Dal «né eletti, né elettori» alla «predilezione per i sistemi democratici»: la decisione di Leone XIV di esprimere la sua preferenza per le elezioni di midterm negli Stati Uniti è l’occasione per riflettere sul tormentato percorso della Santa Sede che oggi è chiamata a un nuovo scatto: contrastare le spinte disgregative e non benedire devoti gli autocrati di turno
Il voto del Papa alle elezioni di medio termine Usa è una notizia. È la prima volta di un Papa, Leone XIV ci ha tenuto a farlo sapere ed è stato un gesto pensato, essendosi egli iscritto per tempo ai registri dell’Illinois come prescrive la legge. Scontata la curiosità su chi abbia votato, ovvio che non sarà soddisfatta.
La Sala stampa vaticana lo ha motivato così: il Papa intende testimoniare il diritto-dovere della partecipazione democratica. Una lezione preziosa nel tempo dell’astensionismo di massa. Si spera che i buoni cristiani e tutti i cittadini seguano l’esempio. Ma è anche l’occasione per riflettere su un lungo e tormentato percorso della Chiesa del quale quel voto è il coerente sigillo.
Un po’ di storia
Dal «dare a Cesare» quel che gli è dovuto di Gesù (Mt, 22, 21) alla svolta costantiniana, al cesaropapismo, alle infinite varianti lungo i secoli del rapporto tra i pontefici e i sovrani. L’Italia è stato un caso speciale con il conflitto tra Stato e Chiesa che ha preso il nome di “questione romana”. Quando lo Stato unitario si costituì ponendo fine al potere temporale dei Papi. Solo molti anni dopo, Paolo VI, retrospettivamente, lo giudicò un «fatto provvidenziale» per la libertà e per la missione della Chiesa.
E tuttavia, all’epoca, quel conflitto rappresentò un trauma che ebbe strascichi laceranti per la “pace religiosa” in Italia. Procurando tensioni tra cattolici e laici, ma anche nell’intimo delle coscienze di entrambi. Con il «né eletti, né elettori» (non expedit) disposto dalle autorità ecclesiastiche per i cittadini di fede cattolica. A rimarcare una programmatica estraneità/ostilità allo Stato.
A seguire il Concordato del 1929: una relativa “conciliazione” tra le due sponde del Tevere, pur nel segno di una reciproca strumentalità, che garantì consenso al fascismo e, alla Chiesa cattolica, un regime privilegiario in quanto religione di Stato. Una svolta la si ebbe prima con la Costituzione che disegnò “due ordini indipendenti e sovrani” e, nel 1984, con la revisione del Concordato che dischiudeva a una positiva collaborazione nella rispettiva autonomia (così si legge nel preambolo). Una svolta operata per sintonizzare l’ordinamento con Concilio e Costituzione.
A monte, il contributo dei costituenti, compresi quelli di parte cattolica, nel disegnare il nuovo Stato democratico postbellico come “casa comune”. Nonché l’approdo, ancorché tardivo, del magistero della Chiesa alla democrazia. Non scontato, sempre problematico: vedi il rapporto tra verità e consenso. Mi spiego: non è facile per la Chiesa accettare le deliberazioni assunte secondo il principio di maggioranza quando tali decisioni collidono con la verità quale essa risulta dalla Rivelazione interpretata dalla gerarchia ecclesiastica.
Un lungo cammino
Papa Leone, nella Magnifica Humanitas (par 39), riprendendo quasi alla lettera un passo della Centesimus Annus (par 46) di Giovanni Paolo II, enuncia le due motivazioni a sostegno della predilezione per la democrazia. Le seguenti: 1) essa è il regime politico più conforme al protagonismo della persona-cittadino, artefice del proprio destino; 2) trattasi altresì del sistema che meglio propizia un pacifico e concordato avvicendamento alla guida di una comunità. Senza spargimento di sangue.
Questo approdo della Chiesa alla manifestazione di una preferenza per la forma politica democratica è solo l’epilogo di un lungo, travagliato cammino. Esso l’ha condotta a passare dall’ostilità, alla diffidenza, all’indifferenza, sino all’esplicita predilezione per i sistemi democratici. In Italia i cattolici hanno dovuto rimontare due volte le loro diffidenze e i loro pregiudizi: verso la Stato («Non abbiate paura dello Stato», ammonìva Dossetti rivolgendosi ai cattolici) e verso la democrazia.
Oggi che lo Stato democratico è sotto stress e soggetto a molteplici minacce non è fuori luogo attendersi un terzo scatto: e cioè che, dalla Chiesa, finalmente schierata dalla parte della democrazia, possa venire un contributo a difenderla e a vivificarla. Mostrando semmai la propria determinazione a contrastare le spinte disgregative in atto nelle coscienze, nella società, nello Stato.
Nel recente contrasto con Trump abbiamo avuto un confortante segnale di tale scatto, cioè del contributo che il Papa e la Chiesa, possono fornire al riguardo. Anzitutto con la mite fermezza con la quale Leone XIV ha replicato al presidente Usa che niente e nessuno gli impedirà di predicare il Vangelo con le sue implicazioni etico-politiche. Perché la democrazia si preserva anche quando i “corpi intermedi” – e la Chiesa è corpo intermedio speciale e specialmente rilevante – esercitano i loro diritti, anziché circondando e benedicendo devoti gli autocrati di turno al modo delle immagini servili e grottesche diffuse dalla Casa bianca.
© Riproduzione riservata