L’intervento di Filippo Sensi in risposta a Marco Damilano sui riformisti del Partito democratico e sul centro di gravità del partito. Il senso della parola “riformismo” nasce in contrapposizione al “massimalismo”. Ma dal Pd non arrivano proposte che invochino chissà quale accelerazione rivoluzionaria. Semmai il problema è il contrario, cioè quegli esponenti dem che più semplicemente sono lontani da ciò che nel senso comune s’intende per sinistra
Filippo Sensi rispondendo a Marco Damilano dice che i “riformisti” non solo hanno pieno diritto di cittadinanza nel Pd, ma sono utili per dare concretezza e completezza all’offerta politica dem. Lui come tanti per “riformisti” intende quella parte del Partito democratico che non si riconosce del tutto nella leadership di Elly Schlein perché la considera troppo radicale, incapace di parlare a settori della società italiana più moderati e indispensabili per diventare come centrosinistra maggioranza.
Concordo con Sensi che il Pd abbia da guadagnare da un confronto libero tra declinazioni diverse della sua proposta al Paese, a patto che la proposta mantenga una sua unità. Invece mi lascia più che perplesso un problema a monte: l’uso apodittico, oramai è un’abitudine diffusa, della parola riformismo.
Le parole hanno una storia che certamente può cambiare e modificarne il senso, ma della quale è bene non perdere memoria per evitare che il senso semplicemente non ci sia più. Credo che la parola riformismo corra questo rischio. È nata nel movimento socialista per indicare l’idea di un cambiamento sociale profondo ma graduale, fuori da strappi violenti o comunque rivoluzionari. Ed è nata in contrapposizione alla parola massimalismo.
Ora io non vedo nell’attuale Pd posizioni “massimaliste”, che invochino chissà quale accelerazione rivoluzionaria.
Semmai, e questo mi pare il punto, vedo che alcuni esponenti della minoranza interna hanno idee, propongono obiettivi, che non sono né riformisti né massimalisti, ma più semplicemente sono lontani da ciò che nel senso comune s’intende per sinistra: un modo di vedere il mondo fondato sull’uguaglianza di diritti e di doveri tra le persone, tra i popoli, tra gli Stati, un modo di vedere il mondo che certamente deve evolvere per continuare a convincere i “contemporanei” ma rimanendo fedele alle sue premesse.
Capire perché
Scendo nel concreto, per spiegarmi meglio. Vorrei capire perché mai Schlein vada considerata meno riformista di Guerini, di Picerno, di Delrio. Vorrei capire perché difendere i diritti negati dei palestinesi e chiamare per nome i crimini di Israele sia meno riformista che proporre una legge che inseguendo proposte analoghe della destra contrabbanda per lotta all’antisemitismo le critiche radicali verso Israele.
Perché contestare il doppio standard dell’Europa che sostiene, giustamente, la resistenza Ucraina e invece resta zitta davanti allo sterminio a Gaza, sia meno riformista che solidarizzare con Kiev – ripeto: giustamente – ma rifiutare la possibilità di sanzioni economiche rigorose verso Israele.
Perché battersi per l’introduzione di un salario minimo per legge sia meno riformista che bocciare ogni proposta di tassa patrimoniale. Perché dire no a un aumento significativo delle spese in armamenti nazionali, non in difesa europea, sia meno riformista che chiedere in alternativa – la coperta è corta – di impiegare più risorse per la sanità pubblica. Perché sostenere che l’obiettivo del 100% di energie rinnovabili è non solo realistico ma è l’unica via per dare all’Italia indipendenza energetica, sia meno riformista che accettare di dipendere ancora a lungo dal gas importato non importa da dove.
Non è sinistra
Ancora, ha ragione Sensi quando scrive che «guardare alle esperienze della sinistra in giro per il mondo» non è provincialismo ma sana e proficua «curiosità». Però questo sguardo per servire al futuro del Pd non può essere “neutro”. Il socialismo europeo sta cercando faticosamente vie di rinnovamento che gli ridiano la forza perduta: ecco, per me sguardo attento ma non “neutro” significa per esempio partire dalla convinzione che il progetto del “new labour” nato con Blair, in generale il progetto di quei partiti socialisti che a cavallo del passaggio di secolo governavano quasi l’intero Occidente, da una parte si è dimostrato non vincente sul piano elettorale e dall’altro non è un progetto socialista o anche genericamente di sinistra.
Non è sinistra una sinistra che s’immagini come una destra solo annacquata e più gentile nei modi e nei linguaggi, non è di sinistra la prospettiva di chi ha creduto, in alcuni casi continua a credere, di costruire una duratura egemonia progressista sullo scimmiottamento degli avversari dal sì alle “guerre giuste” all’accettazione delle diseguaglianze sociali come prezzo dello sviluppo.
Allora riprendo, per finire, la conclusione dell’intervento di Filippo Sensi: nel Pd «nessuno si senta escluso». Sacrosanto, aggiungerei soltanto: «Nessuno si autoescluda da una visione decorosamente di sinistra».
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