Il mercato immobiliare milanese ha raggiunto livelli tali da espellere progressivamente le professioni pubbliche a reddito medio. Una questione settentrionale di cui si parla poco e che riguarda il ceto medio, le donne e, soprattutto, le alunne e gli alunni. Protagonista è una nuova figura sociale: il proletariato urbano istruito
C’è una questione settentrionale di cui si parla poco e che rischia di diventare una delle emergenze sociali più gravi dei prossimi anni. Riguarda la scuola e la crescente incapacità delle grandi città del Nord di trattenere i propri insegnanti.
Milano rappresenta il caso più eclatante e allarmante. Secondo alcune recenti proiezioni di Cisl Scuola, circa un docente su otto tra quelli oggi in servizio a Milano e provincia si trasferirà in altre regioni a partire dal prossimo anno scolastico. Parliamo di quasi mille insegnanti: 140 della scuola dell’infanzia, 334 della primaria, 236 delle medie e 240 delle superiori. Numeri già di per sé significativi, ai quali si aggiungono oltre cinquemila domande di mobilità che testimoniano un disagio diffuso e crescente.
Non si tratta di un fenomeno nuovo. Da decenni il sistema scolastico italiano vive una sorta di pendolarismo professionale tra Sud e Nord. Molti insegnanti, una volta ottenuta l’immissione in ruolo lontano dalla propria regione di origine, cercano successivamente di rientrare.
Oggi però qualcosa è cambiato. Non c’è soltanto il desiderio di tornare a casa per ricongiungersi agli affetti e prendersi cura magari dei propri anziani, c’è l’impossibilità materiale anche per insegnanti residenti al Nord da decenni di sostenere il caro vita e la scelta obbligata di abbandonare le città dove avevano messo radici.
Milano rappresenta il punto di massima tensione di questa contraddizione. Il mercato immobiliare ha raggiunto livelli tali da espellere progressivamente le professioni pubbliche a reddito medio, soprattutto di chi non dispone di una casa di proprietà. Molti docenti provenienti da fuori regione vivono in appartamenti condivisi, dividendo l’affitto con colleghi o studenti universitari e rinunciando a costruire una vita stabile. Condizioni difficili da sostenere per qualche anno, ma del tutto proibitive sul lungo periodo.
Proletariato urbano istruito
Prende forma a Milano, ma gradualmente anche in città come Torino, Venezia, Padova, Bologna, Firenze, una nuova figura sociale: lavoratori altamente qualificati, investiti di una funzione pubblica essenziale, ma costretti a vivere in condizioni economiche sempre più precarie. Una sorta di proletariato urbano istruito, indispensabile al funzionamento della città ma progressivamente escluso dai suoi benefici.
Il prezzo più alto di questa situazione sarà pagato da alunni e alunne. Ogni docente che lascia una scuola interrompe relazioni educative costruite nel tempo, progetti avviati, percorsi di apprendimento consolidati. La continuità didattica, già fragile nel nostro sistema scolastico, rischia di diventare un privilegio sempre più raro. A settembre molte scuole milanesi si troveranno nuovamente ad affrontare il problema delle cattedre vacanti, delle nomine tardive, delle supplenze assegnate a lezioni già iniziate. In questa situazione molti dirigenti si troveranno a dover reclutare sempre di più candidati docenti non qualificati, abbassando la qualità della proposta formativa.
Questione di genere
La questione settentrionale si incrocia anche con una profonda questione femminile. L’insegnamento in Italia resta una professione a forte presenza femminile e sono soprattutto le donne a subire gli effetti della combinazione tra bassi salari, costi dell’abitare e carichi di cura. Non è un caso che a Milano professioni tradizionalmente considerate complementari al reddito familiare stiano cambiando volto. Le conducenti dei mezzi dell’azienda tranviaria milanese, ad esempio, sono sempre di più donne: è l’esito di una politica di gender equality dell’azienda ma anche il riflesso di un mercato del lavoro che considera questo mestiere una seconda entrata per famiglie a doppio reddito.
La stessa dinamica attraversa la scuola: molte insegnanti riescono a rimanere a Milano solo grazie a un secondo reddito familiare. Per chi non può contare su questa risorsa, la permanenza diventa sempre più difficile se non impossibile.
Servizi pubblici essenziali
Per anni abbiamo denunciato il problema della fuga dei giovani dall’Italia o il divario tra Nord e Sud. Oggi dobbiamo iniziare a osservare anche un altro fenomeno: l’incapacità delle aree economicamente più forti del Paese di attrarre e trattenere i lavoratori dei servizi pubblici essenziali. Se una città non riesce a garantire condizioni di vita dignitose agli insegnanti, agli infermieri, agli educatori, agli operatori sociali, finisce per indebolire le fondamenta stesse del proprio sviluppo.
Milano è stata fino ad oggi preoccupata di trattenere il suo capitale finanziario disinteressandosi del suo capitale sociale ed educativo. Ma quando una città non riesce più a trattenere chi insegna ai suoi bambini e ai suoi ragazzi, il problema non riguarda soltanto la scuola ma il suo stesso futuro.
È su questi temi che si dovrebbe giocare la campagna elettorale per la guida delle nostre città, con proposte concrete e credibili: prezzi calmierati delle case per i docenti, condizioni dignitose di vita e di lavoro per chi ha in mano, di fatto, il presente e il futuro delle nostre città.
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