Il titolo del “Capo II” promette bene: “Disposizioni in favore degli enti locali”. Ma il disegno di legge di Bilancio 2027 presentato dal governo non sempre contiene quel che annuncia. E così nel Capo II all’articolo 121 c’è una norma che preleva risorse dal Fondo equità livello di servizi destinati agli asili nido e li sposta in favore dei territori che hanno servizi eccedenti rispetto al 33 per cento di copertura di posti nei nidi. Una sorta di AntiLep, ovvero un meccanismo teso a consolidare divari territoriali nei Livelli essenziali delle prestazioni.

La cifra in ballo è rilevante - si sfiorano i 200 milioni - ma la questione di principio lo è ancora di più perché si mina alla base il funzionamento del federalismo fiscale, appena rilanciato dal ministro degli Affari regionali Roberto Calderoli con l’approvazione di un decreto che avrà i suoi effetti dal 2027. Ma andiamo per ordine.

Il forte ritardo italiano

Il Lep asili nido in Italia dal primo gennaio 2022 è fissato al 33 per cento della popolazione in età 3-36 mesi, ma il target va raggiunto in tutti i comuni gradualmente entro il 2027, con un finanziamento dedicato nel Fondo equità livello dei servizi che a regime, cioè nel 2027, arriva a 1.100 milioni. Proprio la presenza dei 1.100 milioni è stata utilizzata dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara per dimezzare la quota perequativa del Fondo 0-6 destinata alle regioni con pochi asili nido, cioè meno del 33 per cento, vale a dire soprattutto Campania, Calabria e Sicilia. I soldi risparmiati tagliando ai territori con meno servizi sono stati assegnati da Valditara a chi ha copertura maggiore.

Va sottolineato che la quota del 33 per cento nasce da una indicazione europea con obiettivo temporale al 2010. Tale indice è stato nel frattempo alzato al 45 per cento con la linea sul calendario al 2030. L’Italia quindi è in forte ritardo rispetto al 2010 e la carenza di servizi per le famiglie (nonché i loro costi, quando i servizi ci sono) ha rappresentato in questi anni un freno alla natalità, con il numero di culle in calo ininterrotto dal 2009.

Proprio la denatalità però viene utilizzata nella legge di Bilancio per risparmiare una fetta dei 1.100 milioni. Se ci sono meno bambini, è il ragionamento, sono sufficienti meno asili nido. Il che avrebbe senso se la copertura fosse del 100 per cento. Ma con un valore obiettivo del 45 per cento è chiaro che il Fondo equità livello dei servizi si sarebbe potuto utilizzare per alzare il Lep dal 33 per cento verso il 45 per cento mantenendo il principio costituzionale di garantire prestazioni sociali in tutto il territorio nazionale.

Federalismo fiscale addio

Togliere invece 200 milioni (la cifra esatta si conoscerà a gennaio) per finanziare i servizi eccedenti non solo è in contrasto con il fine dell’equità, ma scardina i principi del federalismo fiscale. Ciascun ente locale infatti dovrebbe ricevere risorse sufficienti per gestire senza sprechi i servizi assegnati e in più dovrebbe essere libero di aumentare i servizi utilizzando le proprie leve fiscali.

Se invece un ente (in questo caso un comune) riceve fondi statali extra per finanziare un servizio non obbligatorio si mette in piedi un meccanismo che tassa tutti gli italiani per coprire servizi locali attivati in genere nelle aree più ricche. Nel caso degli asili nido peraltro le strutture eccedenti sono state costruite con fondi del Pnrr assegnati con bandi. Quindi siamo al paradosso di aver chiesto un prestito come Italia per realizzare nidi in posti dove ve ne erano già a sufficienza e adesso chiediamo ai contribuenti italiani di tassarsi per tenerli aperti. Il tutto eludendo completamente il tema della responsabilità di chi governa un Comune di realizzare investimenti e assicurare servizi sulla base del proprio bilancio.

Alimentare differenze territoriali come fa l’articolo 121 della legge di Bilancio e come ha fatto il ministero dell’Istruzione con il Fondo 0-6 non è neutrale rispetto agli equilibri demografici italiani. La carenza di servizi per l’infanzia e per i bambini (soprattutto nidi e tempo pieno alla scuola primaria) sono tra le cause della bassa partecipazione delle donne del Sud al mondo del lavoro. Inoltre la carenza di servizi incentiva le migrazioni interne con lo spopolamento accelerato di vaste zone del paese, non solo nel Mezzogiorno.

Eppure, Istat e Banca d’Italia hanno certificato che l’apertura di asili nido, insieme allo smart working, favoriscono la natalità. Non dovrebbe essere questo l’obiettivo di qualsiasi legge di bilancio?

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