Welcome to the Jungle, cantavano i Guns N’ Roses. E se non fossimo nel 2026, le immagini dei nuovi casseurs che hanno devastato i centri di Milano e Torino sembrerebbero uscite da un film degli anni Novanta. Stesse vetrine infrante, stessi blindati, stessi incappucciati. E soprattutto lo stesso rassicurante copione nazionale: i giovani spaccano, i ministri minacciano, i benpensanti si indignano.

Ma una volta calato il sipario e rientrati a casa, non sappiamo fare di meglio che sentirci soddisfatti di aver individuato il nemico pubblico del giorno. Del resto, nell'Italia dei professionisti dell'indignazione la povertà è tollerabile, la disperazione comprensibile, persino l'ingiustizia sopportabile. Purché nessuno abbia la sfrontatezza di trasformarle in protesta.

E invece eccoli, i figli della rabbia. Un branco di insolenti, anzitutto. Dopo aver consegnato loro un Paese impoverito, salari da fame, scuole che cadono a pezzi e un futuro da precari, pretendiamo persino che ci ringrazino. Magari in silenzio, senza disturbare il traffico. Possibilmente sorridendo.

Del resto, ci siamo impegnati parecchio per arrivare fin qui. Abbiamo trasformato la politica in una gigantesca operazione di marketing. Anni e anni buttati a cercare il leader perfetto, il sorriso rassicurante, la battuta virale, il corpo da esibire, il vestito da commentare. Destra e sinistra impegnate nell'estenuante ricerca del testimonial più vendibile. Come se governare un Paese fosse una sfilata di moda. Peccato che, sotto il fondotinta della politica-spettacolo, le rughe dell'Italia siano, nel tempo, diventate voragini.

E la povertà è il vero solco. Quella vera, quella che entra nelle case, svuota i frigoriferi, umilia i genitori davanti ai figli. Quella che costringe a scegliere tra l'affitto e un paio di scarpe.

La violenza che cancella

I dati dell'Istat del resto, sono sotto i nostri occhi da tempo. Nel 2025 un milione e 136mila minori vivevano in povertà assoluta. Più di uno su otto. Numeri che dovrebbero togliere il sonno alla politica. E che invece suscitano meno allarme di una vetrina infranta.

Attenzione, però. Il disagio non è la protesta. E una protesta non può ridursi a violenza. Anche perché la povertà non trasforma automaticamente un adolescente in un ribelle, e tantomeno in un violento. In fondo milioni di ragazzi sono cresciuti tra privazioni e sacrifici, (come la sottoscritta), senza mai lanciare una pietra. Chi sceglie di organizzarsi, manifestare, rivendicare diritti, può farlo anche senza assaltare o distruggere. Perché la violenza può persino cancellare le ragioni di una protesta, oscurarne le rivendicazioni, allontanare chi vorrebbe partecipare.

Eppure basta una vetrina infranta perché migliaia di manifestanti pacifici scompaiano dal racconto. Un capolavoro di semplificazione: si cancellano le domande politiche, si criminalizza il dissenso e si evita accuratamente di discutere delle ragioni del malessere. Lo sforzo, per noi adulti, dovrebbe essere quello di saper riconoscere qualcosa in queste piazze. E questo vale soprattutto per la generazione del G8 di Genova, che nel luglio 2001 vide il sangue sui termosifoni della Diaz, sentì le torture a Bolzaneto, si rifugiò sulle colline di Genova per scampare alle retate continue.

Venticinque anni dopo, certe immagini provocano una valanga di déjà-vu: divise antisommossa, manganelli, la tentazione di ridurre ogni tensione sociale a una questione di ordine pubblico. Ma il mondo che abbiamo davanti non è lo stesso, è insieme vecchio e nuovo.

Nuovo per il volto di una generazione multiculturale. Ragazzi cresciuti nelle periferie, figli dell'immigrazione, nati nelle nostre città, educati nelle nostre scuole. Parlano italiano, magari con accento romano o milanese, ma hanno la pelle diversa e continuiamo a trattarli come se fossero appena sbarcati da qualche luogo lontano. Li chiamiamo stranieri persino quando l'unica patria che conoscono è l'Italia.

Certo, ferire un agente, aggredire un passante, devastare una strada non è un gesto rivoluzionario. Ma la condanna della violenza non può diventare l'alibi per ignorare le disuguaglianze. Una democrazia che sa soltanto punire e non sa più interrogarsi sulle cause del malessere rinuncia a comprendere se stessa.

Forse è proprio questo che gli adulti non riescono più a capire. Abbiamo disimparato ad ascoltare il dissenso. Lo confondiamo con il disordine, con una patologia sociale da curare a colpi di decreti sicurezza. Dimenticando che la democrazia non è nata dalla buona educazione dei sudditi, ma dalla mobilitazione di uomini e donne che pretendevano di diventare cittadini.

E soprattutto abbiamo dimenticato una distinzione fondamentale: lottare non è mendicare le briciole alla tavola del re. Le opportunità negate, le strade sbarrate, le disuguaglianze non sono fatalità della natura. Sono il risultato anche di scelte politiche, di interessi difesi e di altri sacrificati.

E il dissenso non è un ricevimento a Palazzo Chigi. Non si presenta in giacca e cravatta, non aspetta di essere invitato, non chiede il permesso di disturbare.

Meno disuguaglianze, più sicurezza

E allora, se davvero vogliamo occuparci di sicurezza, cominciamo dalle condizioni materiali della vita. Scuole aperte anche il pomeriggio nelle periferie, sport e biblioteche gratuite, sostegno agli affitti, trasporti accessibili, borse di studio, salari dignitosi. E una legge sulla cittadinanza che riconosca il legame con l'Italia di chi qui è cresciuto. Non servono altri convegni sul disagio giovanile, magari organizzati in alberghi di lusso. Servono risorse, servizi, responsabilità politiche verificabili.

Perché abbiamo trasformato la libertà in una faccenda privata. Sei libero di studiare, purché tu possa permettertelo. Libero di lavorare, purché accetti stipendi insufficienti. Libero di costruirti un futuro, purché qualcuno possa finanziartelo. Una libertà meravigliosa, a patto di nascere dalla parte giusta.

E l'uguaglianza? Quella sembra diventata una parola sconveniente. Eppure l'articolo 3 della Costituzione affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà e uguaglianza. Non di distribuire elemosine ai cittadini più disciplinati.
Forse dovremmo smetterla di impartire lezioni ai giovani. Uscire dai salotti, dalle redazioni, dai palazzi della politica. Ascoltare anche ciò che non ci piace. Accettare che una generazione possa contestare il mondo che le abbiamo lasciato senza diventare per questo una generazione nemica.
Perché il vero scandalo non è che questi ragazzi abbiano ancora la forza di ribellarsi. È che noi adulti abbiamo imparato a convivere con la loro disperazione.

© Riproduzione riservata