Se non vedo non credo, diceva San Tommaso. Ma qualora vedessi, chi mi dice che non sia fatto con l’Intelligenza artificiale? A un paio di millenni di distanza, l’incredulità del santo che fu dipinta da Caravaggio è uscita dai vangeli ed è diventata prassi epistemologica.

Tanto forte e diffusa, questa sfiducia contemporanea nei confronti delle immagini che dovrebbero fotografare fedelmente la realtà, da generare le più disparate teorie del sospetto, come quella recente che riguarda la presunta (e celata) morte di Benjamin Netanyahu.

Che il leader di un paese nel mezzo di un conflitto dia prova del suo essere vivo non è di per sé un evento straordinario. Che lo faccia mostrando la mano alla telecamera per far vedere che le sue dita sono cinque e non sei, svolgendo azioni normali con fare intenzionalmente, e dunque ambiguamente, disinvolto, forse un po’ lo è; o quantomeno non ha precedenti.

Tutto è partito dalla diretta di una conferenza stampa durante la quale alcuni utenti hanno segnalato la presenza di un indice di troppo sull’arto del primo ministro. Da là, una valanga di diffidenza si è riversata nel fiume di Internet, sensibile alla suggestione e armato di scetticismo. Bibi è morto, e quello della conferenza è un clone fatto con l’Ia.

Lo stesso deepfake utilizzato qualche giorno dopo dai media israeliani per rassicurare gli increduli con video girati in una caffetteria che, grazie a una serie di dettagli bizzarri – il caffè che si muove in modo strano, la cassa con la data 2024 –, alimentano ogni genere di dubbio, ragionevole o no, che si era diffuso nel frattempo. Appare dunque evidente che la guerra, oggi, oltre a uccidere uomini, donne e bambini e a radere al suolo le città, abbia anche un altro effetto: disintegrare quel poco di fiducia nella verità rimasto in vita.

LE ALTRE PUNTATE DI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE 

 

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