politico sempre più povero era di guardare alle questioni di fondo, alle grandi tendenze anche per potersi orientare nelle dispute quotidiane.

La sua cultura vastissima, maneggiata come un fondamentale strumento critico di indagine sul presente e di ricerca sul futuro, ha sempre esercitato su di me una fascinazione potente. E così il suo costante richiamo all’esigenza dello studio e della ricerca in un tempo in cui pare che tutto possa essere risolto con un tweet.

C’è in questa fascinazione anche l’ansia di una responsabilità, quel bisogno di sentirsi all’altezza in un tempo così cupo e difficile. E allora, la scomparsa di una persona come Fabio Mussi diventa ancora più pesante. Perché al lutto personale, al dolore per la perdita di una persona cara, si somma il senso di una solitudine che si fa più grande e più profonda. Oggi siamo tutti e tutte un po’ più soli, ci mancherà un po’ più di intelligenza e di saggezza. Proprio quando ne avremmo più bisogno.
A Fabio ho voluto molto bene. Mi mancheranno moltissimo le sue telefonate, le sue parole, i suoi consigli e la sua ironia. Perché Fabio Mussi era una persona dotata di una fantastica ironia, tagliente come sapevano essere le sue parole. E allo stesso tempo era una persona estremamente dolce, sempre attenta alla dimensione collettiva e mai all’interesse personale, in grado di prendersi cura delle persone. Con me, nei passaggi più aspri, lo ha fatto
molte volte. Allora ciao Fabio, che la terra ti sia lieve. La promessa che ti faccio, che ti facciamo, è che continueremo a tenere fermo quel punto, a mantenere vivo «uno sguardo di sinistra sull’Italia e sul mondo».

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