Le democrazie vivono di dinamismo, dissenso e maggioranze che cambiano. La protesta è un’espressione della libertà politica e della capacità delle democrazie di adattarsi. Il pericolo nasce quando gli avversari diventano nemici e le regole democratiche vengono considerate valide soltanto quando a vincere è il proprio schieramento
Le recenti proteste a Roma, Milano e in altre città italiane si sono svolte perlopiù pacificamente, anche se in alcuni luoghi si sono verificati episodi di violenza. Da questo, tuttavia, non si può dedurre che la democrazia italiana sia sull’orlo del collasso: a preoccuparmi maggiormente è piuttosto la situazione in Francia. La questione, però, riguarda l’intera Europa: che cosa rende vulnerabili le nostre società?
Nel 1915, sul fiume Chicago, il battello da escursione Eastland si capovolse prima ancora di salpare. Morirono 844 persone: fu una delle più gravi catastrofi navali nella storia degli Stati Uniti. Ancora oggi, le cause dell’incidente sono oggetto di controversia. Una cosa, però, è certa: la nave era da tempo instabile. La sua struttura, il carico e l’acqua di zavorra l’avevano resa vulnerabile. Sarebbe bastato un piccolo impulso per far precipitare la situazione. La tragedia, in realtà, era cominciata ancora prima che i passeggeri salissero a bordo.
Per le società accade qualcosa di simile. Un risultato elettorale o un’escalation di tensioni possono rappresentare il momento in cui tutto sembra precipitare. Spesso, però, prima di allora sono già intervenuti numerosi cambiamenti: le persone si sentono ignorate, la fiducia si sgretola, le contrapposizioni si irrigidiscono. Chiamo questi fenomeni «momenti di svolta contestuali»: trasformazioni del contesto che rendono più probabile una rottura, senza renderla inevitabile. Chi si concentra soltanto sull’evento scatenante rischia di trascurare ciò che lo ha preceduto e, con esso, le possibilità di intervenire in tempo per correggere la rotta.
Attraversare tempeste
Naturalmente, le democrazie non sono navi. Entrambe, tuttavia, devono essere solide e riuscire ad attraversare le tempeste senza perdere la rotta. Le democrazie vivono di dinamismo, dissenso e maggioranze che cambiano. La protesta è un’espressione della libertà politica e della capacità delle democrazie di adattarsi. Il pericolo nasce quando gli avversari diventano nemici e le regole democratiche vengono considerate valide soltanto quando a vincere è il proprio schieramento.
Che cosa fare, dunque, prima che una società cominci a inclinarsi pericolosamente? Dovremmo guardare con diffidenza a uno slogan molto diffuso: a problemi radicali servirebbero soluzioni radicali. Quanto più grave è la crisi, tanto più seducente diventa l’idea di un taglio netto, di una risposta semplice, di una mano forte. Ma chi, nel tentativo di salvare la società, sacrifica le procedure che ne garantiscono la libertà rischia di provocare proprio il successivo punto di rottura. L’arte della politica consiste nel prendere sul serio i problemi, senza dimenticare le persone che dovranno convivere con le soluzioni adottate.
Prendiamo il cambiamento climatico. È un problema radicale. Le risposte devono essere profonde, ma non necessariamente rivoluzionarie. L’Europa indica almeno una possibile strada: il sistema di scambio delle quote di emissione rende costose le emissioni di CO₂ e incentiva modelli economici più rispettosi del clima. Dal 2028, un secondo sistema dovrebbe includere le emissioni generate dagli edifici e dal trasporto stradale. Un Fondo sociale per il clima è destinato ad alleviare il peso delle misure sulle famiglie più svantaggiate. Perché, se si vuole promuovere la transizione, bisogna anche chiedersi chi sarà chiamato a sostenerne i costi. La tutela del clima non richiede soltanto tecnologia e buone intenzioni, ma anche il sostegno della società.
Prudenza e inattività
Non è una soluzione spettacolare. È politica improntata al senso della misura. Agire con prudenza non significa restare inattivi: significa intervenire, valutare le conseguenze e correggere gli errori. Significa anche cercare compromessi, ossia soluzioni condivise in condizioni imperfette e a partire da prospettive diverse. Un compromesso ha un costo: bisogna rinunciare a una parte delle proprie aspettative, perché si riconosce che anche gli altri meritano di essere presi sul serio. In cambio, si aprono nuovi margini di manovra. Spesso i compromessi impongono percorsi più lunghi. Ma, come si suol dire, le deviazioni permettono di conoscere meglio il territorio.
Tutto questo va imparato: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni e nei quartieri. È lì che le persone sperimentano che la propria voce conta, ma che conta anche quella degli altri. La coesione sociale non significa essere sempre d’accordo, bensì riuscire a discutere e a confrontarsi sui problemi concreti senza perdere di vista l’obiettivo comune.
E l’Europa? Chi ironizza sulle estenuanti trattative dell’Unione europea trascura ciò che esse rendono possibile: 27 stati, con esperienze e interessi diversi, si confrontano per trovare regole comuni. Non è necessario che si amino reciprocamente. È necessario che si prendano sul serio. Non si tratta di una debolezza, ma di una conquista di civiltà. L’indipendenza della magistratura, la libertà dei media e lo Stato di diritto non possono diventare merce di scambio nei negoziati. L’Europa deve saper convivere con le differenze e difendere i propri principi fondamentali.
Nessuno è in grado di stabilire con certezza quando una società raggiunga il punto di rottura. Per questo, non tutte le manifestazioni sono il presagio di un crollo imminente. Possiamo però intervenire sulle condizioni che trasformano le tensioni in fratture. La Eastland era instabile molto prima di capovolgersi. Per le nostre democrazie, non dovremmo aspettare che l’acqua sia già salita sul ponte.
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