Meno alunni possono significare classi meno affollate, più sostegno e soprattutto più tempo pieno dove oggi manca. Il fabbisogno di docenti dovrebbe essere calcolato sulla scuola che vogliamo garantire a tutti, non sulle carenze di quella esistente
Meno alunni, meno insegnanti? Diminuiscono le nascite, diminuiscono gli iscritti, diminuisce il personale necessario. I conti tornano.
La legge di bilancio 2027 prevede, dall'anno scolastico 2027/2028, una riduzione di 4.925 posti di docenti e 2.049 di personale Ata. Sono 6.974 posti che si aggiungono ai 5.660 docenti e 2.174 Ata già tagliati dalle precedenti disposizioni. In totale, 14.808 posti in meno nell'arco di tre anni scolastici. Il risparmio aggiuntivo previsto è di 83,9 milioni nel 2027 e 251,7 milioni annui dal 2028.
La giustificazione, dunque, è il calo demografico. Ma siamo sicuri che il fabbisogno di insegnanti debba essere calcolato soltanto sul numero degli alunni che oggi frequentano le scuole e sull'organizzazione che hanno oggi?
La matematica è politica e i dati, a leggerli tutti, sono molto meno rassicuranti. Nell'anno scolastico 2023/2024, secondo i dati del ministero dell'Istruzione elaborati dall'Ufficio parlamentare di bilancio, frequentava classi a tempo pieno il 62% degli alunni della primaria del Lazio. In Sicilia appena il 13%. In Puglia il 21%, in Campania il 23%. La media nazionale era del 43%. I dati sulle iscrizioni al 2026/2027 mostrano un miglioramento, ma confermano il divario: il 72,5% delle scelte nel Lazio riguarda le 40 ore, contro il 22,2% in Sicilia. Cinquanta punti percentuali di differenza.
Sono percentuali di frequenza effettiva, non di richieste delle famiglie. E raccontano due sistemi scolastici profondamente diversi nello stesso Paese, proprio nella fase più importante del percorso educativo. Due scuole, due possibilità di vita. Una discriminazione che si impara presto, a sei anni o anche prima, se consideriamo la disuguaglianza nell’accesso ai nidi.
Le due scuole
La scuola primaria italiana prevede modelli orari diversi. Quello a 27 ore e quello a 40 ore non offrono la stessa quantità di esperienza educativa. Tredici ore settimanali di differenza, moltiplicate per circa 33 settimane e per cinque anni, producono 2.145 ore. Un divario che equivale, in termini di tempo complessivo, a quasi un anno e mezzo di scuola a 27 ore. Un anno in mezzo di scuola in meno nella vita dei bambini più bisognosi. Il tempo pieno significa lezioni, compiti svolti a scuola, mensa, gioco, laboratori, relazioni. Tutto tempo educativo, garantito ad alcuni bambini e negato ad altri, spesso proprio ai più poveri, nei territori con i maggiori ritardi negli apprendimenti.
Una disuguaglianza che si accumula e si trasmette negli anni. C’è chi urla allo scandalo? Quanti di coloro che giustamente parlavano di diritto all’istruzione compromesso per i tre mesi di dad alla primaria durante la pandemia oggi denunciano questo anno e mezzo di scuola tolto a metà paese? Nessuno.
Ha gioco facile allora Meloni a dire che, siccome diminuiscono gli alunni, possiamo tagliare gli insegnanti. Meno iscritti non significa meno bisogno di scuola. Soprattutto dove oggi ce n'è meno. Anche per garantire un supporto al lavoro femminile e favorire quella natalità tanto evocata quanto tradita dalle destre al governo. Dovremmo fare il contrario: calcolare quanti docenti servirebbero per garantire il tempo pieno ovunque. E sono molti. Servono anche personale Ata, mense, edifici adeguati e investimenti pluriennali.
Il carico femminile
C'è poi una seconda disuguaglianza, che precede la scuola primaria e che segue la medesima geografia: gli asili nido.
Secondo l'Istat, nell'anno educativo 2023/2024 l'Italia disponeva di 31,6 posti ogni cento bambini sotto i tre anni. Ma nel Centro la copertura raggiungeva il 40,4%, nel Sud si fermava al 19% e nelle Isole al 19,5%. E il 59,5% dei servizi aveva bambini in lista d'attesa. Anche qui la diminuzione delle nascite viene utilizzata per sostenere che il fabbisogno di servizi diminuisca. Eppure, milioni di famiglie vivono in territori nei quali l'offerta educativa è ancora insufficiente.
La stessa legge di bilancio 2027, all'articolo 121, prevede di distribuire le risorse eventualmente eccedenti il raggiungimento del 33% di copertura comunale anche ai Comuni che quella soglia l'hanno già superata. Una proposta che pone un problema preciso: con quali criteri si stabilisce che le risorse che sono eccedenti vadano a coprire aree già dotate del servizio, quando intere aree del Paese rimangono lontanissime dal livello essenziale?
Nidi e tempo pieno sono inoltre due pezzi della stessa questione economica. Dove mancano i servizi, sono soprattutto le donne a ridurre il lavoro retribuito o a rinunciarvi. Dove la scuola termina alle 13, l'organizzazione familiare richiede tempo, denaro e una rete di cura che non tutti possiedono.
La carenza di servizi alimenta le disuguaglianze territoriali, limita il lavoro delle madri e penalizza l'istruzione dei figli. Svantaggi che si trasmettono da una generazione all'altra, con costi sociali ed economici per la collettività ben superiori a quelli necessari per ampliare l'offerta educativa. Per questo il calo demografico dovrebbe essere un'occasione per ridurre le disuguaglianze, non per tagliare gli organici.
Meno alunni possono significare classi meno affollate, più sostegno e, soprattutto, più tempo pieno dove oggi manca. Il fabbisogno di docenti dovrebbe essere calcolato sulla scuola che vogliamo garantire a tutti, non sulle carenze di quella esistente. La legge di bilancio, invece, contabilizza risparmi su un sistema scolastico che non garantisce ancora a tutti le stesse opportunità.
La domanda, dunque, non è quanti insegnanti servano per la scuola che abbiamo. È quanti ne servano per garantire finalmente a tutte le bambine e a tutti i bambini un eguale diritto costituzionale di istruzione. Se calcoliamo il fabbisogno sulla disuguaglianza esistente, trasformiamo quella disuguaglianza nel criterio con cui decidiamo quanta scuola finanziare.
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