Autocitarsi è una pratica di pessimo gusto. Chiedo dunque scusa in anticipo a chi legge, ma ci sono momenti in cui anche la dignità subisce i colpi della storia. «L’unico problema di questa canzone è che potrebbe essere strumentalizzata per infime ragioni referendarie, ma a questo punto tanto vale tutto», scrivevo su queste pagine la notte del 28 febbraio, in una staffetta con Giulia Pilotti per l’assegnazione dei nostri personalissimi e ironici premi ai concorrenti di Sanremo.

Se ci fosse bisogno di specificare, quelle parole si riferivano a Sal Da Vinci, vincitore del festival – nonché del mio prestigioso premio “Rossetto, caffè e filler mandibolare” –, agente del caos giornalistico, agitatore involontario di polemiche dal sapore risorgimentale, voce del popolo («sì, ma di quale popolo?» e siamo punto e a capo) e vessillo di un’idea tanto confusa quanto gettonata, dalle origini pippobaudiane più che gramsciane, di nazionalpopolare.

Eccoci così al «dove eravamo rimasti», per citare Enzo Tortora. Eravamo andati a dormire con quella battuta sull’utilizzo di Per sempre sì come inno referendario, ci siamo svegliati con la possibilità che la presidente del Consiglio, strenua sostenitrice di un voto non politicizzato, dopo un video-monologo di tredici minuti, svariati interventi televisivi e colorite espressioni affatto denotative di una sfumatura politica, semmai religiosa, come «sacrosanta riforma», faccia diventare il brano la colonna sonora di queste ultime affannate bracciate contro le correnti della magistratura, detta anche, sempre cautamente e senza fini propagandistici, «plotone di esecuzione».

Suggerisco pertanto un valido contro attacco all’opposizione: Alexia vinse nel 2003 con Per dire di no. Anche se, visto il livello del dibattito, anche La noia di Angelina Mango farebbe il suo.

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