Per quindici giorni gli allievi del liceo Vittorio Emanuele II di Napoli hanno organizzato assemblee, attività e momenti di confronto, sperimentando un modo diverso di vivere la scuola. Un’esperienza che ha rafforzato i legami tra i compagni e portato le loro rivendicazioni fuori dalle aule, fino alle piazze insieme ai lavoratori
Per due settimane la scuola ha avuto un sapore diverso. Non c’erano più le nozioni da imparare a memoria, le ore interminabili dietro un banco in silenzio, ma una moltitudine di studenti che ha riempito tutto l’istituto. E tutti avevano uno spazio per parlare, organizzare attività e stringere i legami tra compagni di scuola. L’occupazione del liceo Vittorio Emanuele II di Napoli è iniziata il 15 ottobre, è stata una delle prime dell’ondata di mobilitazioni che ha coinvolto più di 60 scuole nella città metropolitana e tante altre in tutto il Paese.
Nulla succede per caso o solo spontaneamente, dietro ognuno degli istituti occupati ci sono degli studenti e delle studentesse che hanno alzato la testa e si sono autorganizzati. La maggior parte delle nostre scuole vive nella propria quotidianità problemi che compromettono l’ordinario svolgersi delle lezioni: dalla palestra inagibile alla mancanza di personale scolastico, per ribadire solo i più noti. Ma la risposta che ci sentiamo ripetere è sempre la stessa: «Non si può risolvere, non ci sono i soldi».
Ci sentivamo presi in giro. Mentre da decenni in Italia si preferisce investire i fondi pubblici in riarmo e difesa, la maggioranza degli studenti vive una quotidianità sempre più precaria. Ci è sempre stato detto che nulla può cambiare fin quando non abbiamo capito che fare qualcosa invece è possibile, soprattutto insieme. E allora riunioni improvvisate sono iniziate nei corridoi, le assemblee convocate dagli studenti sono diventate sempre più frequenti. Abbiamo tanti dubbi e opinioni diverse su cui ci confrontiamo, ma c’è un desiderio comune che è forte: agire.
Per quindici giorni abbiamo visto con i nostri occhi e sperimentato sulla nostra pelle che la scuola non deve essere per forza il luogo in cui dobbiamo essere educati al silenzio o valutati con un numero a fine anno. In ogni studente c’è molto di più di un singolo voto e l’occupazione ha reso questo palese a tutti noi. Chi di noi viveva ogni giorno la scuola con sofferenza è stato, invece, presente e attivo all’occupazione, chi stava sempre zitto durante le lezioni ha preso la parola per organizzare una proiezione o un torneo di sport, compagni di classe che avevano litigato si sono trovati insieme a collaborare per un turno di guardia alla porta d’ingresso, ad esempio.
Ma quello che è successo fino ad ora è stato solo un assaggio, l’occupazione da sola non può durare tutto l’anno e nemmeno può risolvere i problemi della maggioranza delle scuole di questo Paese. Così, il 30 per lo sciopero generale indetto dall’Unione sindacale di base, siamo usciti dall’occupazione e siamo scesi in piazza, questa volta assieme a decine di migliaia di persone. La mobilitazione è diventata anche un’occasione per unire le rivendicazioni di decine di scuole e, più in generale, quelle degli studenti con quelle di chi lavora e comunque stenta ad arrivare a fine mese.
Non si tratta di una forma di solidarietà ma di un’unica battaglia da costruire insieme. Condivide, ad esempio, i nostri problemi anche chi a scuola lavora con stipendi che non bastano per vivere una vita dignitosa, o le famiglie, tra cui le nostre, che con l’aumento del costo della vita non possono più permettersi neanche i beni di prima necessità. La nostra protesta è sì rappresentativa del divario tra le generazioni, del patto generazionale in crisi, ma anche chiaramente politica: è chi non ha la famiglia che può pagare le ripetizioni private o la vacanza-studio, ad essere lasciato indietro. E non vogliamo più che questo accada.
Nonostante non siano bastate queste settimane a stravolgere le nostre condizioni di vita, torniamo in classe più consapevoli e più uniti dopo questi giorni di occupazione. Abbiamo imparato che il miglior modo di dire le cose è farle.
Per le scuole di Napoli e provincia, il prossimo passo sarà partecipare all’assemblea di coordinamento, martedì 3 novembre, convocata dagli Studenti Autorganizzati Campani per unire le proteste in un grande coro che pretenda quello che ci spetta: non aspetteremo che le cose si risolvano da sole, altre scuole stanno continuando ad occupare, fare sit-in e assemblee d’istituto straordinarie. Una volta aperti gli occhi, non si torna indietro. Vogliamo più soldi per le nostre scuole, non per le loro guerre. La rabbia è troppa e non abbiamo intenzione di contenerla, la sfida sarà organizzarci per far avanzare le nostre rivendicazioni. Ormai è chiaro a tutti che nessuno lo farà al posto nostro.
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