L’uscita sul decreto che parla di tetti e divieti di burqa rende ancora più chiaro quanto lo Stato stia chiedendo agli adulti che lavorano nel sistema educativo di agire un conflitto verso alcuni ragazzi e alcune famiglie. La scuola rischia di essere usata sempre più come strumento di selezione e segregazione. E di questo strumento fa parte anche il modo in cui gli adulti esercitano i loro poteri
Negli Usa, la probabilità stimata di sospensione per gli studenti neri è sette volte superiore a quella degli studenti bianchi, (Jespar, 2022).
Uno studio australiano conferma che gli studenti che hanno un basso livello socio-economico sono più esposti a sospensione e note disciplinati, (Hemphill, 2010).
Le misure disciplinari colpiscono maggiormente i ragazzi con background migratorio o vulnerabilità economica e di classe (Donattini, 2026).
Può sembrare assurdo parlare di adultismo e punizioni mentre il governo chiarisce con ancora più forza un piano educativo e sociale che somiglia molto a quello che in America è stato definito School to Prison Pipeline. Ovvero letteralmente un «condotto/tubo che porta dalla scuola alla prigione». Un concetto che descrive come alcune politiche educative e pratiche scolastiche (norme punitive, narrazioni autoritarie, scarsità di risorse e personale che non permette alle scuole di lavorare, ecc) aumentino la probabilità che studenti (soprattutto provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati) siano precocemente adultizzati e trattati già come problemi di ordine pubblico e spinti nel sistema di giustizia penale minorile.
Ma il nostro potere di adulti nei confronti di chi sta crescendo rappresenta in qualche modo anche la relazione tra lo Stato e i suoi cittadini. Chi gestisce classi o gruppi educativi si presenta come depositario di un sapere e di un potere a cui i ragazzi e le ragazze in quel momento non hanno accesso. E al di là di tanti percorsi di educazione democratica e dell’impegno di tanti progetti e percorsi, le statistiche ci dicono che la scuola italiana come sistema, se da una parte cerca di mantenere i propri obiettivi costituzionali, dall’altra rischia di essere usata sempre più come strumento di selezione e segregazione. E di questo strumento fa parte anche il modo in cui gli adulti esercitano quei poteri che ottengono per il proprio ruolo. Il come utilizzano la propria posizione e le punizioni disciplinari.
Possono sembrare coincidenze il fatto che il linguaggio scolastico negli ultimi anni si sia “arricchito” con (o sia tornato a usare) termini come voto in condotta, tolleranza zero, metal detector, punizioni e multe; e contemporaneamente «gli ingressi e le presenze negli (Ipm) in Italia siano aumentati di circa il 50 per cento tra il 2022 e il 2025, portando per la prima volta gli istituti in una condizione di sovraffollamento» (Antigone, 2026).
Ma tutta questa attenzione alla scuola e al “disagio giovanile” in realtà trova corrispondenze in tante cose: in un paese che vede aumentare le disuguaglianze economiche, nelle ideologie che sostengono questo governo e in anni e anni di scelte e pratiche che hanno investito la scuola e il terzo settore impoverendoli. Così come nel cercare di utilizzare il “corpo” docente come strumento per punire e marginalizzare. Non solo chiedendogli esplicitamente di farlo ma anche mettendolo in situazioni di conflitto attraverso la mancanza di risorse o una richiesta di ipernormatività.
L’uscita sul decreto che parla di tetti e divieti di burqa in realtà paradossalmente rende ancora più chiaro quanto lo Stato stia chiedendo agli adulti che lavorano nel sistema educativo di agire un conflitto verso alcuni ragazzi e alcune famiglie. Non è Giorgia Meloni che dovrà far rispettare le norme che questo decreto introdurrà ma sono gli adulti che abitano le scuole, le segreterie, i centri educativi a doverlo fare.
E una parte del mondo adulto, cosi come lo stato, non presenta mai le proprie decisioni come "classiste" o "razziste", ma le traveste con altri concetti più neutri: decoro, rispetto, adeguatezza, integrazione, correttezza. Ci sono esempi anche di libri e di pagine Facebook gestite da docenti che partendo dall’idea di difendere la scuola e il diritto allo studio degli adolescenti finiscono per mettere su una specie di bullismo social verso chi ha più difficoltà a scuola. Per questo diventa necessario parlare della posizione che come adulti prendiamo.
Le radici del decreto
Non ci sarebbe un decreto propaganda che colpisce e colpevolizza in maniera specifica una categoria di persone se l’ideologia che c’è dietro non sapesse di trovare già, nel modo in cui una parte del mondo adulto abita le aule e i corridoi delle scuole, un terreno fertile con cui cercare di fare alleanza.
Se non si poggiasse su un sistema scuola/educazione che vede già licei di quasi solo bianchi e professionali che cercano di rispondere ai diritti degli studenti marginalizzati; centri per adolescenti con disagio quasi sempre pieni di adolescenti che vivono situazioni di povertà e centri artistici e culturali per chi può coltivare i propri “talenti”; scuole medie considerate di eccellenza e altre dei ghetti.
Quello che forse di buono fa questa uscita del governo è interrogarci come educatori, come docenti, come scuole e centri educativi. Chiederci se nella propria scuola, nel proprio centro educativo o nella propria classe per esempio le note disciplinari, così come le bocciature o la composizione dei gruppi, continuano ad avere una matrice di classe o di razza. Quanto il modo in cui esercitiamo i poteri che ci sono dati come adulti, il modo in cui diamo una nota disciplinare o dei compiti a casa, agli occhi di molti ragazzi e ragazze assomigli all’ideologia di questo sistema che li opprime.
Molti ragazzi e ragazze studiano le lotte per la desegregazione scolastica in una parte del programma di storia, quando incontrano la lotta per i diritti civili negli Stati Uniti oppure quando in qualche attività sentono parlare di personaggi come Martin Luther King o Linda Brown. Forse questo decreto è un’occasione come adulti per tradire la bianchezza e la classe a cui apparteniamo e iniziare ad accompagnare ragazzi e ragazze in uno studio su come la segregazione agisce sulla loro vita o sulla vita dei loro compagni di scuola.
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