Con la presentazione da parte della Commissione di una proposta di riforma del Patto di stabilità si conclude un lungo periodo di riflessione  sulle norme che regolano le politiche di bilancio dei paesi dell’Ue.

Il vecchio Patto di stabilità e crescita è stato messo in soffitta nel marzo del 2020, per consentire ai paesi europei di far fronte alla pandemia.

 La sospensione è temporanea (fino alla fine del 2023), ma fin dall’inizio è stato chiaro che il Patto nella vecchia versione in soffitta era destinato a rimanerci.

Il vecchio Patto, più volte rabberciato senza mai riuscire a farlo funzionare in modo decente, richiedeva il pareggio di bilancio al netto delle componenti cicliche, che il governo non può controllare (ad esempio le maggiori spese per il welfare durante una recessione).

Criticato da molti fin dall’introduzione nel 1997, il Patto è stato infine scaricato anche dalla Commissione che, lanciando il processo di consultazione nel 2020, notava come esso: a) sia prociclico (cioè spinga i governi a frenare quando le cose vanno male); b) sia barocco e basato su una pletora di indicatori tra cui spicca, complicato da calcolare basandosi su assunzioni arbitrarie, il bilancio strutturale (al netto delle spese cicliche); c) penalizzi l’investimento pubblico, spesa meno visibile di quella corrente e dunque più facile da tagliare in caso di necessità.

A questo si aggiunge un impianto sanzionatorio cervellotico, una miriade di eccezioni e valutazioni discrezionali che avevano trasformato le discussioni delle leggi di bilancio a Bruxelles in mercatini rionali.

La regola anacronistica

La pandemia ha poi chiarito, dopo la crisi finanziaria del 2008, che è impossibile governare le nostre economie e la transizione verso un modello di crescita sostenibile facendo a meno di politiche di bilancio e politiche industriali.

La nuova regola dovrebbe quindi consentire di riportare in pianta stabile la politica di bilancio nella cassetta degli attrezzi del policy maker.

La riflessione della Commissione è stata laboriosa, il risultato è una proposta che costituisce un miglioramento rispetto all’esistente (non era difficile) ma che rischia di non essere sufficiente a garantire centralità alla politica di bilancio.

La sostenibilità 

La proposta introduce due principî importanti: il primo è che la sostenibilità è un concetto intrinsecamente intertemporale e che quindi non ha senso imporre vincoli annuali; il secondo è che la riduzione del debito deve avvenire a ritmi che sono specifici a ogni paese.

Inoltre, la proposta fa in parte proprio in parte il “metodo Next Generation Eu”, con i paesi che sono responsabili e autonomi nella programmazione delle proprie politiche di rientro, nel quadro di linee guida date dalla Commissione e di obiettivi numerici concordati insieme.

La proposta prevede che la Commissione dia una valutazione della sostenibilità del debito su un orizzonte medio-lungo (dieci anni).

Sulla base di questa valutazione il paese presenta un piano di riduzione del debito su quattro anni (l’equivalente dei Pnrr per il Ngeu) compatibile con gli obiettivi.

Per monitorare l’aderenza al piano la Commissione considera l’evoluzione della spesa “pulita” da componenti difficili da controllare per il governo, come i sussidi di disoccupazione, tipicamente legati alle fluttuazioni dell’economia e la spesa per interessi.

Se il paese si impegna in programmi di investimento pubblico e in riforme per la crescita, può portare il periodo di aggiustamento a sette anni.

Un passo avanti

La proposta è un notevole passo avanti, per almeno tre motivi: con la prospettiva pluriannuale e specifica per ogni paese si abbandona quella prospettiva di breve periodo e l’universalità (one size fits all) che indipendentemente da tutti gli altri problemi costituiscono il peccato originale del Patto di Stabilità.

Poi, il monitoraggio della traiettoria di medio termine della spesa dovrebbe consentire flessibilità nel breve periodo per stabilizzare l’economia, senza dar luogo alle estenuanti trattative sulla posizione ciclica dell’economia che oggi sono legate all’uso del bilancio strutturale.

Infine, la Commissione propone di rilanciare il monitoraggio di una serie di indicatori di fragilità che vanno oltre le finanze pubbliche, come gli squilibri commerciali o il debito privato: la Procedura per gli squilibri macroeconomici fu introdotta a seguito della crisi greca ma poi sostanzialmente ignorata. È un’ottima notizia che la Commissione intenda darle l’importanza che merita.

Non abbastanza

La proposta presenta tuttavia ancora molti punti critici, che rischiano di renderla inadeguata. Intanto, rimangono molti margini di arbitrarietà, ad esempio nella valutazione della sostenibilità del debito; questi possono essere usati per consentire flessibilità, ma anche ad imporre aggiustamenti draconiani il giorno in cui l’austerità dovesse tornare di moda.

Inoltre, se il quadro pluriennale è un miglioramento qualitativo importante, l’orizzonte di quattro anni sembra essere troppo corto per garantire che i paesi possano programmare politiche di lungo periodo (ad esempio nel quadro della transizione ecologica).

Poi rimane il problema delle sanzioni che, come nel Patto di oggi, rischiano di essere inapplicabili e quindi non credibili.

Infine, l’investimento pubblico non sembra adeguatamente protetto. In questa rubrica abbiamo più volte proposto l’introduzione di una Regola d’oro che consentisse di aumentare e proteggere le spese per la crescita di lungo periodo.

La proposta della Commissione si limita a blandi incentivi in termini di tempi di rientro dal debito, chiaramente non abbastanza: abbiamo un Patto ancora più di Stabilità che di Crescita.

Bilancio

La proposta è un buon compromesso, che introduce miglioramenti ragionevoli; ma non rappresenta il salto di qualità necessario.

È preoccupante che il disperato bisogno di beni pubblici del mondo e i colossali investimenti richiesti dalla transizione ecologica, rimangano marginali nella proposta della Commissione.

Una volta di più prevale la politica dei piccoli passi; ma a questo giro rischia di non essere sufficiente.

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