Quando accade qualcosa, positiva o negativa che sia, ne modelliamo e plasmiamo i dettagli fino a formare una narrazione per poterla capire meglio anzitutto per noi stessi, ma poi anche per raccontarla agli altri.

Trasformiamo eventi traumatici in storie per trovare un motivo o uno schema, perché l’idea di una completa casualità ci terrorizza.

Questo è il modo in cui Vivian, la protagonista del mio romanzo Gusci d’uova (Safarà), cerca di comprendere il mondo. Ricerca significati nelle cose più disparate: nella disposizione delle lettere nei segnali stradali di Dublino, nei nomi dei luoghi in una mappa antica, nei nomi dei fiori nei Botanical Gardens e nell’inchiostro pigmentato dei manoscritti in un museo: tutto questo per trovare la sua identità, la sua storia.

Quando si ha un’infanzia felice con dei genitori amorevoli, scopriamo chi siamo dagli aneddoti che ci vengono raccontati sui nostri primi anni di vita e su come siamo cresciuti, oltre che grazie alle storie di chi c’era prima di noi. Queste storie diventano parte integrante della nostra identità e del nostro albero genealogico, collegandoci sia alle generazioni passate che a quelle future.

Ho avuto la fortuna di avere questo tipo di infanzia, ma sono stata decisamente meno generosa con la mia protagonista, Vivian, la cui educazione è stata, nel migliore dei casi, trascurata. (Di sicuro un romanzo con dei personaggi sereni, con un’infanzia felice e senza eventi particolari, sarebbe talmente noioso da essere illeggibile).

Vivian crede di essere un changeling – nella mitologia irlandese è un piccolo essere fatato che prende il posto di un bambino, il quale, invece, viene portato via dalle creature fatate – ed è alla ricerca di un portale per un altro mondo nel quale è convinta potrà finalmente sentirsi a suo agio. È un mito d’origine rassicurante: se non trovi il tuo posto in questo mondo, ci sarà per forza un altro mondo che ha un posto per te. Gusci d’uova è stato pubblicato in Irlanda dieci anni fa e da allora diversi adolescenti e giovani adulti mi hanno detto che si identificano come changeling.

Per me è stato straziante sapere che qualcuno possa sentirsi così estraniato da aver bisogno della mitologia per darsi un senso, eppure è stato confortante sapere che una fiaba li abbia aiutati a sentirsi meno soli.

I miti

Nel mio lavoro di addetta alle pulizie del Trinity College di Dublino ho imparato il potere delle storie e di quanto possano insegnarci sulla vita di chi proviene da contesti meno fortunati. Molte delle donne con cui lavoro non hanno avuto l’opportunità di completare le scuole superiori e il loro interesse per la letteratura con la L maiuscola è minimo e, nonostante questo, sono delle abilissime cantastorie. Sono una versione moderna e urbana dei seanchaí – i cantastorie tradizionali dell’Irlanda rurale che viaggiavano da una casa all’altra quando ancora non c’era elettricità, condividendo storie accanto al fuoco.

Gli addetti delle pulizie iniziano a lavorare nell’oscurità, prima ancora che il resto del mondo si metta in moto; c’è un’atmosfera quasi ultraterrena in quelle ore prima dell’alba che invita a raccontar storie e a condividere esperienze. Lo stesso vale per le ore piccole della notte, destinate a racconti di preoccupazioni e angosce, o a racconti con un lieto fine formati da un inizio, uno svolgimento e una fine. Questi aneddoti fanno passare il tempo ma ci permettono anche di legare tra di noi, facendoci sentire parte di qualcosa.

Mentre stavo scrivendo Gusci d’uova, volevo portare i tradizionali miti rurali e le leggende delle campagne all’interno del centro cittadino contemporaneo. Vivian reimmagina questi miti in un modo tutto suo mentre si sforza di trovare un portale. Crede che i cigni del canale di Dublino siano quelli del mito I figli di Lir, nel quale quattro bambini ne assumono le sembianze per centinaia di anni a causa della matrigna gelosa. Vivian cerca di attirarli lanciando loro pezzi di torta, così da portarli in una chiesa dove potranno riprendere la loro forma umana, convinta del fatto che così, anche lei, potrà trasformarsi, ma rimane delusa quando si accorge che i cigni accettano la torta ma ignorano lei.

