Nel suo libro Gli irresponsabili analizza il ruolo delle classi dirigenti nel favorire l’avvento del nazismo. «La defatalizzazione della storia è una liberazione mentale per il presente, riapre le possibilità»
Professore di Storia contemporanea all’Université de la Sorbonne, Paris IV, Johann Chapoutot è tra i massimi specialisti della storia culturale e politica del nazismo. I suoi libri analizzano le cause profonde dello svuotamento delle democrazie. Il suo ultimo libro, Gli irresponsabili. Chi ha portato Hitler al potere, (Einaudi 2025), ha fatto cadere il velo sulle responsabilità politiche delle classi dirigenti dell’epoca. Attraverso la storia della Germania degli anni Trenta, Johann Chapoutot ci permette di osservare la politica contemporanea, segnata da un ritorno globale agli autoritarismi, sollecitandoci a riconoscere le responsablità di questo fenomeno nei poteri socio-economici, negli interessi personali all’interno di quello che chiama «estremo centro» liberal-autoritario, determinato a mantenere il potere.
Professor Chapoutot, è vero che sta scrivendo un secondo volume del libro Gli irresponsabili?
Gli irresponsabili tratta del periodo 1930-1933, quando la democrazia parlamentare tedesca venne sospesa dall’entourage del presidente von Hindenburg, sostenuto dalle grandi forze sociali conservatrici della Germania (industria, banche, agricoltori, esercito). L’obiettivo era evitare che la sinistra salisse al potere. Il risultato fu l’alleanza Hitler-Papen-Hugenberg del 30 gennaio 1933, coalizione dell’estrema destra nazista con il governo di unione delle destre. Il mio prossimo libro inizia proprio dal 30 gennaio 1933, per osservare come i nazisti usarono il potere loro offerto, durante i primi sei decisivi mesi di quell’anno.
Etimologicamente, una persona è responsabile se risponde delle proprie azioni, sul piano economico, politico e morale. La cultura della responsabilità è tramontata?
Ho trattato la questione in un precedente libro, Nazismo e management. Liberi di obbedire (Einaudi 2021), dove seguo le tracce di un generale delle SS diventato teorico del management: un pioniere che già negli anni Cinquanta affermava che il management consisteva nel deresponsabilizzare i dirigenti, attribuendo colpa e responsabilità dei potenziali fallimenti ai subordinati. Anticipava così la logica del capitalismo neoliberista finanziarizzato. Ne Gli irresponsabili sottolineo invece l’ipocrisia: coloro che “decidono” e “si assumono la responsabilità” in realtà non se la assumono affatto. La politica è per loro un gioco senza conseguenze né sul proprio corpo, né sulla propria vita quotidiana, né sulla propria psiche, né sulla propria fortuna e sul proprio benessere. I liberali autoritari che hanno portato Hitler al potere pensavano di non dover mai assumersi alcuna responsabilità per le loro azioni. Per questi ricchi borghesi, la conseguenza peggiore era una pensione di lusso nelle loro tenute, non una mascella fracassata da un membro delle SA.
Il rigore dei suoi studi non impedisce a chi la legge di riconoscere nella sua voce la forte preoccupazione per la fragilità delle democrazie odierne. Dopo l’uscita in Francia de Gli irresponsabili (Gallimard, febbraio 2025) sono successe alcune cose: c’è stato per esempio il rapporto della relatrice Francesca Albanese sul ruolo di imprese e strutture economiche nel sostenere il genocidio a Gaza; c’è stata la delegittimazione da parte del governo americano di organismi che tutelano il diritto internazionale, come l’Onu, per creare entità come il Board of Peace; la mancata condanna europea dell’attacco israelo-americano all’Iran e, ovunque, il rischio di criminalizzazione dell’assistenza umanitaria… Tutto ciò ha reso urgente tornare a scrivere dei totalitarismi e delle élite irresponsabili che li alimentano?
Mi è sembrato interessante tornare al periodo 1930-1933 per identificare e nominare le logiche, le intenzioni e le dinamiche che hanno distrutto la democrazia di allora per chiarire, di conseguenza, cosa sta succedendo oggi nei nostri paesi. È stato Benedetto Croce a dire «La storia è sempre contemporanea». E poi bisogna correggere tutto ciò che si sente dire di falso perché i fascisti o i nazisti non vincono mai alle urne. Il loro messaggio violento ed esclusivo li priva della maggioranza.
È sempre necessario che le élite patrimoniali decidano che è arrivato il momento del fascismo – contro i rischi della sinistra: giustizia sociale e fiscale, condivisione, universalizzazione dei diritti umani alla dignità o alla felicità. In certi momenti storici, come oggi, l’«estremo centro» liberal-autoritario e la destra nazional-conservatrice fanno la scelta di allearsi all’estrema destra, con la quale condividono premesse comuni (il darwinismo sociale, il suprematismo sociale e razziale) e nemici comuni (i “marxisti”, inclusi i socialdemocratici e i sindacati cristiani). È sotto i nostri occhi, in Europa, negli Stati Uniti…
Leggendo Gli irresponsabili si capisce come la nostra società alimenti una sfiducia assoluta nei confronti della storia e degli storici, delegittimandone il discorso.
L’attacco alla storia fa parte di una guerra più generale contro le scienze umane e sociali, contro la scienza tout court. Una politica economica e sociale neoliberista che mira all’arricchimento illimitato di una minuscola minoranza contro gli interessi vitali della quasi totalità della popolazione (distruzione dei servizi pubblici, esplosione delle disuguaglianze, sfruttamento dei corpi sul lavoro...) non può parlare della realtà così com’è.
È quindi necessario mentire, costantemente, ostinatamente. Qualsiasi approccio alla conoscenza, basato sulla cultura e sulla critica e che porti a una descrizione adeguata del reale deve essere attaccata, se non addirittura negata. Questo non riguarda solo gli storici, tutt’altro: in questo momento non è facile essere climatologi, statistici della disoccupazione, psicologi del lavoro...
Ne Gli irresponsabili lei afferma che «ripetiamo con accanimento gli errori più grossolani di coloro che ci hanno preceduto». La sua visione è irrimediabilmente pessimista?
Al contrario. Alcuni commettono questi errori con ostinazione, per cinismo o per incoscienza. Io dimostro invece che ciò che ci viene presentato come un paradigma di necessità (i nazisti finiscono sempre per essere maggioritari, cosa che in realtà non sono mai stati!) è in realtà una sequenza eminentemente contingente: niente portava razionalmente alla nomina di Hitler alla cancelleria il 30 gennaio 1933, perché tutti gli scenari più plausibili e probabili escludevano proprio questa eventualità.
Ci è voluta la decisione cinica, fredda e irresponsabile delle forze sociali che avevano confiscato il potere fin dal 1930 per arrivare a questa catastrofe. In altre parole, io defatalizzo la storia, perché ciò che ci viene presentato come una fatalità ci porta al fatalismo. La defatalizzazione della storia è una liberazione mentale per il presente, una riapertura del campo delle possibilità.
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