La destra difende l’ordine fondato sulle differenze che sarebbero date in natura e vede la “mescolanza” come una forma di “degenerazione”. Invece la sinistra teme di produrre divisioni insormontabili e di trasformare l’inclusione in discriminazione al contrario. Storia di un malinteso
Negli ultimi quindici anni il termine “woke” è diventato uno dei concetti preferiti dell’ultradestra per stigmatizzare avversari politici, movimenti transfemministi, Lgbtqia+ e antirazzisti, pratiche inclusive e più in generale le rivendicazioni egualitarie provenienti da questi gruppi. Nato nel contesto delle lotte dei movimenti afroamericani come invito alla vigilanza contro il razzismo, la parola entra poi nella grammatica politica contemporanea con il movimento Black Lives Matter.
Ma come spesso avviene ai concetti che incarnano il conflitto politico, il termine “woke”, come anche il concetto di genere, è stato oggetto di appropriazioni, manipolazioni, strumentalizzazioni e mistificazioni che lo hanno progressivamente trasformato in un’etichetta polemica. Denunciare le “aberrazioni woke” (così titolava l’articolo apparso il 15 giugno su Domani firmato da Nadia Urbinati) o esultare per aver approvato una legge contro la “propaganda gender” nelle scuole, come rivendicava il 6 giugno scorso il ministro Valditara, dopo essere stato il tratto distintivo di un patriottismo nazionalista, nativista e familista, sembra essere diventato anche quello di voci che si vogliono progressiste.
Questa convergenza è il risultato del lungo lavoro culturale delle grandi potenze del conservatorismo sociale. Dall’invenzione vaticana dell’“ideologia gender” allo spettro del “marxismo culturale” denunciato dagli evangelici statunitensi fino alla “grande sostituzione” sbandierata dalla Nouvelle Droite, si tratta di strumenti concepiti come armi politiche contro l’uguaglianza e la democrazia.
Nella prima versione dell’antiwokismo, tipica della destra e dell’estrema destra, si tratta di difendere le “differenze” tra i popoli, tra le culture, tra le identità nazionali e “naturalmente” tra i sessi. Realtà che sarebbero originarie e immutabili, eppure, ben che naturali, minacciate da fluidità di genere, migrazioni, “meticciati”. L’idea è che la società e la politica debbano difendere l’ordine fondato sulle differenze che sarebbero date in natura e che la “mescolanza” sia invece una forma di “degenerazione” prodotta dall’estremismo ideologico del “pensiero woke” o del “gender”.
Esiste però una seconda versione dell’antiwokismo, diciamo così, di sinistra. In questo caso, i concetti di sesso, razza, sessualità o intersezionalità, in quanto categorie di analisi e di critica dell’ordine sociale in vigore vengono accusate di frammentare la società, di produrre divisioni insormontabili, di negare l’universale ontologico dell’umano, di essere all’origine di politiche dell’identità settarie e tribali, di trasformare l’inclusione in discriminazione al contrario o addirittura di «spezzare la Repubblica» in comunità rivali, come sostiene il presidente francese Macron.
Seppur in apparenza opposte, le due varianti convergono nel contestare i saperi e le lotte cosiddette minoritarie perché studiano e contrastano i processi di minorazione. I movimenti e i saperi transfemministi, antirazzisti e queer non producono nuove essenze da riconoscere, né nuove identità da sacralizzare. La loro ambizione teorica e politica è tutt’altra: denaturalizzare le differenze, mostrando che la differenza sessuale, il colore della pelle, il genere, il corpo abile e la disabilità, non sono “dati”, ma il prodotto di dinamiche storiche di potere sui cui si fondano – articolandosi con le dinamiche del capitalismo – razzismo, sessismo, omolesbobitransfobia, abilismo. E se l’ultradestra e i movimenti pro-life giustificano quell’ordine sociale differenzialista, l’antiwokismo progressista pretende di contrastarlo denunciando pratiche e politiche “troppo” inclusive che avrebbero «sbrandellato l’universalismo dei diritti, dato ossigeno all’intolleranza e regalato alla destra un’arma micidiale», come scrive Urbinati.
Denaturalizzare non significa negare le differenze, ma restituirle alla storia, alla politica, alle lotte. Significa affermare che ciò che è stato costruito può essere trasformato. È precisamente questa possibilità di trasformazione sociale, economica, politica che suscita la reazione antiwoke, sia a destra che a sinistra. Ripensare l’universalismo non significa in nulla cedere al particolarismo o alle “passioni identitarie”. Significa sottrarre l’universale alla confisca fattane da chi sta in cima alla gerarchia sociale e aprire, quindi, la strada a un universalismo ridefinito: più esigente, ampio, concreto. Non la fine dell’universale, ma la sua democratizzazione.
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