Questo numero di Finzioni nasce dall’antica e sempre nuova evidenza che il desiderio non sia un tema ma un dispositivo ottico e narrativo. Il desiderio cambia il modo in cui custodiamo i libri, le biografie, i corpi, le genealogie, perfino le frasi. E soprattutto cambia il modo in cui le scrivono le donne
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
Il numero di Finzioni di aprile è un numero speciale e monografico sulla politica del desiderio.
Perché anticipare, alludere e perfino colludere con il Miu Miu Literary Club.
È scritto e disegnato soltanto da donne. Non per obbedire a un catechismo identitario, che è la forma più noiosa della contemporaneità, ma per una ragione più semplice e più radicale: perché oggi le scritture femminili sono il luogo in cui il desiderio, invece di essere consumato come slogan, viene ancora interrogato, contraddetto, rimesso in gioco.
Per il filosofo Gilles Deleuze il desiderio non è mancanza, ma produzione. Questa è la svolta decisiva. Nella tradizione più comune, soprattutto platonica o psicoanalitica, si desidera ciò che non si ha: il desiderio nasce da un vuoto. In Deleuze, invece, il desiderio non è il segno di un'assenza, ma una forza positiva, creativa, generativa. Non dice: “mi manca qualcosa”, ma “qualcosa in me e fuori di me si connette, circola, produce realtà”. Con Guattari, soprattutto nell'Anti-Edipo, Deleuze pensa il desiderio come un insieme di macchine desideranti: flussi, accoppiamenti, connessioni tra corpi, oggetti, parole, istituzioni, fantasie.
Il desiderio non si chiude nell'interiorità psicologica del soggetto; attraversa il sociale, il politico, il collettivo. Non è soltanto “io desidero te”, ma: il desiderio costruisce dispositivi, relazioni, mondi. Si potrebbe dirlo così: il desiderio, per Deleuze, è la potenza con cui la vita inventa legami e apre possibilità. Allora parole come desiderio, voce, libertà, scrittura smettono di essere decorazioni da quarta di copertina e tornano a farsi materia viva, nervosa, perfino un po’ scandalosa.
Il numero di Finzioni nasce da lì: da questa antica e sempre nuova evidenza che il desiderio non sia un tema ma un dispositivo ottico e narrativo. Il desiderio cambia il modo in cui custodiamo i libri, le biografie, i corpi, le genealogie, perfino le frasi. E soprattutto cambia il modo in cui le scrivono le donne.
Il risultato è un’antologia delle migliori scritture femminili contemporanee, un atlante di finzioni e di pensieri attorno al desiderio che non procede per manifesto ma per attrito, per differenze, per scarti di tono. Non c'è niente di più sbagliato, infatti, che immaginare il femminile come una categoria pacificata. Le autrici di questo numero non compongono un coro edificante: semmai una costellazione inquieta e desiderante. Ed è proprio questo il bello.
E mi piace puro che, per la seconda volta, ribadendo la bella esperienza dello scorso anno, Finzioni colluda con il Miu Miu Literary Club che, sotto la direzione di Miuccia Prada, ha capito che la letteratura, non certo tappezzeria del lusso, può ancora essere un laboratorio di forme, di identità e di conflitti. Non un accessorio, ma un metodo, un racconto.
Al centro di Miu Miu c'è il fascino per la vita delle donne: le loro esperienze, le loro storie, la loro politica, la loro cultura. Miu Miu Women's Tales offre una piattaforma alle registe per presentare la propria visione della femminilità. L'iniziativa ha finora incluso esperienze cinematografiche firmate, tra le altre, da Alice Diop, Joanna Hogg, Ava DuVernay, Haifaa Al-Mansour, Chui Mui Tan, Miranda July, Isabel Sandoval e Chloë Sevigny. Attraversando generazioni, culture e continenti, l'archivio di Women's Tales vive di protagoniste combattive, conflitti personali e politici, e si configura come uno studio provocatorio della vanità femminile nel XXI secolo.
Il progetto del Miu Miu Literary Club, inaugurato nel 2024 con Writing Life, ha riportato al centro due scrittrici femministe come Sibilla Aleramo e Alba de Céspedes, riattivando la tradizione europea dei salotti letterari senza trasformarla in una rievocazione in costume. Il punto non era l'eleganza del contesto — pure notevole — ma l'idea che la parola scritta continua a essere il luogo in cui le donne articolano desideri, contraddizioni, ambizioni e insubordinazioni. Nel 2025 il focus si è spostato su Simone de Beauvoir e la giapponese Fumiko Enchi, e poi fino a Shanghai, dove la presenza della scrittrice cinese Eileen Chang ha allargato ulteriormente il perimetro di questo atlante femminista della modernità.