Non dandosi per vinta, parte per un’altra avventura e cammina per tre volte in senso orario attorno a un pozzo sacro durante il primo maggio – un’usanza del folklore celtico per cui questo aprirebbe un luogo intangibile, un portale tra questo e l’altro mondo. Lo sforzo di Vivian per trovare un portale che la conduca a questo luogo intangibile va in fumo a causa dell’inaccessibilità al pozzo sacro, per cui lei gira attorno a quello che una volta era un bagno pubblico ora in disuso, vedendo magia invece di un reale stato di abbandono. La capacità dell’immaginazione di Vivian, che le permette di reinterpretare questi miti tradizionali trasformandoli in realtà contemporanee alternative, le permette anche di reimmaginare il suo passato traumatico come qualcosa di significativo.

La condivisione

L’elemento più soddisfacente di essere una scrittrice, per me, non è avere un contratto editoriale o vincere un premio, ma è sapere che le mie parole hanno, in qualche modo, raggiunto e toccato i lettori. La frase di E. M. Forster «Null’altro che connettere» mi ha sempre detto qualcosa: anche se è un cliché, ritengo che ciò che conta davvero nella vita sia connettersi con gli altri e le storie sono il mezzo per farlo. Nei momenti difficili l’importanza di condividere storie diventa ancora più necessaria.

Quell’inverno in cui mia figlia, all’età di sei anni, ha avuto la polmonite abbiamo dovuto passare una notte nella sala d’emergenza dell’ospedale prima che fosse trasferita in reparto. I genitori, nella sala sovraffollata, condividevano merendine e monete per le macchinette, caricabatterie e, ancora più importante, delle storie. Descrivevamo le malattie dei nostri figli o di quando si erano fatti male, legando grazie al loro dolore: l’azione di condividere alleviava qualcosa anche se noi non potevamo aggiustare nulla. Dal lato opposto della vita, durante la tradizionale veglia irlandese, le persone in lutto si raccolgono nella casa del morto, vicino alla bara aperta, e commemorano la persona (con il preziosissimo aiuto dell’alcol).

C’è qualcosa di catartico nel condividere storie sulle persone che amiamo, spesso ripetute, romanzate e, di volta in volta, esagerate così da diventare sempre meno fedeli all’originale. Ed è questa la libertà delle storie: possono includere o escludere tutto ciò che è rilevante o non lo è così come possono non rispettare la prospettiva che noi vorremmo. Ed è anche dove giace la pericolosità delle storie.

Gli agitatori di estrema destra omettono dettagli cruciali, distorcendo le narrazioni per poterle così adattare al loro programma razzista; questo mi ricorda quelle nazioni coloniali dei secoli scorsi, che lasciavano in eredità false narrazioni mitiche secondo le quali avevano «civilizzato» le nazioni che invece avevano invaso, così da poter giustificare le proprie azioni. Questo è il motivo per cui abbiamo bisogno di storie, ora più che mai: in un mondo diviso, abbiamo bisogno di storie d’inclusione che celebrino la differenza oltre a incoraggiare l’unità.

Da piccola, quando leggevo Le mille e una notte, ho scoperto suoni, profumi e panorami diversi che venivano dal Medio Oriente, ma ho anche compreso che le persone da tutto il mondo vogliono amare ed essere amate oltre a sentirsi al sicuro (magari con qualche avventura durante il viaggio). Immaginatevi un mondo in cui ascoltassimo, ascoltassimo davvero le storie degli altri, non ci sarebbe più nessuna fessura per l’ignoranza e l’intolleranza. E che posto magico sarebbe, quel mondo: una storia in attesa di scriversi da sola.

Traduzione di Laura Albertini

L’autrice irlandese Caitríona Lally ha partecipato l’11 settembre al Festivaletteratura di Mantova, insieme a Enrico Terrinoni, traduttore e studioso di Joyce, ed è attualmente impegnata nella stesura dell’adattamento cinematografico del suo primo romanzo. Divertente, colto, letterario, joyciano, commovente, Gusci d’uova vede protagonista una sorta di Amélie Poulain irlandese, bizzarra e simpatica, e vuole essere un’esortazione per le ragazze ad accettare di essere diverse e originali e a sviluppare il loro sguardo anche se è fuori dal coro.

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