Mentre le bombe americane e israeliane cadono su Teheran ed Esfahan, Reza Pahlavi, erede al trono in esilio e leader autoproclamato della transizione democratica iraniana, ha la sua roadmap per il futuro del paese. È l’“Emergency Phase Booklet”. Ci troviamo sette “principi immutabili” per la futura costituzione iraniana. Il secondo: «La dignità umana e i diritti e le libertà fondamentali, ispirati dal Cilindro di Ciro e radicati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani». Ci risiamo col Cilindro di Ciro.

Già nel 1968 il babbo di Pahlavi, lo scià Mohammad Reza, aprì la prima Conferenza sui Diritti Umani dell’Onu a Teheran dichiarando che quel cilindro d’argilla era «precursore della moderna Dichiarazione». Di più: «La prima dichiarazione dei diritti umani», nientepopodimenoche. L’ironia non sfuggì a nessuno: un regime autoritario alla ricerca di legittimazione internazionale rivendicava una primogenitura nella storia dei diritti.

Riflesso dinastico

Passano 60 anni e questa dubbia strategia la ritroviamo tale e quale nel figlio. Un riflesso dinastico pavloviano. Poco importa che sia una stupidaggine. Il Cilindro di Ciro è un’iscrizione reale achemenide nella tradizione dei depositi di fondazione mesopotamici, un documento più mesopotamico che persiano. Ciro vi si presenta come l’eletto del dio babilonese Marduk, venuto a sostituire l’empio Nabonide, elenca i benefici conferiti ai sudditi babilonesi, restaura templi e rimpatria popoli deportati. Un testo di legittimazione imperiale iscritto da un conquistatore, importantissimo per carità, ma che ha a che fare coi diritti umani quanto le Res Gestae di Augusto o l’ultimo discorso sullo stato dell’Unione di Trump. Che il figlio non sappia far di meglio che riciclare l’operazione screditata del padre tradisce una certa povertà d’immaginazione storica.

Ma il problema non è solo suo. È anche nostro. I due Pahlavi sono costretti a questa operazione dall’ideologia e dalla storiografia stessa dei diritti. Hanno bisogno del Cilindro perché la narrazione dominante, da Georg Jellinek fino a Bobbio e oltre, racconta i diritti come «una grande invenzione della nostra civiltà»: quella europea, occidentale. A questi diritti “nostri” servono però, strutturalmente, un “prima” e un “altrove” senza diritti.

A prescindere da dove si voglia situare questa presunta invenzione (coi canonisti medievali, con Guglielmo di Occam, con l’Illuminismo, con le dichiarazioni settecentesche), chi è iraniano, cinese, africano è strutturalmente escluso da questa genealogia. Appartiene a quell’altrove: a culture che si presumono, con un etnocentrismo urticante, incentrate da sempre su obbedienza e gerarchie, ignare dei diritti. E allora, se non si è occidente illuminato, o ci si fabbrica degli antenati, come Pahlavi padre e figlio, oppure – e qui casca l’asino – si rigetta l’intero impianto dei diritti come forma di imperialismo occidentale.

Invenzione dei diritti

Così fanno le autocrazie. Quando Xi, Putin, lo stesso Khamenei, come già Lee Kuan Yew e Deng, attaccano i diritti come «valori occidentali» estranei, è quest’idea dell’eccezionalità dell’invenzione occidentale dei diritti che consegna loro l’argomento bell’e pronto. Se i diritti sono invenzione, imposizione occidentale, rigettarli è legittima difesa culturale. Makau Mutua, giurista di origini keniote, ha descritto la Dichiarazione come testamento della «dominazione dell’Occidente europeo sulle popolazioni extra-europee».

Le genealogie dei diritti contano. E non contano solo per questi altrove extra-occidentali. Contano anche da noi, dove ci si scanna per una priorità in questa genealogia. Nel 1989, mentre la Francia celebrava il bicentenario della Rivoluzione, Margaret Thatcher si scagliò contro la pretesa francese di aver inventato i diritti e rivendicò origini inglesi, tirando in ballo persino l’Atene classica, antenata (udite udite) del parlamentarismo britannico. Tutti a contendersi una genealogia che pare dover per forza escludere qualcuno. Bell’universalismo…

Ma se c’è un’invenzione dei diritti, c’è allora anche un prima senza diritti. E ci può essere chi a quel prima vuole tornare. Se i diritti dell’individuo sono un accidente, una svolta contingente della modernità europea, allora quella svolta la si può invertire. È la logica delle «democrazie illiberali» di Orbán e dei suoi emuli, Trump compreso: democrazie che si vogliono liberare dei diritti come di un lusso ideologico che intralcia l’esercizio della sovranità popolare. Un’idea perniciosa che, però, trova un forte puntello nella narrazione dominante.

Il paradosso è che questa narrazione esclude persino ciò che fa finta di arruolare. La stessa Grecia antica, tirata in ballo da Thatcher per far dispetto ai francesi, ne è normalmente tenuta fuori. Da Benjamin Constant, che nel 1819 proclamava che «gli antichi non avevano alcuna nozione dei diritti individuali», ad Alasdair MacIntyre, che nel 1981 sentenziava che credere a nozioni antiche di diritti è «come credere nelle streghe e negli unicorni», il mondo antico è il prima per eccellenza, proprio come l’oriente è l’altrove per eccellenza: sfondo senza diritti su cui risplende l’invenzione moderna. Senza quel prima, quell’altrove, la narrazione crolla.

Che crolli... Basta guardare all’Atene classica senza paraocchi – come ho cercato di fare ne L’Atene dei diritti – e vi scopriamo concezioni sofisticate dei diritti dell’individuo, diverse dalle nostre ma non meno pregnanti. Diritti senza rapporto genetico con quelli moderni, espressi da un vocabolario (dell’onore) a lungo frainteso come primitivo, associato, appunto, a quell’altrove fuori dall’illuminata modernità occidentale. E non è un caso isolato: la nuova Cambridge History of Rights mostra che tante culture diverse hanno elaborato autonomamente le proprie concezioni dei diritti, fuori da questa genealogia.

Insistere che i diritti siano monopolio occidentale non è solo storicamente problematico. È pericoloso. Costringe chi sta fuori a falsificazioni dubbie, come il Cilindro di Pahlavi (pardon, di Ciro). Consegna a chi sta contro i diritti un’arma potentissima per delegittimarli. E offre a chi, da dentro, li vuole smantellare, l’alibi che siano un accidente storico inessenziale e reversibile. Mentre le bombe cadono su Esfahan, chiedersi di chi sia davvero la storia dei diritti non è questione accademica. La risposta non potrà che essere: di nessuno, e di tutti.

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