Il quarto Miu Miu Literary Club, in programma il 22, 23 e 24 aprile 2026 al Circolo Filologico di Milano, è dedicato alla politica del desiderio. I due libri al centro di questa edizione — Memoria di ragazza di Annie Ernaux (L'Orma) e Cambiare di Ama Ata Aidoo (Oscar Mondadori) — si leggono infatti come due variazioni potentissime sul medesimo nodo: che cosa accade a una donna quando il desiderio smette di essere la parte muta della sua vita e chiede invece forma, linguaggio, decisione.
Nel libro di Ernaux, l'estate del 1958 diventa il teatro originario di una collisione tra corpo, classe, vergogna e scrittura. La “ragazza del ‘58” non è soltanto una giovane donna che scopre il sesso, il giudizio, la libertà e il disordine dell'identità: è il punto in cui la memoria, per poter essere detta, deve attraversare l'umiliazione. In Ama Ata Aidoo, invece, la modernità di Accra e l'autonomia di Esi mostrano con precisione quasi clinica che l'emancipazione femminile, se non modifica le strutture profonde del potere, rischiando di trasformarsi in una libertà sorvegliata. Il matrimonio, il divorzio, la seconda moglie, l'amica che resiste alla domesticità: tutto in Cambiare racconta come il desiderio femminile deve continuamente negoziare con sistemi che lo tollerano solo finché non diventa decisione.
Ecco il dream team delle nostre autrici desideranti.
La cover è di Marion Fayolle, una delle più importanti illustratrici francesi.
Olga Campofreda legge due libri che sembrano scritti per dialogare a distanza, come certe donne che non si sono mai incontrate ma si riconoscerebbero subito per dirsi che la parità dei diritti resterà sempre incompleta se le donne non saranno capaci di rivendicare, con la stessa forza, la parità del piacere e delle loro aspirazioni più profonde.
Su Annie Ernaux torna anche Nadeesha Uyangoda, che ne interroga non solo la scrittura ma il gesto: quella capacità tutta ernauxiana di trasformare l'umiliazione in archivio, la memoria in bisturi, la vita privata in un documento politico. Sara Amorosini, studiosa di letteratura africana, ci guida dentro il libro di Aidoo che ha tradotto.
Poi ci sono i racconti, il tratto distintivo di Finzioni che qui si concede il lusso della costellazione di inediti di Monica Acito, Chiara Barzini, Teresa Ciabatti, Chiara Galeazzi, Antonella Lattanzi, Valeria Parrella, Veronica Raimo. E poi la poesia iraniana del corpo di Giulia Caminito, la Giulietta shakesperiana macchina desiderante di Carmen Gallo, il desiderio nel mito di Psiche di Mariachiara Rafaiani. Patrizia Valduga intervistata dallo scrittore Jonathan Bazzi. Non poteva mancare lei, Michela Murgia, che ci aveva avvertito per tempo dell'esistenza una comunità politica in cerca di forma e di desiderio collettivo.
Ecco perché questo numero di Finzioni conta. Non perché sia “al femminile”, formula che di solito serve a mettere le donne in una riserva indiana stilistica. Conta perché mette in scena una pluralità di scritture che usano il desiderio come chiave critica, non come ornamento tematico. il desiderio non come cosmetica dell’interiorità, non come vaporosa tappezzeria sentimentale, non come pretesto per una generica celebrazione dell’io che sente, soffre, rivendica, guaisce e si autopresenta, ma come principio di lettura, come sonda, come acido buono che corrode le retoriche dell’identità, del potere, della memoria, della lingua stessa. E allora, in queste pagine, il desiderio smette di fare la comparsa elegante e torna a essere ciò che nelle letterature migliori è sempre stato: una forza di disordine, di conoscenza, di stile.
Conta perché suggerisce che la letteratura, in un tempo che preferisce le opinioni alle forme, può ancora essere il luogo in cui le questioni culturali e politiche si rendono davvero visibili. E conta, infine, perché riesce nell'impresa più difficile: essere insieme militante e letterario, intelligente e leggibile, politico e sensuale.
Ringrazio Maddalena Cazzaniga e Mariachiara Rafaiani di Babel Agency che mi hanno aiutato a ideare e costruire questo numero di Finzioni di cui sono fiero.
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