A lungo il sesso, per le donne, è stato qualcosa da tenere recintato dentro il reame della purezza. Ma le loro fantasie sessuali parlano di un mondo alternativo, rivoluzionario: il desiderio, con la sua forza propulsiva, è infatti il motore che incoraggia a immaginare un nuovo assetto sociale e politico
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Nel 1973, nel cuore della rivoluzione femminista, la giornalista americana Nancy Friday pubblicò un libro che sollevò non poco scalpore, perché rivelava una verità fino ad allora rimasta indicibile: quella, cioè, che anche le donne potessero avere delle fantasie sessuali.
Il mio giardino segreto era una raccolta di sogni e desideri erotici rivelati alla scrittrice da donne perfettamente integrate nel tessuto sociale, ma che, nascoste dall’anonimato, avevano deciso di rivelare i loro tabù. Madri, sorelle, amiche, insegnanti: le persone interrogate da Friday rappresentavano categorie diverse, come diverse erano le categorie delle loro fantasie.
Molte di loro, per esempio, avevano desideri che coincidevano con la perdita di controllo, come essere rapite da un pirata o da un bandito, stanche di dover stare costantemente sull’attenti per assicurarsi il funzionamento della vita domestica; altre fantasie invece avevano a che fare con l’assunzione di ruoli di potere, come quello di una regina o di un’insegnante severa, per esorcizzare la sottomissione a cui erano costantemente sottoposte nei confronti di padri o mariti.
Alcune di queste donne avrebbero voluto, almeno per una volta, ritrovarsi in una città straniera, conosciute da nessuno, libere di potersi spogliare dai ruoli sociali nei quali si sentivano costrette e dal giudizio dei propri conoscenti o familiari; altre invece desideravano solo essere osservate mentre lentamente si spogliavano in un luogo ben visibile, un passaggio da oggetto del desiderio a soggetto consapevole, privo di qualsiasi vergogna o senso di colpa.
La domanda
Negli anni Settanta del secolo scorso parlare di desiderio femminile era ancora qualcosa di imprevisto, se non addirittura molto scandaloso. Mentre per l’uomo era considerato accettabile desiderare un corpo di donna fuori o dentro il legame matrimoniale – debolezza spesso giustificata proprio in nome dell’origine naturale dell’istinto – per le donne il sesso è stato a lungo qualcosa da tenere recintato dentro il reame della purezza. Un atto limitato al fine della maternità e mai a quello del piacere.
Ma cosa dicono davvero quelle fantasie delle donne che le hanno confessate? A osservarle bene, anche a distanza di anni, sono tutti scenari di un mondo alternativo, un rovesciamento, una rivoluzione: il desiderio, infatti, con la sua forza propulsiva, è il motore che incoraggia a immaginare un nuovo assetto sociale e politico, quello in cui la donna finalmente può sentirsi libera dal peso della cura, della purezza, dell’accoglienza e della sottomissione, attributi che le sono stati associati culturalmente dalla società di stampo patriarcale, spacciandoli troppo spesso come naturalmente pertinenti all’identità femminile.
Come è successo a molte donne fino a una generazione fa, anche io ho cominciato a interrogare il mio desiderio con enorme ritardo, spesso accompagnata dall’allarme che segue un’infrazione. Per anni, nel corso delle mie prime esperienze, ho cercato di essere quello che a me si chiedeva di essere: fragile, accogliente, devota, disponibile ma non troppo. L’onta della lettera scarlatta, dell’apparire una poco di buono se troppo in contatto con il proprio corpo e il proprio senso del piacere, era una colpa che difficilmente veniva perdonata a una giovane donna nella città di provincia.
D’altra parte, che cosa volevo davvero era difficile a dirsi, dal momento che nessuno mi aveva mai insegnato a pormi quella domanda. Ma il desiderio femminile è una forza sovversiva, che spinge a rompere i ranghi sfidando l’ordine delle cose. È imprevisto e impossibile da addomesticare, e quindi non è affatto strano che per secoli sia stato tenuto nascosto o inibito attraverso sentimenti indotti da altri, come la colpa e la vergogna.
Le letture
La grande letteratura però ha una certa passione per questi territori e l’abilità di rappresentarli attraverso molteplici punti di vista. Quando si parla di desiderio femminile, in particolare, leggere uno dopo l’altro un libro come Memoria di ragazza (2016) di Annie Ernaux e Cambiare: una storia d’amore (1991) di Ama Ata Aidoo è un’esperienza affascinante che può aiutare ad afferrare la complessità di una tematica centrale per l’emancipazione delle donne, nonostante le due opere provengano da contesti culturali e geografici molto diversi.
In Memoria di ragazza l’autrice premio Nobel 2022 compie un’operazione di scavo nella propria memoria e torna all’estate del 1958, quando lei, appena diciottenne, ha vissuto la sua prima notte con un uomo in una colonia estiva. La trama non è la cronaca di un idillio, ma quella di una caduta: la “ragazza del ’58” viene umiliata, derisa e isolata dai coetanei dopo aver ceduto al proprio desiderio senza filtri, senza quella cautela strategica che la società del tempo imponeva alle brave ragazze.
Con una scrittura quasi d’impianto sociologico, Ernaux analizza il desiderio come una forza che espone il corpo femminile al pubblico ludibrio, alla “vergogna di genere”, la stessa che anni dopo Gisèle Pelicot avrebbe chiamato in causa, invitando le donne vittime di abusi a rovesciare il punto di vista con lo slogan «La vergogna deve cambiare lato».
Politicizzare il desiderio significa riconoscere come il mondo – ieri come oggi – tenda a punire la soggettività erotica femminile quando questa non è né passiva né rassicurante. Così la scrittura di Ernaux trasforma quell’esperienza intima in un fatto collettivo, restituendo al tempo stesso alla ragazza del ’58 il potere di raccontare la sua versione della storia, passando da oggetto del desiderio altrui a soggetto del proprio.
Il romanzo di Aidoo, invece, affronta la questione del desiderio da un angolo molto diverso e altrettanto significativo. Figura cardine per generazioni di autrici – tra cui Chimamanda Ngozi Adichie, che la riconosce come una guida imprescindibile – Aidoo ha esplorato con acume la condizione della donna africana e l’eredità coloniale. Un discorso, il suo, che non è rimasto confinato nelle pagine dei libri, ma che è diventato azione politica durante il suo mandato come ministra della Cultura nei primi anni Ottanta.
Nel romanzo Cambiare: una storia d’amore il desiderio diventa una questione identitaria per una donna come Esi, la protagonista, che si trova costantemente a interrogare, oltre alle proprie inclinazioni di natura erotica, anche la sua stessa ambizione in campo lavorativo, non sempre compatibile con il suo ruolo di moglie e madre. Anche se ambientata in un contesto sociale molto distante da quello tipicamente europeo in cui la leggiamo, questa storia riesce a parlarci molto da vicino, a riprova di quanto la cultura patriarcale sia un linguaggio universale tanto quanto il desiderio di superarla.
Molto presto, infatti, nelle primissime pagine del libro, Esi rimane vittima di un rapporto non consensuale da parte del marito e decide di divorziare, chiudendo una relazione che già sentiva come soffocante. Dopo qualche tempo, però, la donna si innamora dell’affascinante Ali, di religione musulmana, e per amore accetta di diventare la sua seconda moglie, sfidando le resistenze di tutte le donne della sua famiglia d’origine. Nonostante il rapporto con Ali sia stato così desiderato, presto la protagonista si ritrova tra le mani soltanto una lunga collezione di assenze, riducendosi in uno stato di subordinazione non solo nei confronti del proprio uomo, ma anche della sua prima moglie.
Natura e politica
Ma quali sono i compromessi che una donna deve considerare per far coesistere il desiderio di emancipazione con l’amore? E quanto il nostro desiderio di essere amati può limitare quello dell’affermazione personale?
La letteratura resta un luogo privilegiato per analizzare la natura del desiderio come qualcosa che non può mai essere definito completamente, ma che va interrogato sempre, proprio come il consenso: un concetto che non può essere dato per scontato neanche all’interno di una relazione duratura e riconosciuta quale il matrimonio. Eppure è difficile parlare di consenso quando ancora oggi le donne non vengono incoraggiate a conoscere il proprio corpo e non possono parlare apertamente del proprio piacere senza fare scandalo.
Discutere di desiderio oggi significa discutere, prima di tutto, di autodeterminazione. Non è certo compito della letteratura fornire risposte alla stregua dei manuali di autoaiuto, ma quello che da sempre fanno i grandi romanzi è metterci davanti alle zone grigie e alle ambiguità che il potere preferirebbe ignorare. È proprio in questo solco che si inserisce la riflessione del Miu Miu Literary Club, l’evento ideato e diretto da Miuccia Prada, che quest’anno con “Politics of Desire” sceglie di celebrare i capolavori di Annie Ernaux e Ama Ata Aidoo.
Dopo aver esplorato la scrittura come autocoscienza e l’educazione come emancipazione, portare il desiderio nello spazio pubblico diventa uno sviluppo necessario, un’evoluzione naturale innestata sul solco già tracciato in passato dal lavoro di Nancy Friday: ribadire che la donna è un soggetto desiderante – e non solo oggetto del desiderio altrui – è una rivoluzione che va raccontata ancora, collettivamente. Perché la parità dei diritti resterà sempre incompleta se non saremo capaci di rivendicare, con la stessa forza, la parità del piacere e delle nostre aspirazioni più profonde.
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